ondacinema.it http://www.ondacinema.it/feed Ondacinema | Feed it-it Copyright 2021 [Speciali] - Traiettorie: la Danza nel Cinema Contemporaneo http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/traiettorie-danza-nel-cinema-contemporaneo.html Mon, 05 Apr 2021 11:18:16 +0200 Redazione di Ondacinema Nessuna immagine esprime meglio del sabba di "Suspiria" la tendenza di un cinema contemporaneo a trascendere le maglie strette della narrazione per convertirsi alla purezza dell’immagine-movimento. Ogni sentiero comunicativo si interrompe davanti ai corpi delle streghe, torti e sinuosi come ideogrammi, che nella loro danza ossessa si configurano come proiezioni dinamiche dell’ineffabile. L’adolescenza espressa di "And Then We Danced", quella repressa di "Dogtooth", la danza spleen di "Climax", quella simbolica di "Orgoglio e pregiudizio", quella glitterata di "Vox Lux", senza citare – per ora – i travolgenti finali di "Beau Travail" e "Un altro giro", la sensualità contagiosa di "Ema"… A onore del vero, non sappiamo se questa reviviscenza della danza sia una tendenza di chi fa il cinema o di chi lo guarda; se indichiamo la luna o non facciamo che agitare il dito. Anche se fosse, ci preme sottolineare che persino il dito, ogni tanto, ha i suoi punti d’interesse. Introduzione di Rudi Capra     Bisce e ciarlatani: impressioni di "Flashdance" nell'impianto satirico di "Dogtooth" Danza significa espressione, e invece in "Dogtooth" figura piuttosto come una forma di impressione. Il ballo disarticolato di Angeliki Papoulia, mimesi grottesca del provino di "Flashdance", racconta il modo in cui le immagini del cinema si imprimono nell’immaginario. Se ad esempio le immagini storiche dell’Eden, del Cristo e del serpente discendono da un vasto immaginario collettivo, nel mondo contemporaneo è invece l’immaginario collettivo a discendere dalle immagini post-storiche della pubblicità e del cinema. In questo processo, il cinema non si offre come specchio fedele della realtà, è invece la realtà a farsi specchio deformante del cinema – "classico caso di arte che imita la vita che imita l’arte".Sarebbe quindi limitante ridurre la danza di Papoulia a semplice rigurgito vitale di un’adolescenza catechizzata e repressa. L’effetto comico scaturito dalla palese incongruenza tra mimesi e modello non opera solo un distanziamento ironico dai modelli veicolati dal cinema commerciale, ma anche una derisione dell’istanza repressiva che velatamente fonda e foraggia quei modelli. Nella totale ed esilarante assenza di grazia che anima la coreografia, Lanthimos persegue una poetica che si identifica apertamente con la necessità di sfidare, violare, provocare, scandalizzare, ridicolizzare le convenzioni dell’arte e dell’etica, e con esse le istituzioni che proteggono e promuovono tali convenzioni – personificate in "Dogtooth" nella figura genitoriale.L’arte, quella genuina, finisce sempre per sfuggire al controllo della matrice, come la proverbiale bèsa chi s’arvolt a e’ zarlatàn (biscia che si ribella al ciarlatano). In questa memorabile "flashdance dei poveri" l’impressione (impronta) del linguaggio cinematografico provoca impressione (turbamento), perché restituisce al soggetto la verità risibile e grottesca delle impressioni (suggestioni) che lo condizionano a livello subliminale e subcosciente.Rudi CapraDance Before Getting Stoned - "Climax" di Gaspar Noé ft. Spleen di Charles Baudelaire I debiti stilistici Noè li aveva enunciati in apertura di film, per mezzo delle VHS che contornano lo schermo del televisore in cui si susseguono le interviste ai ballerini che di "Climax" saranno i protagonisti: "Salò", "Un Chien Andalou", "Suspiria", tra gli altri.E il film ha vari inizi, ma quello ufficiale, consacrato dai rituali cartelli con le società di produzione e distribuzione, è sicuramente la dance scene.Piano sequenza, ça va sans dire. La musica è quella di Cerrone, "Supernature", la risposta francese a Moroder, ma anch’egli con sangue italiano nelle vene, da parte di padre. I colori sono caldi come la gigante Aldebaran, una dominante di rosso come il sangue e come la sangria che giungerà a gettare scompiglio nella giornata di quei ballerini.La mdp parte dall’alto [come un coperchio, il cielo pesa greve], si stacca dalla bandiera francese e arretra sull’avanzare della coreografa Selva (Sofia Boutella, unica attrice professionista, ma altresì ballerina) aprendo il campo medio su cui resterà ferma per buona parte del prosieguo. Corpi attraversano gli spazi secondo geometrie precise con prevalenza di diagonali, mentre al centro si alternano i performer di turno, con stili e movenze sempre differenti, talvolta inquietanti [come un pipistrello, sbattendo la sua timida ala contro i muri]. Il fuori campo si fa protagonista e continua a vomitare comparse, come una quinta teatrale, in una rappresentazione che è tuttavia prettamente televisiva e fortemente da videoclip.I corpi si uniscono soltanto sporadicamente, si fanno mostro – o insetto [muto e ripugnante, un popolo di ragni tende le proprie reti dentro i nostri cervelli]. Oppure si respingono, come nella prima plongée, poli opposti di un magnete impazzito. Incroci e ancora incroci – mai pericolosi –, un’altra plongée su un cerchio che si amalgama e che fa girare la mdp [in un unico cerchio stringendo l’orizzonte] per immortalare il caos che ha interrotto l’ordine, fino a un nuovo punto di fuoco respingente e poi attraente, e poi a un altro ancora. E l’intreccio voluttuoso di corpi si riordina sulle caselle di una dinamica scacchiera di [spiriti erranti e senza patria che si mettano a gemere in maniera ostinata].Vincenzo ChieppaPassi, compromessi - "Orgoglio e pregiudizio" Darcy: So, what do you recommend, to encourage affection?Elizabeth: Dancing. Even if one partner is barely tolerable.   L’occasione si presenterà a Netherfield, la tenuta estiva di Mr. Bingley, il miglior amico di Darcy. Il gentiluomo rompe gli indugi e si arrischia a invitare la popolana Elizabeth che, a malincuore ma incuriosita, accetta. Il regista britannico Joe Wright si affida al piano sequenza: dopo un’inquadratura su Darcy nella fila dei cavalieri, a cui segue l’inchino di Elizabeth e delle altre dame, parte una lunga ripresa di circa due minuti che accompagna il Regency, popolare ballo inglese, sulla musica di Henry Purcell (qui riproposta dal compositore Dario Marianelli). La mdp segue i ballerini al centro dell’inquadratura, mentre si alternano di posizione, cambiando di fila; la loro diventa una danza sul filo delle parole, sussurrate sopra le note e i movimenti. Il ballo si trasforma, così, in un incontro tra ruoli antitetici: quello servile della donna nei confronti dell’uomo, una prospettiva però subito ribaltata dallo spirito anticonformista di Elizabeth, che stuzzica con la sua pungente ironia il taciturno e rigido Darcy. Nella danza non c’è traccia del diverso grado sociale, di cui pur si ha consapevolezza, mentre vengono fuori le personalità contrapposte dei due ballerini, che arrivano persino a interrompere i loro volteggi con un duro faccia a faccia su Mr. Wickham, l’odiato rivale di Darcy e nuovo spasimante di Elizabeth. Il regista stacca proprio quando il dialogo si tronca e, seguendo una delle loro giravolte, pone i due ballerini in una stanza vuota, lasciati soli a danzare, imbronciati e stavolta davvero silenti. Questo ballo rappresenta così un condensato della loro futura storia d’amore, cavalcata tra incomprensioni, ribaltamenti di prospettive e dolorose rinunce, fino al raggiungimento di un sofferto equilibrio.Domenico Ippolito"And Then We Danced": Presa di coscienza a colpi di Beat Per Merab, protagonista di "And Then We Danced", la discoteca non costituisce solo un luogo di mero divertimento o di trasgressione fine a sé stessa, ma diventa occasione di autentica espressione di sé. Giovane ballerino che fin da bambino fa parte della "National Georgian Ensemble", in cui si performa la danza tradizionale, viene guidato dal suo coreografo a "essere come un chiodo, un monumento, a non lasciare spazio alla sessualità". La sua indefessa adesione a questo inflessibile repertorio comincia a vacillare quando, uscito dalla palestra coi suoi amici, si dà con loro a balli sfrenati con brani di musica pop georgiana per le strade e degli ABBA in una residenza estiva. Una sera, incontra per caso una ragazza in una piazza, la quale, dopo avergli offerto una sigaretta, lo porta con sé in un locale. Entrando per la prima volta in un mondo nuovo e sconosciuto illuminato da forti luci rosse stroboscopiche, Merab all’inizio è spaesato, di fronte a tutti gli altri presenti che risucchiati dalle melodie si muovono e flirtano suadenti. Ma non passano che pochi istanti e comincia ad ammiccare con la testa, bere shottini, fino a lanciarsi in pista e lasciarsi trascinare dall’ebrezza che lo circonda. Poco dopo, si reca in un'altra stanza, dove rimbomba una martellante musica techno e il gioco di luci crea un effetto di allucinazione. Qui sceglie di staccarsi dagli altri, trovare un proprio spazio in solitaria, chiudere gli occhi per compiere movenze via via più febbrili, pugni nel vuoto, in una suprema estasi. Il suo delirio bacchico non è però una perdita dei sensi, un’ubriacatura, quanto invece l’emersione dell’interiorità fino ad allora repressa che scardina la statuaria compostezza a cui si deve attenere nella compagnia. Al termine della sequenza, un brusco stacco ce lo mostra alle prime luci del mattino davanti al locale ormai chiuso, mentre fuma una sigaretta in uno stato di dormiveglia. La nottata appena trascorsa segna una tappa irreversibile nel suo percorso di crescita che lo spingerà definitivamente a fare del suo corpo non più veicolo e incarnazione dello "spirito della nazione georgiana" e dei suoi rigidi codici, ma della loro stessa eversione come espressione di un’identità individuale e libera.Luca Sottimano"Vox Lux": Questo show è sulla rinascita La rappresentazione allegorica e verosimigliante di Brady Corbet della contemporaneità si dipana attraverso una trasversalità generazionale (in "Vox Lux" dal 2000 al 2017) segnata dalla pubblicità di eventi tragici (la sparatoria scolastica, l’11 settembre e infine l’attentato terroristico in Europa). Cosa sia intrattenimento e cosa tragedia è uno degli interrogativi di "Vox Lux" laddove la sfera privata si annulla nella rappresentabilità dell’alter ego pubblico.Lo show dal vivo di Celeste viene rappresentato unicamente nel finale senza alcun ammaliamento visivo o sonoro: la performance di danza e canto è decadente, dimessa e mostrata per la prima e unica volta nella fase discendente di una carriera, incapace di sconvolgere. La regia simula una visione distaccata dello spettacolo di Celeste, filtrata dalla una prospettiva dei partecipanti, sottolineandone la natura mortifera e al contempo tragicomica, forse derivante da un allucinato patto col diavolo (e la vestizione di Celeste con ali di angelo tagliate rimanda alla tradizione biblica dell’angelo caduto, Lucifero, così come i nomi dei capitoli, Genesis e Regenesis).La danza di "Vox Lux", e più in generale la performance nella sua messa in scena, che più tradizionalmente è un atto rappresentato come propulsivo tanto vitalistico quanto annichilente, come si evince dai contributi dello speciale, in questo film si rivolge a un pubblico di prede (Pray/Prey è lo slogan dello show, e si faccia caso alla voluta eliminazione degli smartphone dalle mani del pubblico nonostante le riprese found footage) e incarna il moto senza uscita di un personaggio allucinato il cui ultimo atto è impresso in maniera scadente eppure culminante di fronte ad astanti che riconoscono la (morente) leadership.Diego Testa ]]> [Speciali] - Radiodrome: Il cinema di Werner Herzog (Parte 2) http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/radiodrome-podcast.html Wed, 31 Mar 2021 12:20:36 +0200 Redazione di Ondacinema radiodrome podcast ondacinema Radiodrome è il podcast di cinema che discute nuove uscite, pietre miliari, autori, generi, recensioni (insomma, qualsiasi cosa). L'idea è nata dal dialogo redazionale: un dietro le quinte che tra le pagine dei contenuti del sito è impossibile vedere, avvertire, ma esiste. Lo spazio e il format dialogico di Radiodrome porta tre redattori a scambiarsi opinioni, confrontare le proprie analisi e offrire un dibattito sul cinema di oggi attraverso un'alternativa alla lettura, per chi avrà il piacere di ascoltare.Questa pagina verrà aggiornata con tutte le nuove pubblicazioni. Potete ascoltare Radiodrome sulle seguenti piattaforme:  Le puntate del podcast: NOVITÀ Puntata 13: Secondo appuntamento con Werner Herzog: questa volta viaggiamo attraverso i molteplici, suggestivi progetti terminati tra il 2018 e il 2019Temi: il cinema di Werner Herzog (31/03/21)Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 12: Werner Herzog è il poeta sublime del cinema che nella ricerca di immagini nuove, estreme, ha inseguito quella verità estatica che nelle sue opere dimora inquieta. Temi: il cinema di Werner Herzog (11/02/21) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 11: "Il processo ai Chicago 7" e "Sto pensando di finirla qui" sono due film che fanno dei testi e del peso delle parole uno degli elementi più significativi. Sono due buone distribuzioni Netflix? Temi: "Il processo ai Chicago 7", "Sto pensando di finirla qui" (18/01/21) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 10: commentiamo i migliori film del 2020 secondo la classifica di redazione e lettori. Temi: top film 2020 (10/01/21) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 9: su "Mank" analisi condivisa ma giudizi antitetici da parte della redazione. Discutiamo di quanto la costruzione fincheriana possa dirsi compiuta o non completamente riuscita. Temi: "Mank" di David Fincher (31/12/20) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 8: una felice carrellata sui grandi film natalizi, fra i quali figurano "Una poltrona per due", lo slasher canadese "Black Christmas" e "Batman - Il ritorno", di Tim Burton naturalmente.Temi: speciale natalizio (16/12/20)Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 7: Partendo da "Following" e a seguire "Memento", "Inception" e altri si discute dell'approccio estetico e tematico delle opere di Christopher Nolan.Temi: analisi sul cinema di Christopher Nolan (20/11/20)Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify   Puntata 6: "Roubaix, una luce nell'ombra" il polar di Arnaud Desplechin e il primo film in lingua inglese di Ciro Guerra "Waiting for the Barbarians", interpretato da Mark Rylance, Johnny Depp e Robert Pattinson. Temi: "Roubaix, una luce nell'ombra", "Waiting for the Barbarians" (07/11/20)Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 5: "Tenet", il blockbuster di Christopher Nolan del 2020 e la fantascienza d'autore di "High Life" firmata Claire Denis. Temi: "Tenet", "High Life" (14/10/20) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 4: dalla mitologia anticlassica del cinema di frontiera di Sam Peckinpah al western contemporaneo di Jacques Audiard e Craig Zahler.Temi: Sam Peckinpah, "I fratelli Sisters", "Bone Tomahawk" (28/08/20)Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 3: l'invisibilità e l'assenza ne "L'uomo invisibile" e "It Follows"; a seguire le nascoste stratificazioni sociali nella Francia de "I miserabili". Temi: "L'uomo invisibile", "It Follows", "I miserabili" (07/08/20) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 2: dedicata a tre autori dell'horror americano contemporaneo quali Peele, Aster ed Eggers. Si può già parlare di nuovo cinema di genere made in USA? Temi: Horror americano: Peele, Aster, Eggers (24/06/2020) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify Puntata 1: in questa prima puntata si parla di cinema ondemand e piattaforme streaming durante il lockdown; a seguire, due film distribuiti da Netlix.Temi: Piattaforme streaming, "Il buco", "Diamanti grezzi" (24/05/2020) Dove ascoltarla: Anchor, Apple Podcasts, Google Podcasts, Spotify   ]]> [Recensioni] - La Llorona http://www.ondacinema.it/film/recensione/la-llorona-bustamante.html Sun, 28 Mar 2021 09:31:22 +0200 Diego Testa Quando Enrique Monteverde, figura politica del Guatemala con un passato da leader militare, è accusato e infine assolto dal genocidio ai danni delle popolazioni native del paese, una schiera di persone in protesta costringe l'uomo e la sua famiglia a chiudersi nella villa. A prendersi cura di loro è rimasta la più fidata domestica di stirpe Kaqchikel della famiglia e la nuova arrivata Alma. ]]> [Recensioni] - Hell or High Water http://www.ondacinema.it/film/recensione/hell-or-high-water.html Thu, 25 Mar 2021 15:07:05 +0100 Matteo Luppi Due fratelli, un disoccupato e un ex-galeotto, decidono di compiere una serie di rapine in banca per cancellare l'ipoteca pendente sul ranch della madre recentemente scomparsa. Un Texas Ranger ormai prossimo alla pensione e il suo partner di origini native americane si mettono sulle loro tracce ]]> [Recensioni] - The Hater http://www.ondacinema.it/film/recensione/the-hater.html Thu, 25 Mar 2021 10:19:50 +0100 Domenico Ippolito Un giovane studente di legge viene sbattuto fuori dall'università per plagio e si reinventa "odiatore" seriale per un'agenzia di marketing senza scrupoli. Tra universi digitali e rivolte di strada, raccontando la Polonia di oggi, il regista Jan Komasa ci mostra cosa accade quando le bolle social che ottundono la nostra società si gonfiano fino a scoppiare ]]> [Recensioni] - Arracht http://www.ondacinema.it/film/recensione/arracht.html Sat, 20 Mar 2021 23:20:15 +0100 Raffaella Rossi Colman Sharkey vive nella selvaggia regione del Connemara, dove trascorre un’esistenza dedita alla pesca e alla famiglia. Quando la grande carestia si abbatte sulla popolazione irlandese, tenterà di difendere la sua comunità ]]> [Recensioni] - Dick Johnson è morto http://www.ondacinema.it/film/recensione/dick-johnson-e-morto.html Fri, 19 Mar 2021 14:47:38 +0100 Francesco Cianciarelli Dopo aver perso la madre in seguito ad una lunga demenza senile, Krtister Johnson si ritrova a dover affrontare lo stesso dramma con il padre. Decide quindi di filmare il decorso della malattia al fine di elaborare ed esorcizzare il lutto per la futura perdita, inscenando, con il consenso del diretto interessato, delle "gag" riguardanti morti improvvise del padre causate da incidenti mortali. ]]> [Recensioni] - Cherry - Innocenza perduta http://www.ondacinema.it/film/recensione/cherry-innocenza-perduta.html Thu, 18 Mar 2021 10:07:33 +0100 Carlo Cerofolini La discesa all’inferno e il ritorno alla vita di un reduce alle prese con le conseguenze dello stress post traumatico causato dagli orrori della guerra. ]]> [Recensioni] - Un altro giro http://www.ondacinema.it/film/recensione/un-altro-giro.html Mon, 15 Mar 2021 20:47:31 +0100 Rudi Capra Quattro professori testano la teoria di Skårderud: gli esseri umani nascono con un livello alcolemico troppo basso ]]> [Recensioni] - Green Room http://www.ondacinema.it/film/recensione/green-room.html Mon, 15 Mar 2021 07:11:00 +0100 Diego Testa Una band punk assiste a un omicidio all'interno di una green room, stanza di attesa per gli artisti prima della performance. Il locale è la base operativa dei loschi affari di un gruppo di neonazisti. ]]> [Recensioni] - Scream http://www.ondacinema.it/film/recensione/scream-craven.html Sun, 14 Mar 2021 11:50:09 +0100 Eugenio Radin La comunità di Woodsboro è scossa da alcuni omicidi perpetrati da un misterioso killer mascherato ossessionato dai film slasher. Sydney Prescott, già turbata dalla perdita violenta della madre, sembra la vittima designata dell'omicida. ]]> [Recensioni] - Raya e l'ultimo drago http://www.ondacinema.it/film/recensione/raya-e-l-ultimo-drago.html Thu, 11 Mar 2021 17:41:55 +0100 Stefano Santoli Alcuni anni dopo il risveglio degli spiriti maligni Druun, causato dall'inimicizia fra i cinque regni di Kumandra, la giovane Raya, in compagnia dell'animaletto Tuk Tuk, parte alla ricerca dell'ultimo drago, unica speranza per riportare la vita e la pace nel mondo. ]]> [Speciali] - I migliori film italiani degli anni Zero http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/i-migliori-film-italiani-degli-anni-zero.html Sun, 31 Jan 2021 12:21:20 +0100 Redazione di Ondacinema La redazione di Ondacinema rilancia una rilettura del mondo del cinema, attuale e passato, attraverso le classifiche. Dopo esserci concentrati su altri progetti, abbiamo deciso di ripartire dal cinema italiano e, per la precisione, dal primo decennio del nuovo millennio, quello che va dal 2000 al 2009. Questo è il periodo che abbiamo preso in considerazione e quelli che troverete qui sotto sono, a nostro giudizio, i migliori cinquanta titoli che il nostro Paese ha prodotto e distribuito. Per arricchire ancora di più questo nuovo appuntamento, di cui questo speciale costituisce soltanto la prima "puntata", abbiamo anche deciso di dare risalto alle preferenze individuali di ciascun redattore e anche ricavare dalle graduatorie una classifica dei nostri autori preferiti. Non vogliamo appesantire troppo una lettura agevole e divertente, quindi sarete voi lettori a farvi un'idea del decennio che è stato. Ci limitiamo a sottolineare come i veri protagonisti siano stati due autori, diversi e distanti fra loro per origine, credo artistico e generazione di appartenenza. Parliamo di Matteo Garrone e di Marco Bellocchio. Un'altra considerazione è legata al fatto che questo decennio è anche quello in cui la nostra rivista è nata (siamo andati online nel giugno del 2008) e quindi si tratta di un periodo che fotografa anche lo stato dell'arte al momento in cui abbiamo iniziato la nostra lunga navigazione. Questo era il panorama nazionale con cui ci siamo confrontati mentre davamo alla luce Ondacinema.Al link la classifica completa. ]]> [Colonne sonore] - Ganja & Hess http://www.ondacinema.it/colonne_sonore/scheda/samwaymon-ganjaandhess-soundtrack.html Fri, 15 Jan 2021 16:38:02 +0100 Massimiliano Speri Quando pensiamo ai mitici film blaxploitation degli anni 70, tanto amati dai cinefili, le prime immagini che ci sovvengono sono sempre legate a scene di ordinaria criminalità suburbana: magnaccia, pusher, malfattori di piccolo cabotaggio, irruzioni e inseguimenti. Un immaginario che all'epoca inorgogliva i registi del movimento, finalmente detentori di un autentico "cinema nero per un pubblico nero", ma che oggi maneggiamo con prudenza, ravvisando un ritratto fin troppo stereotipato e finanche lesivo della comunità di colore. Una cosa su cui nessuno ha mai avuto a che ridire, invece, non possono che essere le musiche: da Isaac Hayes a Herbie Hancock, da Curtis Mayfield a Roy Ayers fino a Sun Ra, tutti i più grandi si sono cimentati in colonne sonore spesso entrate di diritto nell'immaginario collettivo.Dicevamo dei pur spassosi luoghi comuni criminali: è indubbio che classici come "Sweet Sweetback's Baadasssss Song", "Shaft", "Superfly", "Dolemite" o "Coffy" ne offrano un esaustivo campionario, ma è altrettanto vero che, all'interno della corrente, troviamo anche prodotti atipici, come la commedia surreale "Watermelon Man", il delirio nazistoide "Black Gestapo" o il grottesco horror "Blacula". Tuttavia, il film che più di ogni altro ha remato contro qualsiasi convenzione rimane quella misconosciuta perla che risponde al nome di "Ganja & Hess": uscita nel 1973 con la regia del commediografo Bill Gunn, è una pellicola così insolita che si fatica a inserirla in un genere prestabilito. Non solo per la vicenda, che pure non scherza (in breve: uno stimato archeologo si trasforma in uno pseudo-vampiro a causa di un antico pugnale maledetto...), ma soprattutto per il peculiarissimo stile adottato, a tratti così allucinato ed ellittico da rendere incomprensibili molti passaggi narrativi. Senza farsi troppi scrupoli sulla fruibilità del prodotto, Gunn porta a casa l'ennesima variazione riuscita su un filone cinematograficamente inesauribile come quello vampiresco, anticipando l'equazione sangue-dipendenza immortalata in capolavori postmoderni come "The Addiction". Nonostante la presenza di un attore di culto come Duane Jones e un'apprezzata proiezione al Festival di Cannes, il film è caduto nell'oblio più totale, salvo venir riesumato dal solito Spike Lee con un non indispensabile remake datato 2014.Se l'originale, rivisto oggi, continua a non lasciare indifferenti, il merito è anche di una delle colonne sonore più strambe del periodo. L'autore è tal Sam Waymon (anche interprete nel film), che altri non è che il fratello sfigato di sua maestà Nina Simone. Dimenticatevi clavinet funkeggianti, chitarre wah wah e tutto quanto faccia blaxsound: da queste parti non c'è ombra di groove, mentre potreste imbattervi più facilmente in nebbie psichedeliche, arcipelaghi elettronici e persino una field recording etnografica dritta dritta da Mamma Africa, oltre a momenti di puro rumore d'ambiente. Ciò non vuol dire che manchino pepite per i compilatori di antologie, come dimostrano "Blood Of The Thing" (campionata dai clipping. nel loro ultimissimo album, che prende il titolo proprio da un verso del brano) e soprattutto l'irresistibile "You've Got To Learn To Let It Go", che forse un giorno sarà annoverata tra i classici minori del soul.Ristampata in digitale con ben otto bonus track, la score di Waymon riluce come un esperimento non facile ma assolutamente felice, al pari delle immagini che commenta. Occhio, però, a non esagerare: dopo il terzo ascolto potreste avvertire un non indifferente languorino di emoglobina... ]]> [Colonne sonore] - Music From The Film Girl On The Third Floor http://www.ondacinema.it/colonne_sonore/scheda/stevealbini-girlonthethirdfloor-soundtrack.html Tue, 05 Jan 2021 16:41:01 +0100 Massimiliano Speri Toh, questa ci mancava. L'abbiamo visto intrufolarsi sin nei pertugi più impervi (ti riesce facile, quando sei ossuto come un chiodo arrugginito), ma l'immancabile sfizio della colonna sonora ancora non se l'era concesso. Non è poi così strano, vista la sua cifra ben poco "di sottofondo": i testi, quelli sì, somigliano a delle micro-sequenze in medias res, ma la musica di Mr. Shellac non si presta a starsene in un angolino. E invece, alla soglia dei sessant'anni, eccolo esplorare questa ulteriore possibilità.L'occasione è offerta dall'horror vintage "Girl On The Third Floor", esordio di Travis Stevens interpretato dall'ex-wrestler CM Punk, uscito l'anno scorso e ancora inedito in Italia. E se il film convince solo a metà (suggestiva la casa-organismo che secerne liquami cronenberghiani, assai meno le insistite gomitatine alla retorica #MeToo), la veste musicale si ricorda più volentieri. Come saranno, dunque, queste musiche? Efferate come le immagini e la Travis Bean del guru di Chicago? Tutt'altro: due dischi di inesorabili marce raga-drone-folk, piuttosto insolite per un prodotto sì inquadrabile nel filone haunted house, ma marchiato da una truculenza tutta slasher. La spiegazione va ricercata, oltre che nelle nuove tendenze cinematiche (si pensi al fortunato sodalizio Jarmush-Van Wissem), nei due ingombranti collaboratori: l'ex-Silkworm Tim Midyett e soprattutto la vulcanica Alison Chesley alias Helen Money, sorta di Caterina Palazzi del violoncello che ha suonato un po' con tutti (Anthrax, Bob Mould, Broken Social Scene, Russian Circles, giusto per snocciolare qualche nome). Molto più che comprimari: Albini sembra anzi relegato in secondo piano, sia come compositore sia come strumentista, anche se lo schiocco delle sue corde è più che tangibile. Da Tony Conrad a Henry Flynt, dai Velvet Underground a Roy Montgomery, dagli Earth ai Pelt il menù è presto impiattato, agguantando anche il post-rock classicheggiante di Dirty Three e Silver Mt. Zion nei 18 minuti di "Irish", con la spettrale vocina di Gaelynn Lea a incancrenire l'unico passaggio cantato. Spesso le musiche da film reggono poco sottratte allo schermo, ma qui avviene curiosamente il contrario: un po' soffocate nel montaggio, funzionano meglio isolate in questa pur prolissa scaletta. In compenso, nei titoli di coda parte a tutta birra "Bad Penny": motivo più che bastevole a giustificare la visione. Operazione passata quasi sotto silenzio: che l'esigentissimo autore non sia rimasto troppo soddisfatto? Produce la Touch And Go, ça va sans dire. ]]> [Speciali] - Speciale 2020 - Le segnalazioni dei redattori di Ondacinema http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/speciale-2020-le-segnalazioni-dei-redattori-di-ondacinema.html Sat, 02 Jan 2021 15:34:42 +0100 Redazione di Ondacinema Un anno come il 2020 non si può congedare allo stesso modo dei suoi predecessori. Con quasi sei mesi di sale chiuse, con la distribuzione rivoluzionata e migrata (per stato di necessità, non solo per scelte strategiche) sulle piattaforme streaming, con decine e decine di titoli rinviati al 2021, con i festival più importanti decimati o del tutto cancellati, con tutto questo, appunto, arrivare agli speciali di fine anno come se niente fosse è parso alla nostra redazione praticamente impossibile. Ma la classifica dei migliori film è un appuntamento troppo importante e il fatto che, fin dal 2008, rimanga saldamente il contenuto più letto del sito sta lì a dimostrarlo. Come fare, dunque, per conciliare tradizione e novità, consuetudine e attualità? Abbiamo proceduto a modificare qualche aspetto del nostro solito lavoro di riepilogo.Abbiamo deciso di confermare la nostra classifica con alcuni accorgimenti che vi illustreremo al momento della pubblicazione, che avverrà come sempre il giorno dell'epifania. Questo che segue, invece, va a sostituire lo "speciale premi", che ogni anno proclamava i migliori in ogni campo, secondo i voti dei redattori di Ondacinema. Certo, avremmo potuto scegliere un regista, un attore, un'attrice, uno sceneggiatore e così via, i nomi meritevoli non sono comunque mancati. Il punto è che sarebbero state scelte prive di concorrenza o quasi, scelte obbligate o comunque scontate di un anno senza abbondanza di titoli in competizione. Abbiamo optato, dunque, per uno speciale che si limiti a fare delle segnalazioni individuali: ogni critico che scrive per la webzine, oltre a contribuire con la sua top ten dei film ad eleggere il miglior film dell'anno, ha avuto la possibilità di menzionare altre opere meritevoli, che troverete qui di seguito. Oltre a questi film alcuni di loro hanno anche scelto di inserire ulteriori riconoscimenti, individuali e non, per sottolineare il meglio di questa drammatica annata. Buona lettura.ps. Giova ricordarlo nuovamente: qui non troverete le classifiche individuali dal primo al decimo posto, che, come sempre, sono confluite nello speciale finale dei migliori film del 2020.CLAUDIO FABRETTISegnalazioni:Doppio sospetto (Olivier Masset-Depasse)L’uomo invisibile (Leigh Whannell)Roubaix, una luce (Arnaud Desplechine)Buio (Emanuela Rossi)Piccole donne (Greta Gerwig)The Lighthouse (Robert Eggers)La ragazza d’autunno (Kantemir Balagov)Alice e il sindaco (Nicola Parisier)The Lodge (Veronika Franz, Severin Fiala)Galveston (Mélanie Laurent)Wasp Network (Olivier Assayas)Regista dell'anno: Sam Mendes ("1917")Attore dell'anno: Roschdy Zem ("Roubaix, una luce")Attrice dell'anno: Saoirse Ronan ("Piccole donne")Sceneggiatura dell'anno: Taika Waititi ("Jojo Rabbit")Colonna sonora dell'anno: Stuart A. Staples ("High Life")Fotografia dell'anno: Ksenia Sereda ("La ragazza d’autunno")Montaggio dell'anno: Ronald Bronstein, Benny Safdie ("Diamanti grezzi")Rivelazione dell'anno: Viktorija Mirošničenko ("La ragazza d’autunno")GIANCARLO USAISegnalazioni:Nomad - In cammino con Bruce Chatwin (Werner Herzog)They Shall Not Grow Old - Per sempre giovani (Peter Jackson)Diamanti grezzi (Josh e Benny Safdie)Le streghe (Robert Zemeckis)Soul (Pete Docter)Regista dell'anno: Corneliu Porumboiu ("La Gomera - L'isola dei fischi")Attore dell'anno: Roschdy Zem ("Roubaix, una luce")Attrice dell'anno: Paula Beer ("Undine - Un amore per sempre")Sceneggiatura dell'anno: Damiano e Fabio D'Innocenzo ("Favolacce")Colonna sonora dell'anno: Joe Delia ("Siberia")Fotografia dell'anno: Leonardo Simões ("Vitalina Varela")Montaggio dell'anno: Joel Cox ("Richard Jewell")Rivelazione dell'anno: Fotinì Peluso ("Cosa sarà")Contributo tecnico di rilievo: "Tenet"Miglior opera prima: "Palm Springs - Vivi come se non ci fosse un domani" di Max BarbakowGIUSEPPE GANGISegnalazioni:Stato di grazia: The Woman Who Ran di Hong Sang-sooAmericana: "City Hall" di Frederick WisemanCasa: Moving On di Yoon Dan-biLo stato delle cose: Sorry We Missed You di Ken LoachLe donne ci guardano: Mai raramente a volte sempre di Eliza Hittman Voglio vederti danzare: Ema di Pablo LarraínUn ipotetico diario cinefilo della quarantena: "Ne croyez surtout pas que je hurle" di Frank BeauvaisMiglior regista: Pedro Costa ("Vitalina Varela")Miglior attore: Roschdy Zem ("Roubaix, una luce")Miglior attrice: Paula Beer ("Undine - Un amore per sempre")Miglior coppia: Willem Dafoe e Robert Pattinson ("The Lighthouse")Miglior sceneggiatura: Charlie Kaufman ("Sto pensando di finirla qui")Miglior fotografia: Ksenia Sereda ("La ragazza d’autunno")Miglior montaggio: Ronald Bronstein, Benny Safdie ("Diamanti grezzi")Miglior colonna sonora: Nicolas Jaar ("Ema")Rivelazione dell'anno: Mariana Di Girolamo ("Ema")DIEGO CAPUANOSegnalazioni:Anima: "Soul" (Pete Docter, Kemp Powers)Ritmo: "La storia dei Beastie Boys" (Spike Jonze)Cervello: "Alice e il sindaco" (Nicolas Pariser)Coscienza: Richard Jewell (Clint Eastwood)Cuore (I): "Sorry We Missed You" (Ken Loach)Cuore (II): "Cosa sarà" (Francesco Bruni)Miglior regiaAgnès Varda (per la vita e le immagini rievocate in "Varda by Agnès")Miglior attoreElio Germano ("Volevo nascondermi"), Roschdy Zem ("Roubaix, una luce")Miglior attriceVitalina Varela ("Vitalina Varela")Miglior sceneggiaturaNicolas Pariser ("Alice e il sindaco")Miglior fotografiaKsenia Sereda ("La ragazza d’autunno")Miglior montaggioRonald Bronstein, Benny Safdie ("Diamanti grezzi")Rivelazione dell'annoViktorija Mirošničenko, Vasilisa Perelygina ("La ragazza d’autunno")MATTEO DE SIMEI5 Autori:Vitalina Varela (Pedro Costa)L'uomo invisibile (Leigh Whannell)La ragazza d'autunno (Kantemir Balagov)Richard Jewell (Clint Eastwood)Mank (David Fincher)Corto 2020: Nimic (Yorgos Lanthimos)Miglior regia: Charlie Kaufman (“Sto pensando di finirla qui”) Miglior attore: Adam Sandler ("Diamanti grezzi") Miglior attrice: Léa Seydoux ("Roubaix – Una luce nell’ombra") Migliore sceneggiatura: Aaron Sorkin ("Il processo ai Chicago 7") Migliore colonna sonora: Nicolas Jaar ("Ema") Miglior fotografia: Leonardo Simões ("Vitalina Varela"), Darius Khondji  (“Diamanti grezzi”) Miglior montaggio: Ronald Bronstein, Benny Safdie ("Diamanti grezzi") Rivelazione 2020: Mariana Di Girolamo ("Ema")ANTONIO PETTIERRESegnalazioni:High Life (Claire Denis)Ema (Pablo Larrain)Soul (Pete Docter, Kemp Powers)Beasts Clawing at Straws (Kim Yong-hoon)Da 5 Bloods - Come fratelli (spike Lee)Italiano dell'anno: Spaccapietre (Massimiliano e Gianluca De Serio)Cortometraggi d’autore: What Did Jack Do? (David Lynch); Nimic (Yorgos Lanthimos)MATTEO PERNINISegnalazioni:Matthias & Maxime (Xavier Dolan)La Gomera – L’isola dei fischi (Corneliu Porumboiu)Sorry We Missed You (Ken Loach)Richard Jewell (Clint Eastwood)L’immensità della notte (Andrew Patterson)Miglior regia: Pedro Costa (“Vitalina Varela”)Miglior sceneggiatura: Charlie Kaufman (“Sto pensando di finirla qui”)Miglior interpretazione: Paula Beer (“Undine – un amore per sempre”)Miglior fotografia: Leonardo Simões (“Vitalina Varela”)Miglior montaggio: Ronald Bronstein, Bennie Safdie (“Diamanti grezzi”)Miglior cortometraggio: “What Did Jack Do?” (David Lynch)ALBERTO MAZZONISegnalazioni:Favolacce (Damiano D'Innocenzo - Fabio D'Innocenzo)Bacurau (Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles)Mank (David Fincher)Beach Bum - Una vita in fumo (Harmony Korine)Muori papà... muori! (Kirill Sokolov)STEFANO SANTOLISegnalazioni:Denaro. "Diamanti grezzi" (Safdie Bros.), First Cow (Kelly Reichardt)Diseguaglianze. "Sorry We Missed You" (Ken Loach), "Bacurau" (Kleber Mendonça Filho, Juliano Dornelles)Dipendenze. Little Joe (Jessica Hausner), Sto pensando di finirla qui (Charlie Kaufman)Relazioni. "Due" (Filippo Meneghetti), "Roubaix, una luce" (Arnaud Desplechin)Serie. "Loop" (Tales from the Loop), "We Are Who We Are" (Luca Guadagnino)EUGENIO RADINSegnalazioni:"Wolfwalkers - Il popolo dei lupi" (Tomm Moore, Ross Stewart) - La bellezza e originalità delle animazioni."Sto pensando di finirla qui" (Charlie Kaufman) - Straniamento e smarrimento.Fireball - Messaggeri dalle stelle (Werner Herzog, Clive Oppenheimer) - Trascendere la materia."L'uomo invisibile" (Leigh Whannell) - Il nemico è invisibile."Favolacce" (Fabio D'Innocenzo, Damiano D'Innocenzo) - Fiabe contemporanee.RUDI CAPRASegnalazioni: Il buono - "L’immensità della notte" (Andrew Patterson)Il brutto - "The Lighthouse" (Robert Eggers)Il cattivo - "Nimic" (Yorgos Lanthimos)DIEGO TESTASegnalazioni:"L’immensità della notte" (Andrew Patterson) - Esordio alieno."Roubaix, una luce" (Arnaud Desplechin) / Tenet (Christopher Nolan) - Sezionare il cinema.Tyler Rake (Sam Hardgrave) / Un lungo viaggio nella notte (Bi Gan) - Piani sequenza."Favolacce" (Damiano D’Innocenzo, Damiano D’Innocenzo) / Monos - Un gioco da ragazzi (Alejandro Landes) - Libertà espressiva."We Are Who We Are" (Luca Guadagnino) - Altri seriali.DOMENICO IPPOLITOSegnalazioni:"First Cow" (Kelly Reichardt)Schwesterlein (Stéphanie Chuat, Véronique Reymond)Berlin Alexanderplatz (Burhan Qurbani)La casa dell'amore (Luca Ferri)Family Romance, LLC (Werner Herzog)LUCA SOTTIMANOSegnalazioni:"In Between Dying" (Hilal Baydarov) - inedito:  la grande (e anche unica) sorpresa del Concorso della 77° Mostra di Venezia"Guerra e Pace" (Martina Parenti, Massimo D’Anolfi) – inedito:  passato in Orizzonti a Venezia, profonda riflessione sulle immagini e sulla memoriaMandibules (Quentin Dupieux) -  inedito: un Dupieux alla massima potenza, che in Italia sarà distribuito da I Wonder Pictures."We are Who We are" (Luca Guadagnino) – folgorazioni seriali, pt.1"Normal People" (Sally Rooney) – folgorazioni seriali, pt. 2Il momento più emozionante: il finale della seconda stagione di "The Mandalorian".VINCENZO CHIEPPASegnalazioni:Script di livello: "Alice e il sindaco" (Nicolas Pariser) / Il re di Staten Island (Judd Apatow) / On the Rocks (Sofia Coppola)Animazione di livello: Buñuel nel labirinto delle tartarughe (Salvador Simó) / "Soul" (Pete Docter, Kemp Powers)Tecnicamente ineccepibili: "La ragazza d’autunno" (Kantemir Balagov) / "Vitalina Varela" (Pedro Costa)Nell'anno dei quattro lungometraggi di Herzog distribuiti in Italia, il più ispirato: "Family Romance, LLC" (Werner Herzog)Lezioni di documentario politico, dal Brasile: "Indianara" (Aude Chevalier-Beaumel, Marcelo Barbosa) / Your Turn (Eliza Capai) Miglior regista: Sam Mendes per "1917"Miglior fotografia: Leonardo Simões per "Vitalina Varela"Miglior attore (protagonista): Adam Sandler per "Diamanti grezzi"Miglior attrice (non protagonista): Glenn Close per "Elegia americana"ALESSANDRO CORDASegnalazioni:Richard Jewell (Clint Eastwood)Mank (David Fincher)Ema (Pablo Larrain)JoJo Rabbit (Taika Waititi)Tenet (Christopher Nolan) ]]> [Speciali] - I film del 2020 - La classifica dei nostri lettori http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/i-film-del-2020-la-classifica-dei-nostri-lettori.html Mon, 28 Dec 2020 16:48:51 +0100 Redazione di Ondacinema Giunti alla fine di quest’anno cinematografico è legittimo chiedersi se valga la pena individuare le migliori pellicole di questi scalognati dodici mesi in cui i cinema sono stati generalmente chiusi e i festival costretti a continue proroghe o a ripiegare su più o meno riuscite edizioni online. Eppure, ci sembra che sia stolidamente pessimista fermarsi a riflettere solo sull’indubbio brutto colpo subito dal cinema che amiamo, nelle sue forme più tradizionali, quando lo streaming ha permesso come non mai agli audiovisivi di avere un proprio necessario spazio, di non essere dimenticati, in quest’epoca di crisi. Ben vengano le piattaforme OTT che ormai tiranneggiano nel settore, così come i corrispettivi più di nicchia che hanno avuto una certa crescita durante la crisi sanitaria oppure i festival in streaming, se sono l’unico mezzo rimasto al cinema per raggiungere il suo obiettivo finale, che è arrivare agli spettatori, ammaliarli, influenzarli, farli riflettere. La speranza, mentre noi e voi lettori e lettrici decidiamo quale sarà la pellicola che erediterà la corona di miglior film dell’anno da “Parasite”, è che nei prossimi mesi divenga nuovamente possibile andare in sala e che, a differenza di quanto avvenuto nei mesi estivi, il cinema possa conseguire risultati positivi anche nella sua forma classica, nel buio di una sala, schiacciati da un enorme schermo. Non ci resta ora che passare ai fatti e darvi alcune semplici informazioni sulla compilazione delle classifiche! Riepiloghiamo, in estrema sintesi, le poche regole che dovete ricordare. Chiunque può partecipare. Potete inviarci la vostra classifica in due modi: 1. Tramite mail da inviare all'indirizzo ufficiale di Ondacinema:  ondacinema.redazione@gmail.com 2. Pubblicando la vostra personale graduatoria in risposta al post che troverete da oggi sulla nostra pagina ufficiale di Facebook. Ovviamente, potete mandarci la vostra classifica una sola volta, scegliendo il modo tra i due sopraccitati che preferite (e si prega di non ripeterla sotto gli eventuali repost di questo speciale che verranno fatti su Facebook). Poche e semplici regole: - sono considerati votabili tutti i film usciti per la prima volta sul mercato italiano dal 1° gennaio al 31 dicembre 2020. Valgono quindi sia le estemporanee uscite nelle sale (a eccezione di pellicole prodotte prima del 2016 e che hanno ottenuto distribuzione solo quest’anno, come “Dogtooth”), che i film (recenti anche in questo caso) distribuiti tramite piattaforme streaming, siano esse mainstream (come Netflix o Amazon Prime Video) o rivolte a pubblici di nicchia (ad esempio, Mubi o Farestream). - la classifica deve essere composta da dieci film ordinati dalla prima alla decima posizione senza ex aequo, adoperando il titolo italiano ed elencandoli tramite un elenco puntato (ad esempio, 1. Labyrinth of Cinema, 2. Promare, etc...). Verranno assegnati dieci punti al primo titolo, nove al secondo e così via. Siete liberi di mandarci una classifica più lunga, anche se ai fini del conteggio finale varranno solo i primi dieci titoli. Vi consigliamo comunque di allungare la vostra graduatoria oltre il decimo posto, in modo tale che se qualche titolo fosse invalido potremmo procedere con uno slittamento a scalare nelle posizioni successive; - le classifiche devono pervenirci entro e non oltre le ore 23.59 del 5 gennaio 2021. La top 10 risultante dalle vostre scelte sarà pubblicata come "Classifica dei Lettori", accompagnando quella della redazione e dei singoli redattori nello speciale più atteso e letto di Ondacinema. E ricordate, “taffetà”! ]]> [Speciali] - "Le regole del cavaliere" di Ethan Hawke http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/le-regole-del-cavaliere-di-ethan-hawke.html Tue, 15 Dec 2020 17:15:21 +0100 Domenico Ippolito Ammirare Ethan Hawke - seppure su YouTube - mentre presenta la sua opera letteraria alla Shakespeare & Co., storica libreria anglofona di Parigi, non è solo un déjà-vu dell’indimenticabile apertura del film “Before Sunset”, in cui Jesse introduceva il suo bestseller e incontrava la vecchia fiamma Céline, ma anche l’ennesima dimostrazione del modo in cui questo attore sia riuscito a coniugare arte e vita, nonché cinema e letteratura, come pochi altri interpreti della sua generazione. Difatti, Hawke si è costruito un’identità assolutamente peculiare nello star system hollywoodiano, scegliendo film e impersonando uomini in balia di tormenti interiori e tuttavia alla continua ricerca di sfide: dal timido poeta sui banchi di scuola de “L’attimo fuggente” di Peter Weir al ragazzone texano alla scoperta del vecchio Continente (e dell’amore) nella già citata trilogia di Richard Linklater, passando per la spaesata recluta nel feroce addestramento di “Training Day” fino al progetto ultradecennale di “Boyhood”, e molto altro ancora. Parallelamente, Hawke si è lanciato in una carriera letteraria piuttosto interessante, con due romanzi usciti in Italia per minimum fax e la graphic novel “Indeh” per Mondadori, a cui si aggiunge questo libro, “Le regole del cavaliere”, pubblicato in Italia lo scorso novembre in un’elegante edizione dalla casa editrice Sonda, nella traduzione dall’inglese di Francesco Paolo Ferrotti. L’autore utilizza il classico espediente del ritrovamento di un vecchio manoscritto, vergato in lingua cornica da un suo antenato, Sir Thomas Lemuel Hawke, per dare voce in prima persona al cavaliere, che imbastisce un lungo racconto epistolare indirizzato ai figli. Siamo nell’anno 1483 e il nostro è in procinto di affrontare la battaglia campale di Slaughter Bridge, senza sapere se potrà più rivedere i suoi cari. Così, inserisce nella missiva una serie di regole e consigli su come affrontare la vita con onestà, rettitudine, senso di giustizia, fedeltà, sottolineando l’importanza dell’amicizia e della ricerca dell’amore. Sono calibrati sapientemente i passaggi in cui il cavaliere ci racconta l’apprendistato ricevuto dal Nonno, una figura di estrema dignità e saggezza, grazie all’inserimento di aneddoti dai quali trarre preziosi insegnamenti. Ogni capitolo ha come argomento una regola-virtù: cos’è la Grazia, ad esempio? “È la capacità di accogliere il cambiamento. Sii aperto ed elastico. Ciò che è fragile si spezza.” Quando si tratta della Generosità, l’autore afferma: “Sei nato senza possedere nulla e te ne andrai da questa vita con nulla addosso. Sii frugale e riuscirai a essere generoso”. Questo ci suggerisce, invece, la Dedizione: “Si perseverante. L’incudine resiste al martello”. È impossibile non notare la torsione letteraria di Hawke scrittore, che aveva esordito con “L’amore giovane” (The Hottest State, da cui aveva firmato anche la versione cinematografica), un romanzo legato alla gioventù e alla passione sfrenata ma a volte inconcludente; soprattutto nel suo secondo libro, “Mercoledì delle ceneri”, lo stile diventava intriso di un linguaggio così onesto e diretto da suonare quasi brutale, tanto forte era l’aderenza ai suoi personaggi, in cui spiccavano un militare marcio e drogato e la sua ex in fuga dal mondo. Con “Le regole del cavaliere”, Hawke cambia decisamente passo: l’opera non è classificabile, in fin dei conti, come romanzo, ma s’iscrive a più generi ponendosi a metà strada tra manuale di crescita personale e racconto filosofico. Il testo scorre lieve nella sua profondità, rifuggendo la pedanteria grazie a una lingua che oscilla tra la purezza della narrazione e la classicità della prosa, creando non di rado immagini vivide e potenti. Sfocia anche nella poesia, quando presenta in coda il canto di ispirazione medievale “La ballata del cervo rosso a quarantaquattro punte”. In uno degli episodi in cui ripercorre la sua formazione, Thomas ci racconta dell’invidia provata verso Roan, giovane scudiere del Nonno, forte, intelligente e molto bello. Roan eccelle davvero in tutto, e il confronto impietoso getta nello sconforto Thomas, facendolo sentire un mediocre. Eppure, il valente scudiero è destinato a morire in età prematura al termine di una battaglia. Thomas comprende allora l’inutilità della sua gelosia e scrive: “Sentii la mancanza di Roan e capii troppo tardi che la sua eccellenza non era per me un motivo di umiliazione. Mi aveva messo alla prova e mi aveva reso più forte. (…) Quel pomeriggio imparai che la pioggia scende su tutti allo stesso modo.” Ethan Hawke ha dichiarato che l’episodio è ispirato al legame con River Phoenix, il giovane attore americano deceduto nel 1993 a soli ventitré anni, uno dei grandi talenti di Hollywood del periodo, con il quale Hawke si sentiva in competizione. Ne “Le regole del cavaliere” è fortissima, dunque, la percezione di sentimenti autentici: dentro la dimensione intima della narrazione, nei disegni degli uccelli posti in apertura ai capitoli (realizzati dalla moglie dell’autore), negli accorati insegnamenti del cavaliere, si intravede in controluce la figura di Hawke stesso e dei suoi figli, ai quali il libro è rivolto, e che in una certa misura hanno contribuito alla sua realizzazione, accanto ad altre ispirazioni espressamente citate. Lo scrittore si è definito, infatti, un redattore piuttosto che unico autore, quasi a giustificarne il carattere polifonico, rintracciabile nei numerosi legami affettivi di cui l’opera è pregna. Nell’ultimo capitolo del libro, Hawke non omette di trattare il tema della Morte, o meglio, della paura di morire; perché persino un cavaliere come il Nonno, di fronte all’estremo passo, può vacillare. Eppure, mentre abbandona la sua armatura davanti all’oceano, l’autore scrive che “… si ricordò che non era l’unico a morire. C’erano tanti altri che stavano morendo nello stesso istante; e c’erano tanti altri che nascevano. Non era solo. (…) Gli sembrava di ascoltare il suono dell’intera sua generazione trascinata via dal mare, come le onde che si frangevano sulla spiaggia e ritornavano indietro.” “Le regole del cavaliere” è un libro, dunque, che suggella un’evoluzione, e la lettera è la testimonianza dell’esperienza personale di un uomo passato dalla ricerca del suo posto nel mondo a saggio consigliere verso chi quel posto deve ancora trovarlo. Proponiamo un altro passaggio significativo del capitolo VII, dedicato alla regola del Perdono, la quale recita: “chi non riesce a perdonare facilmente non avrà molti amici. Cerca il meglio negli altri e in te stesso”. Nel corso del capitolo si legge: “Non abbiamo bisogno di una famiglia perfetta o della comunità ideale. Quella che abbiamo è già abbastanza buona per cominciare ad assolvere al nostro compito. Per fare rotta a nord, un cavaliere può seguire la Stella polare, ma ciò non significa che debba arrivare fino alla Stella polare. Il dovere di un cavaliere è soltanto di procedere in quella direzione.”   Ringraziamo il traduttore Francesco Paolo Ferrotti e la casa editrice Sonda per la preziosa collaborazione ]]> [News] - I vincitori del 38° Torino Film Festival http://www.ondacinema.it/news/annunciati_i_vincitori_del_38_torino_film_festival.html Sat, 28 Nov 2020 19:10:58 +0100 Redazione [Speciali] - Conversazioni sul cinema (e su Cimino) - Incontro con Giampiero Frasca http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/il-cinema-di-michael-cimino-conversazione-con-giampiero-frasca.html Fri, 13 Nov 2020 23:18:05 +0100 Vincenzo Chieppa Giampiero, innanzitutto ti chiedo: perché Cimino? Ti potrei rispondere perché è stato un grande regista incompreso, che si è adattato troppe volte a girare progetti in cui non credeva cercando di imprimervi un’impronta personale al solo scopo di avere un’altra possibilità. Ma il motivo reale non è questo. E non è nemmeno per tentare di rivalutarlo, perché altro ci vorrebbe che un libro giunto quattro anni dopo la sua morte. Forse non è corretto dirlo, perlomeno così apertamente, perché la critica non dovrebbe avere come motore i sentimenti, quanto il giusto distacco per adottare un’equa prospettiva, ma questo libro è un atto d’amore. Per un autore che aveva una visione particolare del cinema e che ha realizzato due capolavori assoluti e almeno tre film più che buoni. Si è gridato al miracolo spesso per autori meno visionari e con un livello medio qualitativo molto inferiore di quello mostrato da Cimino. Che dal canto suo, ha subito una serie di congiunture sfavorevoli ma ha avuto anche alcune colpe che a Hollywood non ti puoi permettere. E il suo difetto più grande è stato di non avere nessuna percezione del concetto di limite, che per una casa di produzione è certamente una colpa da condannare, ma per l’arte del cinema, se solo il film dovesse arrivare al suo pieno compimento, potrebbe essere la linea di congiunzione con l’assoluto. Pur senza trascurare gli altri film, si può dire che siano due le opere per cui ci si può innamorare di Cimino. "Il cacciatore", che fu un successo clamoroso, e "I cancelli del cielo", che è invece diventato l’emblema del fallimento nel cinema moderno, tanto quanto "Cleopatra" di Mankiewicz lo fu per il cinema classico americano. L’alfa e l’omega della sua filmografia. L’inizio possibile di una carriera sfolgorante e la rovinosa caduta. È successo decine di volte, ma per farlo succedere nell’arco di due soli anni, tra una pellicola e la susseguente, bisogna possedere una vocazione intima verso la sciagura che ha pochi eguali nel mondo sensibile. Cimino passa dai 5 Oscar per "Il cacciatore" ad essere il nome sulla lista nera di ogni Studios dopo "I cancelli del cielo". La sua carriera, riassumendo, è tutta qua, nel biennio tra il 1978 e il 1980. Tutto quello che c’è prima e tutto ciò che faticosamente farà dopo, scendendo a compromessi prima impensabili, è come se non fosse mai esistito, perché è durato esclusivamente lo spazio dell’uscita in sala, quando i suoi progetti sono riusciti a giungervi. Eppure, prima de "Il cacciatore" c’era stato "Una calibro 20 per lo specialista", al termine del quale Clint Eastwood, sempre piuttosto parco di complimenti, lodò Cimino per la sua capacità di "restituire l’immensità", grazie al suo senso innato del paesaggio. E dopo "I cancelli del cielo", che è stato sì un fallimento finanziario, ma che sul piano visivo è pur sempre uno dei film più appaganti della storia del cinema, Cimino ha realizzato un ottimo thriller come "L’anno del dragone", un film ingenuo ma esteticamente apprezzabile come "Il siciliano" e un’opera dalla visione prospettica ambiziosa come "Verso il sole". Ma, ripeto, è come se non li avesse mai realizzati. Nel 2003 hai intervistato Cimino, quando venne a Torino, al Museo del Cinema, a presentare la versione integrale de "I cancelli del cielo". Al di là di quello che ti disse, che è riportato per esteso nel tuo libro, vuoi dirci che impressione ti fece? Una persona molto disponibile, con occhiali scuri perennemente inforcati a rendere l’aspetto enigmatico e con una gran voglia di parlare del suo cinema, delle sue fonti di ispirazione, di ciò che poteva essere e non è stato. Una persona dotata di grande cultura, capace di spaziare tra vari argomenti e da una disciplina all’altra. Non è un caso che nonostante le mie domande fossero piuttosto precise, le risposte si allargavano fino a giungere a un punto totalmente imprevisto. Per cui nel libro le sue ampie risposte sono state organizzate intorno a un tema comune e non riferite a una singola domanda, come se fosse una raccolta di dichiarazioni. L’impressione netta che ho avuto è stata di un uomo a cui era stata tolta la possibilità di esprimere la ricchezza che sentiva dentro: non voglio offrire un’impressione melodrammatica, ma il fatto che ci mettesse un calore particolare per spiegare minuziosamente quello che avvertiva e che ci tenesse a trasmetterlo nel dettaglio, mi ha lasciato questa sensazione molto forte. Cimino è stato accusato di essere fascista ai tempi de "Il cacciatore", comunista per "I cancelli del cielo", razzista all’uscita de "L’anno del dragone"... … revisionista per la figura di Salvatore Giuliano raccontata ne "Il Siciliano", fomentatore della violenza domestica per "Ore disperate", dimenticando che era un remake di un film di Wyler, tratto a sua volta da un dramma di Joseph Hayes. E, infine, credulone new age per "Verso il sole". Se si eccettua "Una calibro 20 per lo specialista", tutti i suoi film si sono segnalati più per le polemiche che li hanno accompagnati che per l’effettivo valore. Anche "Il cacciatore", nonostante il successo, ebbe la sua dose monumentale di polemiche e accuse. Jane Fonda, che all’epoca era soprannominata "Hanoi Jane" per la sua simpatia verso la causa vietnamita, dichiarò che Cimino era più a destra di John Wayne, che era pur sempre uno dei responsabili di "Berretti verdi", pellicola reazionaria che appoggiava spudoratamente l’intervento americano durante il conflitto nel sudest asiatico. Inoltre, lo studio di un gruppo di psichiatri gli addossò la responsabilità di ben 43 suicidi di giovani che avevano visto poco tempo prima la scena della roulette russa, rimanendone evidentemente sconvolti. Miracolosamente, con una giravolta trasformista che non si sarebbe vista neanche durante la compravendita dei senatori della II Repubblica, Cimino per la stampa diventa invece comunista dopo "I cancelli del cielo" e questo per aver mostrato simpatia verso la causa degli immigrati, vessati dai grandi allevatori del Wyoming dietro cui si celava l’immagine del Capitale. Tutto ciò a ridosso dell’elezione a presidente americano di Ronald Reagan, per cui se si può accusare di qualcosa Cimino è sicuramente di scarso tempismo. Polemiche che poi, per altre pellicole, riguardarono anche intellettuali italiani: Sciascia, per esempio, che è uno scrittore che apprezzo da sempre, criticò aspramente "Il Siciliano" e il suo relativismo storico premettendo di non aver comunque visto il film. Cimino è sempre stato un polarizzatore di reazioni negative: sarebbe facile spiegarlo con il destino o con la sfortuna, ma credo che tutto dipenda dalla sua propensione a estremizzare reazioni e passioni che poi, dopo il fallimento nel 1980, hanno permesso che il livore di molti si scatenasse, secondo la logica sciacallesca per cui è semplice – e a volte gratificante – dare addosso a chi sta annaspando. Questa tua monografia ha avuto una gestazione travagliata, non dico come "I cancelli del cielo", ma sembra che anch’essa sia stata toccata da questa sorta di maledizione che attornia la figura di Michael Cimino… Questo è un libro progettato fin dal 2003, all’epoca dell’intervista. Ma si tratta di Cimino e Cimino, già nel 2003, era un nome destinato all’oblio. Era inattivo da sette anni, aveva sperato di vincere il Festival di Cannes con "Verso il sole", ma Coppola, presidente della giuria, gli preferì Mike Leigh con "Segreti e bugie" e Cimino non glielo perdonò. Cullava ancora il grande sogno di rilanciarsi con un film tratto da "La condizione umana" di Malraux, ma dopo infruttuosi contatti con produttori indipendenti e una sceneggiatura commissionata che non lo soddisfaceva, l’ipotesi tramontò. Ormai era un monumento all’idea di se stesso che andava in giro per festival e musei a presentare la copia integrale de "I cancelli del cielo", sforzandosi di far capire alle nuove generazioni che capolavoro fosse, che raccoglieva premi e riconoscimenti, anche di pregio (l’Ordine delle arti e delle lettere in Francia, Il Pardo d’onore a Locarno), che pubblicava romanzi e memoir volti a dimostrare la sua inesausta voglia di comunicare, ma ormai era fondamentalmente un reduce. Non dico che fosse normale che la casa editrice con cui ero in contatto e per la quale avevo scritto anche il primo capitolo si sia tirata indietro, malgrado quello di Cimino fosse l’unico nome di rilievo non ancora ospitato nella loro collana, però da un punto di vista dell’appeal posso anche comprenderlo. L’idea del libro è poi risorta nel 2016, quando Cimino è morto. Gremese e il suo direttore della collana, Enrico Giacovelli, si sono mostrati subito disponibili e devo ammettere che nel cambio la monografia ci ha guadagnato, perché questa edizione è ricolma di fotografie e fotogrammi (a colori), è stampata su carta patinata ed è sicuramente più elegante e accattivante rispetto a quanto non sarebbe stata quella del 2003. Tuttavia, il libro, terminato tre anni fa, ha subito alcuni ritardi, rinvii, ostacoli che ne hanno posticipato la pubblicazione. Qualcuno si può ascrivere sempre allo scarso fascino di Cimino, qualcun altro a motivi gravi e strutturali, come il lockdown della scorsa primavera. La complessa storia di questo libro si può raccontare in molti modi, a seconda del tono che si vuole adottare: può essere un racconto grottesco o una narrazione mystery che utilizza la sventura aleggiante su Cimino per dotarsi di un tono avvincente. Considerandola dall’inizio, è una storia lunga 17 anni che si può riempire con la sfumatura narrativa che si crede più opportuna ma con un’unica inconfutabile verità: se il libro fosse uscito nel 2003 sarebbe stato uguale a oggi, perché in tutto il tempo trascorso la carriera di Cimino è rimasta immobile. Ci sono registi che con il tempo sono stati rivalutati, facendone emergere un profilo autoriale inizialmente sottovalutato dalla critica (gli esempi più famosi sono quelli di Welles e Hitchcock). E altri che invece, dopo un’iniziale esaltazione, sono caduti inesorabilmente nell’oblio. A tuo avviso come sarà valutato Cimino nei prossimi decenni? Verrà fuori un Truffaut delle nuove generazioni a dimostrare a tutti che si trattava di un genio incompreso? O è un’etichetta che gli si può già affibbiare, e che solo col tempo porterà a collocarlo nel posto che merita nella storia del cinema? Per quanto ti ho detto prima, credo proprio di no. È pur vero che una rivalutazione non si nega a nessuno, come insegna la critica degli ultimi venticinque anni. E anche i Giovani turchi francesi non rivalutarono solo Hitchcock, ma pure Tashlin e Gerd Oswald. È solo una questione di mode, alla fine. Ma sarebbe il colmo se Cimino fosse in qualche modo rivalutato, visto che è nato demodé. È stata questa la sua grande contraddizione: fare film ispirati alle grandi narrazioni del passato all’interno del sistema hollywoodiano anni Settanta, rinnovato e proiettato verso il futuro. Un dissidio insanabile che lo ha condannato alla progressiva estinzione. Welles e Hitchcock, che citi, erano avanti di vent’anni, Cimino indietro di più di trenta. È tutta una questione di orientamento dello sguardo: innovativo, quello di Welles e Hitchcock, capace di disorientare perché molto più avanti di chi era chiamato a giudicarne i lavori. Cimino era invece dedito alla perfezione classica dell’immagine e a uno storytelling di ampio respiro, arioso, bisognoso di rispecchiarsi nella definizione dei suoi personaggi. È il cinema che avrebbe fatto Tolstoj, se avesse imbracciato una macchina da presa. Chi guarda indietro lo può fare in modo impeccabile ma difficilmente sarà riconosciuto come un genio. E se fosse rivalutato come tale, sarebbe l’ennesima beffa patita oltre tempo massimo, quando l’unica cosa che gli interessava, quando era in vita, era girare secondo quelle che erano le sue caratteristiche e la sua visione. Libero, senza costrizioni. E senza polemiche, dopo. Oltre a Cimino, un altro tuo campo di studio è quello dei videosaggi, su cui di recente hai tenuto un intervento a un convegno organizzato da FIC - Federazione Italiana Cineforum. Si tratta sicuramente di un tema molto caldo nell'attuale dibattito tra gli addetti ai lavori, per certi versi emblematico di come la critica si stia evolvendo da una concezione più tradizionale (quella del testo scritto, della "banale" recensione) a una visione moderna, capace di intercettare l'evoluzione tecnologica, ma anche sociale, dei nostri tempi, sempre più veloci e connessi, in cui il ruolo della visione sembra insidiare - ancor più che in passato - quello della lettura. Il videosaggio è l'uovo di Colombo, perché è il modo più immediato e naturale di parlare di cinema: le immagini che commentano le immagini. Negli ultimi anni, con le tecnologie digitali a disposizione di tutti e anche con una cultura diventata sempre più partecipativa, c'è stata una proliferazione che pare una rivoluzione della critica, anche se in realtà è solo la congiuntura a essere favorevole, perché la tendenza, la visione di una possibilità di questo tipo era presente già in parte del cinema documentaristico degli anni Venti. Così l'appassionato si affianca al critico ed entrambi si accostano al videomaker. Almeno idealmente.Quando parlo di videosaggio intendo in particolare i Supercut, ossia i montaggi che si soffermano sui modelli ricorrenti di regia, sulle ripetute ossessioni estetiche di un autore o sulle costanti di un movimento, di un periodo, perché il videosaggio, a rigor di definizione, è soprattutto l'equivalente di un'argomentazione scritta, in questo caso letta, magari recitata, accompagnata dalle immagini e spesso questo tipo di operazioni video, benché durino di meno, sono altrettanto noiose dei saggi accademici sbrodolanti o autoriferiti.Nei casi migliori, invece, Supercut e Mashup uniscono il brio del videoclip alla possibilità di isolare e contemporaneamente mostrare il dettaglio su cui deve convergere l'attenzione di chi guarda: è un'immediatezza divertente, stimolante, spesso illuminante. Non ci si aggroviglia in periodi sintattici che talvolta tornano solo nella mente di chi li propone, questi prodotti si danno completamente in tutta la loro scintillante evidenza. Non creano un distacco dalla critica, invogliano invece alla visione e anche all'emulazione. Perché nella loro immediatezza paiono facili e invece sono ancora più complessi dell'aprire un foglio di word e scrivere concetti coerenti con l'appropriata consecutio temporum. Perché bisogna avere capacità di analisi e selezione dei materiali, doti innate di ritmo, conoscenza enciclopedica dell'argomento trattato. E' una parte corposa del presente e si svilupperà ancora di più nel futuro, non è l'apocalisse della critica, che però, se non vorrà essere considerata un passatempo per dinosauri, non ne potrà ignorare la lezione di armonia, freschezza, puntualità e senso del ritmo. Ed è un aspetto di cui dovranno tenere necessariamente conto anche le riviste, quelle su carta, invecchiate molto più del normale decorso dei tempi ancora prima di rendersene conto, e quelle online, costrette a pensare in termini di tempestività e brevità per catturare un pubblico che solitamente va di fretta. E ci dovrebbero pensare anche le case editrici, perché tutto quello che vale per le riviste si moltiplica quando si pubblica un libro a prescindere dalla qualità dell'autore. Per farti un esempio senza entrare troppo in dettagli fuori luogo, ho appena terminato di scrivere una storia del cinema vista da una prospettiva particolare, ma so perfettamente che se avessi voluto fare un lavoro davvero rivolto al futuro avrei dovuto pensare a un prodotto multimediale fatto esclusivamente di link a filmati, sequenze, scene, videosaggi su aspetti storici, contenutistici e di evoluzione stilistica, secondo una periodizzazione che tenesse conto del tessuto sociale in cui si sono originati e poi sviluppati. Senza parole scritte, solo riferimenti, indicazioni per accedere a un immenso database. Con il critico che diventa la guida di un viaggio nell'universo delle immagini, lasciando parlare loro e stando rispettosamente zitto. Al contrario di quello che ho fatto io adesso (ride). Ciò che dici è estremamente interessante, e mi ha fatto subito venire in mente un format innegabilmente superato come le enciclopedie multimediali del cinema, che ovviamente non sono strumento critico ma che potevano avere una loro funzione nell'educazione cinematografica del grande pubblico (e forse in alcuni anni lo hanno anche avuto). Uno strumento che poteva essere interessante, almeno come idea, ma che è stato inesorabilmente (e velocemente) superato, anche per effetto della rapida evoluzione tecnologica degli scorsi decenni. E l'altra cosa che mi è venuta in mente è il monumentale documentario di Cousins "The Story of Film: An Odissey", che è vero che è stato etichettato spesso come didascalico (e forse anche un po' retorico), ma che - anche in questo caso - poteva avere una sua funzione educativa, se non strettamente critica. Ecco, mi rendo conto di aver forse un po' modificato i termini del discorso, ma era soltanto per capire se strumenti per così dire tradizionali possono a tuo avviso costituire quanto meno una base di lancio per sviluppare un nuovo modo di fare critica. Per dire, anche una webzine potrebbe provare ad evolversi, ma ovviamente lo sforzo sarebbe ingente, in quanto comporterebbe una specializzazione a 360 gradi che abbracci un po' tutti i media. E, ovviamente, la cosa presupporrebbe la presenza di professionisti molto diversi tra loro e, soprattutto, estremamente specializzati nei loro ambiti. Esattamente, intendo proprio il principio regolatore delle enciclopedie multimediali a fare da base concettuale, ovviamente ampliato in un percorso critico e attualizzato rispetto all'evoluzione tecnologica. Con una possibilità trasversale e totalizzante di chiavi di ricerca per stili, movimenti, nomi conosciuti e sconosciuti, termini tecnici, classi di inquadrature ecc. Solo con immagini, sequenze, videosaggi, approfondimenti video: l'immagine con l'immagine, senza la parola scritta a mediare."The Story of Film: An Odissey", invece, lo utilizzerei solo come suggestione cinefila, perché lo trovo sconvolgente per due aspetti antitetici: per l'ampiezza ammirevole della sua ricerca e per l'arbitrarietà degli accostamenti, spesso ingiustificati, altre volte arditi o banali. E' un'opera monumentale ma zeppa di errori interpretativi e incapace di tenere conto di una molteplicità di aspetti che nello sviluppo della produzione cinematografica non si possono certo ignorare: non tutto ruota intorno alla genialità dell'autore, anche perché il genio è rarissimo, come ho già detto prima a proposito di Cimino, e se riempi di geni le tue 15 ore di ricostruzione storica rimaniamo fuori davvero in pochi. ___ Giampiero Frasca, Il cinema di Michael Cimino, Gremese, 160 p., ill., brossura, € 24,00. ]]> [Speciali] - Una cinefesta horror di Halloween http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/una-cinefesta-horror-di-halloween.html Thu, 29 Oct 2020 18:38:08 +0100 Redazione di Ondacinema Ci risiamo. Purtroppo i cinema hanno nuovamente chiuso i battenti, proprio poco prima della notte di Halloween: una festività che solitamente porta molte persone in sala a gustarsi l'horror del momento, pronti a saltare sulla poltrona masticando qualche dolcetto a forma di zucca o di teschio.Quest'anno, purtroppo, tutto ciò non sarà possibile. Così, in mancanza della sala, abbiamo pensato di rimediare consigliandovi venti ottimi titoli che potrete facilmente reperire nelle tre principali piattaforme di streaming (Netflix, Amazon Prime Video e Mubi) e gustarvi comodi comodi anche dal divano di casa vostra! I cataloghi online infatti sono ricchi, e non sempre è facile scegliere, soprattutto tra quei titoli meno noti che spesso però nascondono dei veri e propri gioiellini. Dimenticate quindi i classiconi intramontabili: non parleremo qui de "L'esorcista", di "Shining" o de "La notte dei morti viventi". Ciò che vi consigliamo è invece una selezione di titoli meno noti, passati in sordina o ingiustamente tralasciati dal grande pubblico, che potrebbero essere un'ottima compagnia con cui trascorrere la notte più spooky dell'anno. Dagli anni Sessanta fino a oggi, dall'America al Giappone, dallo slasher al comedy horror, da registi più affermati come Brian De Palma a talenti emergenti come Michael Laicini, abbiamo cercato di accontentare tutti i gusti.I titoli sono stati ordinati secondo il criterio cronologico, dal più datato al più recente e accanto ad ognuno di essi potrete trovare l'indicazione della piattaforma streaming su cui è disponibile. Ogni suggerimento è inoltre corredato di una pillola scritta da un nostro redattore, che vi possa aiutare a decidere quale dei film proposti fa più per voi. Insomma, una vera cinefesta in cui l'horror fa giustamente da padrone! Halloween è finamente arrivato: dolcetto o scherzetto? A voi la scelta...Carnival of Souls (Herk Harvey, 1962) - MubiUnico film girato da Herk Harvey, con pochi mezzi a disposizione, racconta di una ragazza scampata a un incidente d'auto e assunta come organista per una chiesa di Salt Lake City, calata in un'atmosfera sempre più straniante e sospesa tra la realtà e un'altra dimensione. Una storia di fantasmi, tanto angosciante quanto ammaliante, che si conclude con un twist memorabile. Harvey non solo anticipa di sei anni, nel finale, "La notte dei morti viventi" di George Romero, ma dirige con un senso dello spazio e dell'architettura che ricorda addirittura Antonioni. Una perla dell'horror, forse una vetta del genere in assoluto, ancora misconosciuta, assolutamente da riscoprire.Stefano SantoliReazione a catena (Mario Bava, 1971) - Amazon Prime VideoPare che "Reazione a catena" dovesse in origine intitolarsi: "Così imparano a fare i cattivi". A posteriori si può dire che i cattivi abbiano di fatto imparato molto dal film di Bava, che può essere considerato uno dei primi, se non il primo slasher movie della storia del cinema. Gli elementi tipici del genere ci sono tutti: dal maniaco omicida, alle morti cruente, alla pulsione erotica... Insomma, per tutti gli appassionati dei vari Michael Myers, Freddy Krueger, Jason Voorhees, "Reazione a catena" rappresenta un titolo imprescindibile oltre che, a nostro parere, uno dei migliori titoli del regista ligure.Eugenio RadinLe due sorelle (Brian De Palma, 1973) - Amazon Prime Video "Sisters" è una evidente dichiarazione di derivazione stilistica nei confronti di quello che Brian De Palma ha sempre considerato un suo maestro, Alfred Hitchcock. Dall'ecografia dei titoli di testa, che rimanda al re della suspense (ma anche al Kubrick di "2001"), ricordando quell'iride su cui il film torna con insistenza (il richiamo è, ovviamente, a "Psyco"). Alle note del grande Bernard Herrmann, che accompagnano le immagini.Il film è un horror-thriller incentrato sul tema del doppio, con richiami – oltre che a "Psyco" – a "Vertigo" e a "La finestra sul cortile". Ma "Sisters" è anche l'antesignano di un nuovo modo di concepire l'horror-thriller, con tocchi di modernismo e glamour ben lontani, questa volta, dalla tradizione hitchcockiana.Vincenzo ChieppaBlack Cat (Lucio Fulci, 1981) - MubiDal celebre racconto "Il Gatto Nero" di Edgar Allan Poe, Lucio Fulci e Biagio Proietti traevano la sceneggiatura di questo B-movie horror girato in Inghilterra, che in realtà di Poe ha ben poco, se non lo stesso gatto nero, l'idea del padrone che ne è ossessionato e qualcosa del finale.D'altra parte, il racconto era (ed è) decisamente troppo breve per poter essere trasposto in un intero lungometraggio e allora ecco costruito un ricco contorno, peraltro ben assortito, su cui si va a innestare l'idea originale dell'Autore di Boston. Interessante – ma, volendo, anche discutibile – la scelta di introdurre elementi soprannaturali (la parapsicologia e non solo), all'interno di un soggetto, quello di Poe, che invece affronta più che altro il tema dell'ossessione psicotica.Vincenzo ChieppaLa signora ammazzatutti (John Waters, 1994) - Amazon Prime VideoIl perbenismo e la felicità della classica famiglia americana conservatrice, con villetta a schiera, giardino ben curato e buoni rapporti col vicinato, può nascondere in realtà un lato drammatico e perverso. Nel 1999 Sam Mendes ce lo raccontava con "American Beauty" e nel 2002 con "Lontano dal paradiso" si faceva sotto anche Haynes. Ma nel 1994 John Waters  aveva già anticipato i tempi con un comedy horror splatter e divertentissimo che vede protagonista Beverly, casalinga americana di discreto successo con una segreta e indomabile passione per l'omicidio. Criticando la perfezione americana tutta di facciata e il voyeurismo sadico del giornalismo di cronaca, Waters fa un film che o si ama o si odia, e noi speriamo vivamente che nel vostro caso lo si ami!Eugenio RadinCube - Il cubo (Vincenzo Natali, 1997) - NetflixIn un futuro (o presente) distopico, un gruppo di sette persone è rinchiuso in un cubo, prigione ipertecnologica dove ognuno dovrà sopravvivere e superare mille trabocchetti tecnologici. Niente dolcetti, ma solo scherzi mortali (in un grande meccanismo scenico dal sapore kafkiano). Dal Canada, un sci-fi in salsa horror, disturbante, claustrofobico, letteralmente senza via d'uscita, per un'umanità rinchiusa in se stessa, condannata senza appello per colpe incomprensibili. Siete veramente innocenti anche voi?Antonio PettierreRing (Hideo Nakata, 1998) - Amazon Prime VideoAttenti alle videocassette! Eh, meno male che non ci sono più, si potrebbe dire, vedendo "Ringu" del regista giapponese Hideo Nakata, uno dei gioielli del J-horror. Però la televisione c'è sempre e la sua visione diventa un pozzo oscuro di immagini senza fondo da cui la paura cresce e si moltiplica. E Sadako può arrivare dopo una settimana quando meno te lo aspetti. Visione ancora oggi "paurosa" in questa storia di maledizione in salsa nipponica. Remake americano "The Ring" valido, ma l'originale rimane insuperabile.Antonio PettierreTroll Hunter (André Øvredal, 2010) - NetflixAndré Øvredal è un regista osservatore: i corpi dell'obitorio di "Autopsy", la concretizzazione delle paure dalle storie di carta al mondo reale di "Scary Stories" ma soprattutto la ricerca dei Troll tra i boschi norvegesi di questo esordio alla regia da solista. Il mockumentary non ha nulla di nuovo da esporre ma guai a dire che sia stato applicato come necessità. "Troll Hunter" non vuole mascherare alcuna mancanza da film indipendente, anzi è fortemente interessato a legare il genere alla terra natale del suo regista/sceneggiatore con efficacia. Realismo sì, ma cinico, divertente e curato con amore per il fantastico.Diego TestaCreep (Patrick Brice, 2014) - NetflixC'è un inglesismo che ritorna sempre di più nel linguaggio delle nuove generazioni: è l'aggettivo "creepy". Ma cosa significa esattamente questa parola? Una risposta a questa domanda può essere fornita dalla visione del found footage horror di Patrick Brice, pervaso dall'atmosfera malata, viscida e perturbante che ne fa un'opera estremamente "creepy", per l'appunto. Il film, divertentissimo, riesce ad essere al contempo incredibilmente spaventoso, grazie soprattutto all'interpretazione del protagonista: l'attore americano Mark Duplace. Un videografo di nome Aaron accetta il lavoro offertogli dall'eccentrico Josef. Costui, malato terminale, desidera registrare un diario affinché suo figlio, neonato, possa conoscere suo padre una volta cresciuto. Sara vero o sarà tutta una messa in scena, una trappola tesa da un maniaco in cerca di vittime?Eugenio RadinBaskin - La porta dell'inferno (Can Evrenol, 2015) - Amazon Prime VideoDalla Turchia arriva un horror sensoriale, con forti debiti verso gli anni '70 italiani e altre mille fonti di ispirazione, ma dotato di una sua malsana vitalità. La situazione di partenza è una specie di versione trash del capolavoro "C'era una volta in Anatolia" - poliziotti (forze dell'ordine) che vagano nella notte, con il confine tra la luce e il buio che diventa il confine tra l'ordine e il caos, tra il razionale e il magico, tra il sonno e la veglia, tra il nostro mondo e l'inferno. Quali incubi animano i confini in Turchia? Non esiste una trama che vada al di là del precipitare, ma il film si fa notare per un immaginario metal insolitamente efficace che somma inquietudini mistiche e gore cannibale.Alberto MazzoniBone Tomahawk (Steven Craig Zahler, 2015) - Amazon Prime VideoL'esordio alla regia di Zahler avviene con un western contaminato con l'horror, che si fa notare per l'asciuttezza di uno stile subito maturo, insieme sobrio e brutale, che sa preparare adeguatamente la deriva horror finale di violenza insostenibile dove il regista mette in scena uno squartamento ponendocelo di fronte agli occhi frontalmente, senza preavviso, senza enfasi e nessuna sbavatura. La contaminazione fra i generi è all'insegna del più crudo realismo e quanto di più lontano si possa immaginare dalle convenzioni postmoderne.Stefano SantoliGreen Room (Jeremy Saulnier, 2015) - Amazon Prime VideoAmbientato nell'arco di una notte all'interno della stanza del titolo, dove vengono rinchiusi i malcapitati membri di una band che si è esibita in un locale di neonazisti sperduto nelle foreste dell'Oregon, a colpire, di "Green Room", è la precisa connotazione politica dei villains, un branco di suprematisti bianchi, cuore di tenebra della remota provincia white trash. Le concessioni all'ironia compensano il côté horror di un film calibrato sul realismo. Il cinema di Saulnier è prova di un'estrema porosità dei generi, in cui la pervasività della violenza è trasversale a ogni tipo di messa in scena e rimanda innanzitutto alla realtà, piuttosto che ad (altro) cinema.Stefano SantoliGoksung - La presenza del diavolo (Na Hong-Jin, 2016) - Amazon Prime Video"Goksung-la presenza del diavolo" inietta un sentore della presenza del male che si insinua di pari passo piano sotto la pelle dello spettatore e dei protagonisti. Il regista, Na Hong-jin, sfruttando la lunga durata dell'opera, gioca sulle attese e sui cambi di rotta, ibridando l'horror (e i suoi filoni: ghost story, folk horror, diavoli, possessioni demoniache) con altri generi (black comedy, thriller, poliziesco), per un risultato complessivamente alquanto disturbante, che è anche un cupo specchio di un interno popolo e di un intera nazione.Luca SottimanoIl gioco di Gerald (Mike Flanagan, 2017) - NetflixÈ il primo dei due adattamenti di Stephen King firmati da Mike Flanagan, che sono anche i due migliori adattamenti kinghiani degli ultimi anni: il secondo è "Doctor Sleep" (2019; progetto coraggiosissimo, trattandosi del sequel di Shining). La trasposizione del romanzo del 1992 non era mai stata tentata perché tra i lavori di King meno facili da trasferire sullo schermo. Una donna rimane ammanettata a un letto dopo un gioco erotico col marito finito male (lui muore per attacco di cuore). Flanagan risolve i monologhi interiori facendola interagire con le proiezioni di una sé stessa più disincantata e del marito, che rivela la sua vera natura di maschio prevaricatore con fantasie di stupro. Confronto che la costringe a riportare a galla un atroce trauma rimosso.Stefano SantoliPelle (Eduardo Casanova, 2017) - NetflixI freaks di Eduardo Casanova abitano un mondo glitterato, roseo e rassicurante. La social identity ai tempi dei social media del bello, del sano e perfezionabile è negata dal turpe e inaccettato aspetto fisico. Avere un ano per bocca porta il soggetto a stigmatizzare il proprio sé prima di poterlo accettare, a cullare il desiderio di esserci nella rete sociale dell'immagine, garantista finché si ha qualcosa di bello da mostrare. Non sarà horror ma il voyerismo scabroso di "Piéles" accentua il messaggio fino alla chiara e diabolica esposizione dello stesso. Tanto da rendere inutile parlarne. Basta guardare.Diego TestaThe End? L'inferno fuori (Daniele Misischia, 2017) - Amazon Prime VideoSe Lucio Fulci nel 1979 poteva permettersi uno scontro acquatico zombie contro squalo, oggi dobbiamo accontentarci di un arcigno squalo della finanza barricato in un ascensore a fronteggiare ondate di infetti nel palazzo dell'azienda Panopticon (e la metafora sociale è servita). "Locke" incontra "Buried", e così Daniele Misischia tira fuori un piccolo miraggio zombie-like in un panorama italico avaro di mattanza b-moviesh vecchia scuola. Tra silenziosi establishment shots e angoli olandesi a pié sospinto, l'assedio all'ascensore ai danni di Claudio Verona prosegue scandito da divertenti siparietti tra tensione e teste esplose quanto basta.Diego TestaPiercing (Nicolas Pesce, 2018) - Amazon Prime VideoCon la sua opera seconda il cineasta classe 1990 adatta Ryū Murakami nel segno del cinema orientale (in particolare di Takashi Miike, il cui "Audition" adattava sempre Murakami) con scenografie finte, split screen, richiami musicali al giallo italiano… Siamo forse in una commedia nera (non è lontano l'Almodovar di "Matador", anche per gli sgargianti cromatismi) che sembra avviarsi al torture porn (un padre di famiglia intenzionato a uccidere una escort) e invece si tramuta in una strana relazione fra un uomo e una donna che hanno bisogno l'uno dell'altra, in un continuo ribaltamento di ruoli fra vittima e carnefice.Stefano SantoliMandy (Panos Cosmatos, 2018) - Amazon Prime VideoNicholas Cage è il protagonista perfetto per questo delirio revenge del greco Panos Cosmatos. Ok, il "protagonista" si chiama Red Miller ma è Cage-personaggio, barba e ascia munito, a lanciarsi in questa corsa al massacro contro una banda di motociclisti sadisti partoriti da un inferno di pelle e spunzoni. Un tour de force d'azione e orrore vestito di tutto punto per una festa di gentiluomini strafatti di LSD: un amore.Diego TestaAntrum - Il film maledetto (Michael Laicini, 2019) - Amazon Prime VideoEsiste un film maledetto, un film che può causare drammatiche conseguenze a chi lo guarda, e no: non stiamo parlando della videocassetta di "The Ring". Parliamo invece di "Antrum": il film di Michael Laicini è introdotto da un documentario che racconta le vicende maledette di una strana pellicola, girata sul finire degli anni Settanta, che dopo decenni di dimenticanza è stata finalmente ritrovata e che viene ora presentata al pubblico. In realtà, come possiamo facilmente immaginare, il tutto non è altro che un fake ben confezionato, ma Laicini è bravo nella creazione di un'atmosfera inquietante in grado di coinvolgere lo spettatore, il quale potrà anche perdonare i difetti dell'opera, pienamente compensati dalla bella e coinvolgente cornice mokumentary.Eugenio RadinZombi Child (Bertrand Bonello, 2019) - MubiNo, non è un refuso. Gli Zombi di Bonello, non riportano la e finale, perché non appartengono alla tradizione dello zombie movie americano, ma a quella degli ancestrali riti vudù dell'isola di Haiti. La cui ombra aleggia ancora oggi sulla sua ex-colonizzatrice e schiavizzatrice, la Francia, e sui suoi figli più giovani, pervasi da un alone di morte, spettri loro stessi (come quelli del precedente film del regista, "Nocturama"). Un film ipnotico e carnale, accompagnato da un'evocativa colonna sonora a colpi di sintetizzatore.Luca Sottimano ]]> [News] - Debutta la piattaforma streaming del FEFF http://www.ondacinema.it/news/debutta_la_piattaforma_streaming_del_far_east_film_festival.html Wed, 21 Oct 2020 16:52:33 +0200 Redazione [News] - Al via il Mitreo Film Festival http://www.ondacinema.it/news/al_via_il_mitreo_film_festival.html Sun, 18 Oct 2020 17:35:39 +0200 Redazione [Colonne sonore] - La mano lunga del Padrino http://www.ondacinema.it/colonne_sonore/scheda/silvanodauria-lamanolungadelpadrino-soundtrack.html Thu, 27 Aug 2020 16:35:46 +0200 Massimiliano Speri "Bonomi mi contattò per una richiesta piuttosto insolita: scrivere le musiche di un film non ancora terminato, intitolato 'Sortilegio'. Me lo raccontò a voce e mi fece vedere qualche scena: me ne ricordo una in cui comparivano donne nude e uomini mascherati su una scalinata, un'altra in cui Marco Ferreri spiava la moglie da dietro gli alberi. Un film davvero molto strano, per il quale composi praticamente alla cieca. La registrazione andò a buon fine, ma il film si arenò definitivamente e non ne seppi più nulla. Non uscirono mai né il film né la colonna sonora". Beh sì, come richiesta è decisamente insolita. Non che il Maestro fosse disabituato a destreggiarsi tra le stravaganze altrui: la lunga gavetta jazzistica e il salto oltre la barricata come assistente musicale alla Rca Italia lo avevano già attrezzato per situazioni al limite del paradosso (provateci voi a gestire dalla console un Piero Ciampi già al decimo Campari). Tuttavia, scrivere le musiche per un film inesistente poneva l'asticella un paio di passi più in là.Già, perché "Sortilegio", di fatto, è un non-film. Lo stesso coinvolgimento di D'Auria, d'altronde, muove da un antefatto lacunoso: fu interpellato dal regista nel 1974, a ben quattro anni dall'ipotetica conclusione delle riprese. Il mistero che lo avvolge è pari solo a quello di "Maldoror" di Alberto Cavallone e, come in quel caso, a nulla sono valse le ricerche degli infaticabili segugi di Nocturno, ormai rassegnati a bollare il secondo e ultimo film di Nardo Bonomi come irreperibile lost movie del cinema di genere italiano.Un fato meno arcigno ha arriso al patito di colonne sonore d'annata Pierpaolo De Sanctis, boss della Four Flies Records, tra le rare reissue label capaci di mettere d'accordo cinefili e musicofili. Rovistando alla ricerca di reperti appetibili, si è imbattuto in un frammento del commento musicale e, dopo averne contattato l'autore, nel 2016 è riuscito a riportarlo alla luce per intero. Oltre alla sceneggiatura di Brunello Rondi (ispirata, a suo dire, dalle "Memorie" del garbato Aleister Crowley) e a qualche foto di scena, quelle note costituiscono gli unici tasselli di un mosaico destinato a rimanere incompleto, confermando però quanto era già evidente: quel film, un horror esoterico dalle marcate implicazioni psicanalitiche, era davvero molto, molto strano (e a occhio e croce, più che a "Rosemary's Baby" da cui trarrebbe le mosse, sembrerebbe una premonizione del cult di Roger Watkins "Last House On Dead End Street").Facendo di necessità virtù, l'eclettico pianista ascolano ha trasformato il suo legittimo spaesamento in una partitura infestata da spiriti quantomai biechi, puntellata dalle grasse chitarre fuzz di Silvano Chimenti e dai penetranti vocalizzi del quartetto vocale Baba Yaga. Ora trasognata e psichedelica, ora tirata e funkeggiante, sempre baciata da un felice tocco progressivo (a tratti nei dintorni dei Black Widow), restituisce senza bisogno di immagini il senso di orrore e minaccia che la pellicola voleva evocare. Una delle colonne sonore più ipnotiche e conturbanti che il nostro cinema (non) abbia mai osato, né più né meno.La collaborazione tra Bonomi e D'Auria, in ogni caso, era già approdata a esiti meno travagliati con "La mano lunga del Padrino" (1972, anch'esso vinilizzato dalla Four Flies), concitato noir con Adolfo Celi e Peter Lee Lawrence. Se il film non ha scompaginato la storia del cinema (pur presentando più di una pennellata originale, specie nell'inusuale ambientazione mediorientale e nell'angoscioso finale aperto), le musiche confermano l'ineffabile talento del compositore, perfettamente a suo agio tanto in folate di vento morriconiane (con Alessandro Alessandroni ed Edda Dell'Orso a imprimere l'inconfondibile marchio della scuderia spaghettata), quanto in esotismi lounge in odor della trinità Umiliani-Piccioni-Ortolani, con un frizzante sapore spy a pepare il tutto. Meno frastornante rispetto all'inarrivabile capolavoro, non sfigura per nulla a fianco di tanti altri prodotti più blasonati. Nota di colore: il film in origine doveva intitolarsi "Raffica", dal soprannome del protagonista, ma la produzione decise di rinominarlo per cavalcare l'onda dell'appena licenziato "Il Padrino".Dopo la disastrosa esperienza, D'Auria lascerà perdere il cinema per concentrarsi sul suo stellare percorso di deus ex machina musicale, prima proseguendo la scalata all'interno dell'Rca, poi diventando direttore artistico della Numero Uno e infine avviando una propria casa di produzione, senza mai trascurare l'amore giovanile per il pianoforte jazz: una carriera di quelle che non si ottengono nemmeno con un sortilegio... ]]> [Speciali] - Il Maestro e il mare: Fellini tra Adriatico e postmoderno. Intervista a Oscar Iarussi http://www.ondacinema.it/speciali/scheda/il-maestro-e-il-mare-fellini-tra-adriatico-e-postmoderno-intervista-a-oscar-iarussi.html Thu, 06 Aug 2020 14:39:16 +0200 Domenico Ippolito Il centenario della nascita di Federico Fellini quest'anno ha prodotto, nonostante le limitazioni dovute alla pandemia, un'infinità di discussioni, mostre, pubblicazioni, nonché rivisitazioni della sua opera. Il libro "Amarcord Fellini – L’alfabeto di Federico" (Il Mulino, 2020) di Oscar Iarussi non si accosta semplicemente al tripudio celebrativo del Maestro di Rimini; al contrario, riconosce nelle visioni cinematografiche del Maestro riminese la loro prorompente carica innovativa, forse non ancora completamente disinnescata.   Nella sua ultima fatica sul Maestro riminese, lei ha ricomposto un alfabeto felliniano, associando a ogni capitolo una lettera (A come Amarcord, G come Giulietta, S come Sogno a così via) cercando, tra l’altro, di sfatare alcune letture ormai consolidate dell'opera di Federico Fellini e analizzando, ad esempio, in maniera molto interessante il rapporto tra il regista e il postmoderno. Oscar Iarussi: Fellini è probabilmente il primo artista italiano che approda al postmoderno: lo fa istintivamente, in maniera non ideologica né razionalistica, e questo è già evidente nei capolavori "La dolce vita" e "8½", due pellicole che decostruiscono il racconto tradizionale, ponendosi come mosaico di storie, rapsodie, o per meglio dire rabdomanzie, cioè ricerca di vicende, suggestioni, sentimenti. Questi due film collocano Fellini al di fuori del suo tempo, proiettandolo nel futuro, verso il nostro tempo. È una lettura opposta, me ne rendo conto, a quella che vede in Fellini il "cantore della nostalgia", della provincia, dell'arcadia contadina; al contrario, il Riminese è un artista che ha saputo presagire la condizione postmoderna, quella che attualmente viviamo, dove la razionalità è implosa in mille frantumi e non esiste più una ragione che domina il mondo, ma si è in balia di esso. Fellini ha colto tutto questo già all'inizio degli anni Sessanta, nell'Italia del boom economico, una stagione espansiva, progressiva, ed è riuscito a captare i germi della crisi italiana. In questo senso è un artista innovativo e visionario. Ecco, a proposito della visionarietà di Fellini, il suo cinema è stato spesso definito un lungo sogno a occhi aperti. Forse anche il grande successo internazionale del film "La strada" del 1954 ha puntato i riflettori, soprattutto dall'estero, sul mito di un’Italia felliniana simile a una giostra, un circo, insomma un "Paese dei balocchi", dimenticando che c'è un contraltare molto differente, anche nelle forme, ad esempio come nel film "I vitelloni", uscito l’anno prima. Bisogna dire che Fellini proviene dal cinema neorealista, com'è noto, i suoi primi lavori di sceneggiatore per Rossellini, solo per citare un esempio, sono profusi di realismo, derivato anche da suggestioni americane, da scrittori come Steinbeck, Faulkner e altri. È una poetica che presto diventa un vero e proprio canone italiano, con la stagione del neorealismo, grazie a registi come appunto Rossellini, De Sica e Visconti. Successivamente, però, Fellini si muove verso una dimensione diversa, più visionaria, seguendo sostanzialmente la direttrice della memoria e della dimensione onirica, una tesi che io ho sostenuto in un mio precedente saggio ("L'infanzia e il sogno" del 2009, ndr). È indubbio che in Fellini sia fortissima la volontà di cogliere la realtà attraverso la dimensione visionaria: "La dolce vita", ad esempio, è il film di un cronista che racconta quello che vede nel suo farsi, non c'è una distanza rispetto all'oggetto della sua narrazione. Eppure, dentro questa cronaca, Fellini riesce a cogliere le "smarcature della realtà", per dirla con Deleuze quando parla di Hitchcock, afferrandone il senso più autentico. Proprio nel capitolo D, dedicato alla "Dolce vita", lei mette in risalto come il protagonista del film, il giornalista Marcello Rubini (Mastroianni), si perda, oltre che tra numerose donne, anche tra i pettegolezzi di via Veneto e le prime fake news. Il concetto stesso di inazione di molti personaggi felliniani sembra un trionfo del postmoderno, così come la frase: "Non ho proprio niente da dire, ma voglio dirlo lo stesso", pronunciata del regista Guido (sempre Mastroianni, l’alter ego di Fellini) in "8½". Quella è una frase molto beat, che me ne fa venire in mente un'altra, piuttosto simile, di Lawrence Ferlinghetti: "Ho sognato che mi cascavano tutti i denti, ma mi rimaneva la lingua per raccontare questa storia". Un’espressione, come quella di Guido, tipicamente postmoderna, che contiene al suo interno un contro-movimento. Bisogna riflettere su questo: Fellini gira i suoi capolavori nell'Italia dei primi anni Sessanta ("La dolce vita" esce nel 1960, "8½" è del 1963, ndr), in piena mutazione antropologica da mondo contadino alla società industriale, un passaggio epocale che si vede molto bene nei suoi film. Siamo in un'Italia dominata dai cattolici, da una parte, e dall'ideologia comunista, dall’altra; con quella frase, invece, Fellini si colloca immediatamente al di fuori di queste fazioni. È ciò che definirei il suo "nichilismo mite": non un nichilismo freddo, algido, o disperato, alla Beckett insomma, ma profondamente empatico, mitigato dalle relazioni con l'altro, che stempera negli affetti la sua carica eversiva, perché fortemente inserito dentro la percezione comunitaria. In questo senso, Fellini è italiano al cento per cento, poiché proviene da una tradizione che si aggancia alla poetica di Leopardi, alla letteratura della sua regione, al comunitarismo romagnolo. Tuttavia, è vero anche che Fellini riuscirà a non ascriversi mai per davvero a nessuno di questi ambiti, restando sempre un passo a lato da tutto. Infatti, come lei rileva nel capitolo L dedicato alla Luna, in omaggio all’ultimo film del Maestro ("La voce della luna", 1990), Fellini non è mai stato militante, piuttosto un cattolico inquieto. Sì, Fellini si definiva "anagraficamente riminese e politicamente esquimese". In quel momento della sua carriera, agli inizi degli anni Novanta, si ritrovò difeso dalla sinistra per la vicenda degli spot pubblicitari (della quale Ondacinema si è occupata diffusamente, ndr). Eppure, Fellini non è mai stato un vessillo della sinistra italiana, che gli ha sempre preferito Visconti, un aristocratico che aderiva al PCI, il cosiddetto Conte Rosso. Fellini era più "pop", ma qui gioca, ancora una volta, l'equivoco di cui parlavamo prima, di chi considera "La dolce vita" solo come il feticcio dell'Italia più glamour. Ad esempio, nella famosa scena del bagno nella fontana di Trevi, oltre a Mastroianni e alla Ekberg, appare un garzone in un angolo: è una sorta di estraniamento brechtiano, un occhio che osserva, un dettaglio che però è stato dimenticato, al pari di altri episodi: il suicidio di Steiner, l'intellettuale; le immagini sulla religiosità popolare e contadina; la crisi di Marcello; l'orgia; la scena panica del mostro marino spiaggiato e via dicendo. Tra l’altro, nonostante l’enorme cultura, lei non definisce Fellini un vero intellettuale ma, piuttosto, un artista di "pancia", coniando, direi in perfetto stile felliniano, il neologismo "affettuale". Perché? Perché Fellini era un onnivoro, leggeva di tutto, la sua curiosità lo spingeva a interessarsi a tantissimi ambiti, come la psicoanalisi, o l'esoterismo. Era intrigato da tutto ciò che sfugge alla ragione in senso stretto, però non era uno studioso, non ha mai sovrapposto una riflessione filosofica sulla dimensione artistica. La sua poetica non proviene da un pensiero teorico, piuttosto da un sentimento, dal mondo degli affetti, visibile ad esempio in "Amarcord". A proposito di "Amarcord", la lettera R di Rex, il piroscafo notturno di una celebre scena del film, ci conduce sull’Adriatico: un mare di frontiera, una "propaggine del Muro di Berlino" come lei lo definisce nel suo saggio, che divide l'Europa in due blocchi, fino alla Rimini adriatica di Fellini. Il Rex esprimeva una voglia di alterità rispetto al reale, di lontananza. "Amarcord" (1973) è ambientato durante il Fascismo, di cui nel film vengono esposte tutte le crudeltà. Il regime, però, non viene trattato in maniera storicista, come ad esempio fa Bertolucci in "Novecento", (uscito nel 1975, ndr) ma come “morbo dannunziano” per dirla alla Savinio, come eterna adolescenza italiana, secondo ciò che Flaiano aveva già delineato nel romanzo "Tempo di uccidere", la cui eco è tornata, curiosamente, in tempi recenti anche in un film come "Tolo Tolo" di Checco Zalone, dove c'è una battuta che va in questo senso. Il Rex è un controcampo rispetto al Dux e alle parate grottesche del regime mostrate in "Amarcord". L'Adriatico, infatti, è un mare cerniera, consustanziale rispetto al cinema di Fellini, il quale non girerà mai a Rimini, ma assumerà la sua città natale come perno del suo immaginario, evidente appunto in "Amarcord" ma anche ne "I vitelloni". L'Adriatico è un mare di attese, da cui un giorno arriverà qualcosa, o qualcuno. Il transatlantico prefigura, seguendo questa lettura, l'arrivo delle navi dai Balcani, di altri popoli che sbarcheranno, di lì a poco, sulle nostre coste. Un mare che ci porta, più a Sud, in Puglia, verso lidi che conosce molto bene: lei è un attento osservatore del Meridione, ha una rubrica fissa sulla Gazzetta del Mezzogiorno intitolata proprio "Tu non conosci il Sud", è stato anche presidente della Apulia Film Commission. Tra l'altro, qualche anno fa, la Puglia divenne teatro di una vera e proprio esplosione di narrazioni, cinematografiche e non… Sì, io ho cercato di sottrarre il cinema cosiddetto "pugliese" alla dimensione campanilistica (col saggio "Ciak si Puglia: cinema di frontiera 1989-2001", Laterza, 2002, ndr) con l'idea che un sommovimento della Storia, cioè lo sbarco della Vlora (la nave albanese che giunse nel porto di Bari l’8 agosto del 1991 con ventimila migranti a bordo, ndr), a mio avviso l'evento più rilevante per la nostra regione dal dopoguerra a oggi, abbia sovvertito anche lo sguardo. Fino ad allora, infatti, la Puglia veniva percepita come una terra dimenticata, languida, "una terra assente", per dirla con Carmelo Bene. Improvvisamente, le coste pugliesi diventano approdo, terra promessa, qualcosa che negli occhi degli altri assume un aspetto completamente diverso da ciò che era riflesso nei nostri. La regione si trasforma nell'oggetto del sogno, l'inizio dell'Occidente, e non più la sua fine. Questo ribaltamento avviene quando cade il Muro di Berlino e con esso i regimi dell'est Europa, un evento che influisce anche sul racconto: la Puglia, infatti, da terra di saggisti, economisti, studiosi, si reinventa terra di romanzieri e cineasti, drammaturghi e musicisti, perché parte di una frontiera, e ciò che avviene lungo le frontiere è sempre interessante da raccontare (il cinema western ce l'ha insegnato bene). È lì che avvengono le storie, le narrazioni, quelle che parafrasando Chatwin possiamo definire "le vie dei canti". Esiste una voce "pugliese" anche nei film di Fellini? Be’, mi viene in mente che la dimensione "pugliese" del suo cinema, se così possiamo definirla, potrebbe essere quella offerta dalle musiche di Nino Rota, che ha vissuto oltre quarant'anni in Puglia, tra Bari e Taranto, il quale ha restituito nelle sue colonne sonore la festosità malinconica delle bande di paese, tipiche della nostra regione. Nelle marcette circensi di Rota, nei suoi finali malinconici, nelle sinfonie che imbastisce in accordo con Fellini, originate insieme ai film, c'è davvero molto Sud, trattato però non in senso macchiettistico, ma comunitario, come dicevamo prima, come parte di quella provincia-mondo che riesce a farsi testo, con un’attitudine antropologica. Ecco, il suo saggio si sofferma più volte sullo sguardo da antropologo di Fellini, una caratteristica che però, come lei sottolinea, non gli è stata riconosciuta appieno, com'è accaduto, invece, a Pier Paolo Pasolini… Difatti, Fellini è un antropologo visionario, esattamente come Pasolini, solo che quest'ultimo è apocalittico, nostalgico, poiché rimpiange il mondo contadino rispetto alla società borghese, e lungo questo confine, questa ferita, di fatto muore, letteralmente, ucciso proprio dagli stessi "ragazzi di vita" che frequentava. In Fellini, c'è lo stesso sguardo da antropologo verso un'Italia che cambia in maniera repentina, però senza la dimensione del rimpianto; piuttosto, il suo sguardo è animato da una fortissima curiosità. Eppure, si tende a non attribuire alla curiosità felliniana uno statuto antropologico: si retrocede, invece, Fellini alla dimensione nostalgica, si sostiene che Fellini sia il cantore del mondo che fu, come in "Amarcord", oppure del glamour, come ne "La dolce vita", utilizzando i suoi stessi titoli contro di lui. Paradossalmente, in Fellini non c'è alcunché di “felliniano”, del grottesco o del nostalgico; al contrario, attraverso i suoi film, il Maestro ci ha mostrato un'Italia che cambia, senza rimpiangere il passato. ]]>