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5.0/10

Se l'indirizzo cinematografico di Emmanuelle Bercot è, da una parte, una scelta sempre più orientata verso l'impegno sociale, dall'altra esso può rappresentare un tentativo di definizione di un nuovo e più vigoroso modello di Donna. Le protagoniste delle pellicole della cineasta francese sono lungi dall'essere intoccabili principessine indifese, custodite in sfere di cristallo lontane dalla violenza e dal pericolo e desiderose soltanto di gettarsi tra le braccia dell'eroe maschile di turno.
Di pari passo con un'emancipazione femminile che (con sfumature non sempre razionalissime) ormai da tempo rappresenta un punto fisso del nostro indirizzo culturale contemporaneo, la femminilità sta mutando il proprio aspetto anche nel cinema: se pensiamo al recente "Arrival" o, per rimanere in Italia e nell'impegno civile, a "7 minuti", notiamo una qualche necessità da parte degli autori moderni di concedere una certa dose di eroismo anche al gentil sesso.
Non appartiene certo soltanto agli ultimi anni questo interesse verso un rimodellamento del personaggio della donna forte, ma forse mai come ora si era riusciti a creare un cinema al femminile che non risultasse però al contempo femminista, che sapesse attrarre con il medesimo interesse il pubblico maschile, non più sedotto soltanto dalle belle forme e dallo charme di certe interpreti, bensì dalla forza, dalla dignità e dalla solidità morale dei suoi personaggi.

In questa precisa direzione va anche la Bercot, che dai tempi di "Student Services", passando per il recente "A testa alta" con la brava Catherine Deneuve, fino a quest'ultimo "150 milligrammi" ha sempre ritagliato nella sua filmografia uno spazio per dar voce a tale discorso.
La storia della pneumologa Irene Franchon, impegnata in una battaglia contro le case farmaceutiche per togliere dal mercato un farmaco pericoloso, mette infatti in campo una protagonista con un forte senso della giustizia, disposta a mettere a repentaglio la propria carriera e il proprio lavoro pur di non accettare compromessi (a differenza del suo collega Antoine, che cerca di persuaderla a non intraprendere strade troppo pericolose). Una donna che non rinuncia alla sua femminilità, né alle gioie della maternità (abbondano i ritratti di famiglia), ma che riesce al contempo a guadagnarsi un posto da protagonista all'interno delle vicende.
Peccato che stavolta l'interpretazione attoriale di Sidse Babett Knudsen non sia in grado di soddisfare i buoni propositi della sceneggiatura, risultando eccessiva, goffa e forzata e culminando in momenti di reale imbarazzo nella prima parte del film. Complice di ciò è sicuramente l'aberrante doppiaggio italiano incapace di rendere le sfumature dell'attrice danese.

Visto nell'ottica di un tentativo di emancipazione, la pellicola potrebbe acquistare un senso all'interno del panorama contemporaneo; ma ciò in cui Emmanuelle Bercot non riesce a convincere sono invece gli aspetti inerenti la critica sociale, ovvero il tassello fondamentale sul quale si gioca la solidità dell'intera opera.

La lotta spietata dell'uomo comune contro gli interessi del potere, lo scontro tra il proprio interiore sentimento di giustizia e le logiche pubbliche del guadagno e del mercato, si trasformano presto in un soporifero reportage narrato senza alcuno slancio drammaturgico, che finisce presto per annoiare il pubblico.
È davvero difficile sorvolare sulla pessima gestione del ritmo, che si arena dopo poco, nella reiterazione ad libitum delle stesse situazioni.

C'è sicuramente una porzione di pubblico che si sentirà in dovere di prendere una posizione favorevole nei confronti di questo tipo di pellicole poiché gli sembrerà che svilirle significhi denigrare le ragioni di protesta e di giustizia che ne costituiscono il tema (mi spiego in questo senso la duplice candidatura ai Cesar). Potrebbe essere questo il motivo del successo di tanto pessimo cinema impegnato al giorno d'oggi, ovvero una certa qual convinzione da parte del pubblico sul fatto che l'impegno sociale sia una ragione sufficiente a sé stessa.

Non vogliamo certo negare la nobiltà di un tale intento, ma piuttosto rivendicare la necessità di una maggiore attenzione alla messa in scena, di uno svecchiamento di una formula che odora di stantio, nella convinzione che sono esistiti in passato e che tutt'ora esistono esempi di un cinema sociale che si presenti al tempo stesso come artistico.



Cast e credits

cast:
Sidse Babett Knudsen, Benoit Magimel, Charlotte Laemmel, Isabelle de Hertogh, Lara Neumann


regia:
Emmanuelle Bercot


distribuzione:
BIM distribuzione


durata:
128'


produzione:
Haut et Court, France 2 Cinéma, Canal+


sceneggiatura:
Emmanuelle Bercot


fotografia:
Guillaume Schiffman


montaggio:
Julien Leloup


Trama
La dottoressa Irene Frachon sospetta che il farmaco Mediator abbia effetti collaterali devastanti sull'organismo umano. Ma la battaglia per dimostrarlo non sarà affatto facile.