Recensioni

12 Soldiers

di Nicolai Fuglsig

war movie, biopic, Usa (2018)

CAST & CREDITS

cast:
Chris Hemsworth, Michael Shannon, Michael Pena, William Fichtner, Navid Negahban, Elsa Pataky, Trevante Rhodes, Rob Riggle, Numan Acar

regia:
Nicolai Fuglsig

distribuzione:
01 Distribution

durata:
130'

produzione:
Black Label Media, Jerry Bruckheimer Films, Alcon Entertainment

sceneggiatura:
Ted Tally, Peter Craig

fotografia:
Rasmus Videbaeck

scenografie:
Christopher Glass

montaggio:
Lisa Lassek

costumi:
Daniel J. Lester

musiche:
Lorne Balfe

12 Soldiers | Recensione | Ondacinema

12 Soldiers

di Nicolai Fuglsig

war movie, biopic, Usa (2018)

di Matteo Zucchi

Voto: 6.0
Il 19 ottobre 2001, a soli 38 giorni dagli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, un commando di 12 uomini del quinto gruppo delle Forze Speciali, la task force Dagger, giunge nel nord dell'Afghanistan col compito di sostenere tatticamente l'avanzata delle truppe di uno dei tre generali dell'ormai collassata Alleanza del Nord, Abdul Rachid Dostum. Capitanati dal capitano Mark Nutsch (nel film il Mitch Nelson di Chris Hemsworth) i soldati permettono grazie al supporto aereo la riuscita dell'assalto del signore della guerra uzbeko e svolgono un ruolo fondamentale nella riconquista della capitale del nord Mazar-i-Sharif il 9 novembre, data che segna anche l'inizio della riconciliazione fra le parti dell'Alleanza. Per quanto fulminante per la rapidità e la fortuna dell'intervento, soprattutto se confrontata con la successiva lunga permanenza statunitense in terra afghana, la missione di Nutsch e compari viene ricordata anche per le strategie e i modi di vivere inconsueti cui gli americani si adattarono, fondando la leggenda moderna degli "horse soldiers", al cui fascino Hollywood, come sempre capita coi miti, non ha saputo resistere.   

L'enfatico resoconto "Horse Soldiers", scritto dal giornalista Doug Stanton, è presto incappato nelle mani di chi più di ogni altro ha fondato l'estetica action/fracassona degli ultimi tre decenni, l'inaffondabile Jerry Bruckheimer, il quale gli ha garantito una lunga riscrittura ad opera di quotati sceneggiatori come come Ted Tally e Peter Craig e un cast di fama, se non proprio qualità, invidiabili. Al netto della riuscita episodica la pellicola si accoda alle ultime produzioni della Jerry Bruckheimer Films per quanto riguarda la progressiva perdita di mordente rispetto alla contemporaneità e alla capacità di definire lo standard del blockbuster (parliamo dell'uomo dietro "Top Gun", "Bad Boys" e "Pirati dei Caraibi"), ma se ne distanzia per quanto concerne la violenza, realistica e abbondante come sempre meno avviene nel cinema ultra-mainstream. Ciò che fa la differenza, forse, è qui come in passato la presenza di un regista dotato di uno sguardo (si spera) in un qualche modo personale: l'esordiente Nicolai Fuglsig ha difatti svolto, prima di una lunga carriera come regista pubblicitario, la professione di giornalista e fotografo di guerra, realizzando in occasione della guerra in Kosovo il corto documentaristico "Return of the Exiled".

L'attenzione riservata alla regia delle situazioni di conflitto è difatti ben maggiore rispetto a quanto la cinematografia a stelle e strisce affine ci ha ormai abituato e per quanto non si debba certo lodarne l'innovatività o l'ingegno si deve ammettere che le sequenze d'azione riescono a calamitare su di sé tutta l'attenzione degli spettatori, a discapito degli altri momenti. Questi ultimi, nonostante le rinomate penne al lavoro sullo script, sguazzano infatti nella più anonima prevedibilità, impedendo così anche alle buone performance della maggior parte del cast di lasciare veramente il segno. Non pare casuale al recensore il modo stereotipico e svogliato con cui vengono concretizzate tutte le altre situazioni tipiche della liturgia del war movie post-Twin Towers, dalla partenza degli eroi alla loro celebrazione una volta compiuta la missione, passando per le comunicazioni con le alte sfere e le difficoltà a relazionarsi con le famiglie a casa: nonostante l'inesperienza Fuglsig deve aver compreso la debolezza di tali passi e la sua palese inadeguatezza nel trasporre queste convenzioni hollywoodiane e pertanto ha concentrato tutto il focus della regia nell'orchestrare le mattanze nel deserto. Scelta adeguata.

Sarebbe opportuno riflettere su ciò che è divenuto il cinema bellico nella produzione Usa contemporanea, riadoperando come non avveniva da decenni il registro propagandistico e la conseguente disumanizzazione del nemico (anche nel caso di film ambientati in altre guerre, vedasi "Fury"), sostituendo quasi sempre le complesse riflessioni politico-sociali e, occasionalmente, filosofiche cui ci aveva abituato il vietnam movie con una Weltanschauung manichea e immutabile e focalizzandosi sulla dimensione individuale dei singoli soldati, i cui dubbi, tormenti e sofferenze sono rappresentazione per sineddoche di quelli di una nazione svegliatasi non più al centro del mondo. "12 Soldiers" ha tutto ciò ma in una forma basilare e ridotta a cliché, opponendo agli spazi soffocanti e alla strisciante tensione del war movie coevo sconfinati panorami che paiono alludere al western (quindi al mito fondativo stesso della nazione) e un continuo crescendo di sequenze d'azione sufficientemente brutali e adrenaliniche (senza avvicinarsi agli "eccessi" di Michael Bay) da attirare l'attenzione solamente su di sé. Nella rappresentazione panoramica di certi scontri e nella retorica dialettica e progressiva fascinazione tra Occidente e Medio Oriente Fuglsig pare addirittura guardare a kolossal d'altri tempi come "Il vento e il leone" o "Lawrence d'Arabia", quasi a suggerire una fuga dagli stereotipi del genere mediante il ritorno a un'epica che sa di classicità. Nelle cariche a cavallo e nei lunghi e sanguinosi scontri in mezzo alla polvere sta il senso di "12 Strong", mentre la retorica contemporanea del "coming home" svanisce in una dissolvenza dopo pochi, irreali, secondi.