L'uccello dalle piume di cristallo

TRACKLIST

  1. Violenza Inattesa
  2. Non Rimane Più Nessuno
  3. Corsa Sui Tetti
  4. Se Sei Stonato
  5. Svolta Drammatica
  6. Fraseggio Senza Struttura
  7. La Città si Risveglia
  8. L'uccello Dalle Piume Di Cristallo
  9. Silenzio Nel Caos
  10. Piume di Cristallo
  11. Fraseggio Senza Struttura (#2)
  12. Piume di Cristallo (#2)
  13. Silenzio Nel Caos (#2)
  14. Fraseggio Senza Struttura (#3)
  15. Piume di Cirstallo (#3)
  16. Svolta Drammatica (#2)
  17. Fraseggio Senza Struttura (#4)
  18. Piume di Cristallo (#4)
  19. Fraseggio Senza Struttura (#5)
  20. Piume di Cristallo (#5)

Ennio Morricone

L'uccello dalle piume di cristallo

(Cinevox) 2008

Free Jazz, Sperimentale, Original Score

di Matteo Pernini

Una partitura spigolosa, composita, capace di coniugare le ricerche della più radicale avanguardia con l'opposta spinta di un "melodismo" infantile, destinato a diventare (in)consapevole cifra stilistica di genere o, meglio, di un genere specifico: il giallo all'italiana e, in particolare, della sua branca di più stretta matrice argentiana. Accantonate le impalcature sonore, ariose e struggenti, pensate per l'amico Sergio Leone, nel 1970 il maestro Ennio Morricone accoglie l'invito di un esordiente Dario Argento e costruisce un nuovo linguaggio musicale pronto a farsi epitome del variegato orizzonte culturale del suo autore, conglobando in un'estetica del pastiche le pulsioni configgenti dell'improvvisazione jazzistica più sperimentale, dell'approccio atonale di certa avanguardia, nonché di quella tradizione pop già esplorata in pellicole precedenti (particolarmente significativa la parentesi di "Diabolik" di Mario Bava).

Con "L'uccello dalle piume di cristallo" Dario Argento fonda un nuovo cinema, che diviene composito amalgama di istanze alte e basse, cinefilia quasi feticista nella sua ossessione per il dettaglio rivelatore e ideale punto di incontro tra le ossessioni sullo sguardo di Antonioni ("Blow-Up" in primis) e le atmosfere sadiche e malsane di "Sei donne per l'assassino". Sullo stesso orizzonte si muove Morricone nel dar vita ad una colonna sonora che mescola stili e repertori diversissimi, allontanandosi dagli spunti melodici del coevo "Cinque bambole per la luna d'Agosto" (ad opera di Piero Umiliani) ed abbracciando le esperienze maturate con il gruppo "Nuova Consonanza": in "Fraseggio senza struttura", in particolare, sembra di cogliere spunti della tradizione aleatoria nel sovrapporsi caotico di scampanellii, suoni percussivi, straniti vocalizzi e brevi inserti elettronici, ma all'improvvisazione degli strumentisti si accompagna il rigoroso universo  timbrico di Morricone (con i suoi vibrafoni, le trombe in sordina, le chitarre scordate), capace di orientare le invenzioni estemporanee degli orchestrali verso la costruzione di un tappeto sonoro nel contempo seducente e repulsivo, perfetto contraltare della conturbante messa in scena argentiana.

L'angoscia sottile ed insinuante che aleggia sulla partitura si concretizza in un'ossessione percussiva capace di estendersi ad un orizzonte timbrico inusitato. Così le folli rullate di batteria che aprono "Corsa sui tetti", oltre a prefigurare certe sonorità del successivo "4 mosche di velluto grigio", allargano la loro ritmica martellante alle tastiere, agli ottoni e persino alla voce (il la-la-la-la ribattuto con intensità crescente).
E proprio la voce, da sempre strumento prediletto nelle architetture sonore di Morricone (dal grugnito di "Per un pugno di dollari" - We can fight! - al celeberrimo verso del coyote, fino agli struggenti cori di "Mission"), viene qui indagata nelle sue possibilità espressive primordiali, pre-alfabetiche, in forma di gemito agonico o respiro strozzato, che trascina il suo lamento sul contrappunto di un cuore palpitante. Si tratta de "L'uccello dalle piume di cristallo", il brano più celebre, nonché più spiccatamente sperimentale dell'opera,  che, se da un lato dialoga, ironicamente sospeso ed agghiacciante, con le esperienze della musica concreta, dall'altro recupera una dimensione teatrale, un'espressività quasi scenica del gesto sonoro che sembra guardare al Luciano Berio di "Visage" (1961).

Ossessive e morbose, le note di Morricone danno vita ad un paesaggio sonoro inestricabile e intanto duplicano l'ostilità tetra e glaciale di quello geografico. Non è più un florilegio di lusinghe turistiche la Roma di Argento, ma una metropoli livida e spettrale, che risuona nel languore di una tromba in sordina ne "La città si risveglia" fino a spegnersi sull'orizzonte funereo di pochi, torpidi rintocchi di campana. Un brano, questo, in cui, come nel dilatato "Silenzio nel caos", si profilano le tracce di un minimalismo ritmico che non esaurisce la sua seduzione nell'andirivieni ipnotico degli arpeggi, ma sovrappone timbri diversi, voci, colori orchestrali, fraseggi appena accennati. La memoria del protagonista si frammenta e lo stesso fa la musica di Morricone, fino alle schegge impazzite di "Fraseggio senza struttura".

Innesti sperimentali (con l'eccezione del folcloristico "Se sei stonato"), musica colta e cinema popolare vengono così a convergere, grazie all'eclettismo del giovane maestro, in uno score capace di turbare gli animi degli spettatori con dissonanti vette ai limiti della cacofonia.