2001: A Space Odyssey

TRACKLIST

  1. Gyorgy Ligeti - Atmosphères
  2. Richard Strauss - Così parlò Zarathustra
  3. Gyorgy Ligeti - Requiem
  4. Johann Strauss - Sul bel Danubio blu
  5. Gyorgy Ligeti - Lux aeterna
  6. Aram Khachaturian - Gayaneh
  7. Gyorgy Ligeti - Aventures

Gyorgy Ligeti e artisti vari

2001: A Space Odyssey

(MGM) 1996

classica, avanguardia

di Matteo De Simei

"Credo che il pubblico che assiste a un film si trovi in una condizione assai simile al sogno. E il punto essenziale è che il film comunica a livello subconscio e il pubblico risponde come se rispondesse a un sogno"

"Esistono certe aree del sensibile e della realtà che sono inaccessibili alla parola. La musica ha accesso a queste aree. E così pure la pittura"

Basterebbero solamente queste due citazioni per manifestare il pensiero che Stanley Kubrick nutriva nei riguardi della musica. Eppure nel 1968 arrivò anche il monumento di 2001 che rappresentò la chiave interpretativa fondamentale sul piano espressivo e sensoriale, nonché il momento più intenso della sfiducia di Kubrick nei confronti della comunicazione verbale (in 2001 il dialogo ricopre solamente 40' su 140' totali). Dunque, la parola è nulla. L'immagine e il suono possono tutto.

La storia delle complesse ed incomparabili sonorità di 2001 nasce dalle prime note dirette da Alex North (tra cui la "Terza sinfonia" di Mahler, il "Sogno di una notte di mezza estate" di Mendelssohn) poi cestinate senza pietà dal regista (per di più a completa insaputa del compositore) a favore delle idee più avanguardistiche curate dall'ungherese Gyorgy Ligeti, su cui si incentra l'originale soundtrack del film, con etichetta Metro Goldwin Mayer.
Disco che si apre proprio con Ligeti e con l'enigmatica, insensibile, inaccessibile "Atmosphères" che sembra provenire da una dimensione ignota, per poi condurci verso il nulla eterno. Geometrie assolute invece per la seguente "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, sconvolgente quanto celeberrima nel suo climax. Con il "Requiem" (nel film leitmotiv che accompagna le molteplici presenze del monolito nero) si ritorna ad un uso straniante e smarrito del suono. Qui la presenza della voce umana sembra cifrare un misterioso messaggio apocalittico. Dall'inferno si ritorna al paradiso con le sontuose movenze della successiva "Sul bel Danubio blu" di Johann Strauss, elegante valzer con effetti da "antidoto" alle oscure note di Ligeti. Ancora rarefazione e sospensione per la "Lux aeterna" ligetiana ed emozioni non troppo lontane anche nel successivo adagio di Khachaturian che, con la sua tempesta d'archi, provoca angoscia e claustrofobia. L'approdo nella stanza misteriosa del 700 segna l'ingresso dell'adattamento dell'estrosa (e conclusiva) "Aventures", sempre ad opera del compositore ungherese. Una delle massime forme di avanguardia, pressoché al limite con la forma canonizzata della canzone.
Aventures esplora la possibilità della voce umana e si articola in sonorità indecifrabili, cluster, voci bizzarre e riverberate, risate, bisbigli ed altro ancora.

Un album essenziale per importanza ed innovazione strumentale. Nonché chiave di accesso per la filmografia di un regista a dir poco eclettico quale Stanley Kubrick.