Requiem for a Dream

SCHEDA DEL FILM

Requiem for a Dream

di Darren Aronofsky

TRACKLIST

Summer

1. Summer Overture – 2:37
2. Party – 0:28
3. Coney Island Dreaming – 1:04
4. Party – 0:36
5. Chocolate Charms – 0:25
6. Ghosts of Things to Come – 1:33
7. Dreams – 0:44
8. Tense – 0.38
9. Dr. Pill – 0:42
10. High on Life – 0:11
11. Ghosts – 1:21
12. Crimin' & Dealin' – 1:44
13. Hope Overture – 2:31
14. Tense – 0:28
15. Bialy & Lox Conga – 0:45

Fall

1. Cleaning Apartment – 1:28
2. Ghosts-Falling – 1:11
3. Dreams – 1:02
4. Arnold – 2:35
5. Marion Barfs – 2:22
6. Supermarket Sweep – 2:14
7. Dreams – 0:32
8. Sara Goldfarb Has Left the Building – 1:17
9. Bugs Got a Devilish Grin Conga – 0:57

Winter

1. Winter Overture – 0:19
2. Southern Hospitality – 1:23
3. Fear – 2:26
4. Full Tense – 1:04
5. The Beginning of the End – 4:28
6. Ghosts of a Future Lost – 1:51
7. Meltdown – 3:56
8. Lux Aeterna – 3:54
9. Coney Island Low – 2:13

Clint Mansell

Requiem for a Dream

(Nonsuch) 2000

elettronica, neoclassica

di Giuseppe Grosso Ciponte

La carriera cinematografica di Clint Mansell (in precedenza cantante e chitarrista dei Pop Will Eat Itself, uno dei primi gruppi rock a usare l'elettronica e i campionamenti) è legato a doppio filo al nome di Darren Aronofsky: la sua prima composizione per il grande schermo coincide infatti con l’esordio sul grande schermo del regista newyorkese. "Pi - Il teorema del delirio" (1998) mescola fantascienza, horror e thriller con la mistica ebraica, mentre Mansell "apparecchia" un sottofondo elettronico-futuribile di tutto rispetto, in parte attingendo al repertorio di maestri come Aphex Twin, Autechre e Massive Attack ma soprattutto con tre composizioni originali fatte di percussioni asettiche e distorsioni elettriche in contrappunto e armoniosa schizofrenia. Per il secondo film le scelte della coppia regista-compositore si orientano su una sorta di musica da camera postmoderna.
 
L’intera composizione si regge, in larga misura, sull’alternarsi di pochi motivi principali: nel primo (quello che si imprime con più forza nella memoria dell’ascoltatore) sono protagonisti gli archi, torturati con raffinata ossessione dagli ottimi Kronos Quartet; nel secondo ("Coney Island Dreaming, Dreams") lontani echi distorti si alternano a grappoli di note in apparenza docili, ma cariche di suspence, come un film di Hitchcock. In sottofondo si odono effetti elettronici inquietanti: ad esempio uno scampanellio orrorifico degno de "L'esorcista" o Profondo rosso e un indicibile scratch, dilatato a tal punto da sembrare un colpo di frusta inflitto dall'oltretomba. Gli sferzanti temi eseguiti con taglio tragico e inquietante si alternano a brevi interludi elettronici che ricordano da vicino i bozzetti inquietanti di "Pi - Il teorema del delirio".

E' un crescendo che va avanti per tutto il film con pause e ripartenze mai scontati, sempre incalzanti verso il finale quasi delirante. Il trittico "The Beginning of the End", "Ghosts of a Future Lost", "Meltdown", forse il brano più drammatico (quello che accompagna le scene dell’elettroshock) con break improvvisi degli archi che poi tornano a rincorrersi fino a stridere e a sfiorare il puro rumorismo industriale assieme agli infernali effetti elettronici e ad una brutale grancassa che porta a un crescendo di nonsense. Siamo in quella strana terra in cui si incontrano il Penderecki "di Kubrick" e Aphex Twin dei bei tempi, in cui la musica elettronica incontra (necessariamente) la musica classica contemporanea. Come se non bastasse ecco arrivare subito dopo "Lux Aeterna", l’ultima perla, medley riassuntiva che tira le fila di tutta la vicenda e di tutto l'impasto musicale.
Un vero e proprio capolavoro di pathos, tanto da essere riarrangiato innumerevoli volte per pubblicizzare altri film (perfino nel trailer de "Il Signore degli anelli"). Tutto il resto è di ottimo contorno: il giochino velocizzato di "High on life", qualche escursione danzereccia ("Bialy & Lox Conga") giustificate dalla sceneggiatura, la lunga e più posata Arnold (non per niente dedicata a un personaggio mediocre e disgustoso). Bella soprattutto l’elettronica drogata di "Party", degna di un rave in una stanza.

Semplificando all'estremo potremmo dire che esistono due categorie indovinate di colonna sonora: la prima se ne va a braccetto con personaggi e vicende in modo "servile", accompagnando all'unisono la parabola drammatica del film; la seconda invece è già un piccolo capolavoro strumentale o vocale bella (magari pre-esistente) e nobilita scene di diverso tipo, per tema, ambientazione, o addirittura ritmo ritmo di montaggio.  Poi esiste una terza categoria: parliamo di quelle canzoni e di quelle composizioni strumentali che, durante la visione, scaldano il sangue, provocano scariche di emozioni sulla colonna vertebrale, fanno venir voglia (tabù al cinema) di alzarsi dalla sedia e reagire al film, di ribellarsi quasi a quello che il film ci costringe a provare. Questo tipo di colonna sonora è doppiamente evocativa: non solo produce un surplus di senso durante la visione ma, ascoltata in seguito, continua imperterrita la sua attività poietica, sia riattivando dei flash improvvisi del film, sia producendone di nuovi e inaspettati. A questa categoria, non tanto comune, appartiene "Requiem for a Dream".