CAST & CREDITS

cast:
Teresa Palmer, Michiel Huisman, Sam Reid, Maeve Dermody

regia:
Paul Currie

distribuzione:
Notorious Pictures

durata:
98'

produzione:
Lightstream Entertainment, Pandemonium, Walk The Walk Entertainment

sceneggiatura:
Todd Stein, Nathan Parker

fotografia:
David Eggby

scenografie:
Nicki Gardiner

montaggio:
Sean Lahiff, Gary Woodyard

costumi:
Lizzy Gardiner

musiche:
Lisa Gerrard, James Orr

2:22 - Il destino è già scritto | Recensione | Ondacinema

2:22 - Il destino è già scritto

di Paul Currie

thriller, Usa/Australia (2017)

di Antonio Pettierre

Voto: 4.0

Il controllore di volo Daniel Boyd è stato sospeso perché ha rischiato lo scontro tra un aereo che decollava e un altro che stava atterrando. La sera dopo va a un balletto e incontra Sarah, una giovane e bella donna. Nasce un'intesa immediata e, dopo lo spettacolo, passano la serata a chiacchierare amabilmente. A un certo punto, mentre si stanno raccontando l'un l'altro (e innamorandosi), Boyd dichiara, appunto, il suo lavoro e che ha rischiato di "far uccidere novecento persone". Lei interessata chiede che volo fosse. Lui glielo dice e lei risponde che era sull'aereo in arrivo. Faccia costernata di lui. Un attimo di pausa. Poi lei con un sorriso solare e sognante esclama: "Mi hai salvato la vita". Ecco, la scena descritta è una delle tante che costellano "2:22- Il destino è già scritto" i cui dialoghi oscillano tra l'imbarazzante e il melenso.

Paul Currie è soprattutto un produttore australiano ("Rampart", "La battaglia di Hacksaw Ridge") alla sua seconda regia cinematografica dopo tredici anni, inframmezzata da lavori televisivi di vario genere. Si mette dietro la macchina da presa per raccontare un psico-thriller-mèlo alla cui base c'è un amore che trascende il tempo e lo spazio. Un triangolo amoroso tra lei, lui e l'altro che si ripete dopo trent'anni da un efferato omicidio avvenuto nella Grand Central Station di Manahattan. Boyd è un ossessivo-compulsivo che ripete ogni giorno gli stessi gesti e movimenti, che "vede" schemi ricorrenti nella realtà intorno a lui. E quando ha una visione prima del possibile scontro tra i due aerei, che sta guidando dalla torre di controllo, capisce che c'è un disegno superiore di cui sta cogliendo i segnali. Quando poi scopre che Sarah è una ex ballerina, adesso curatrice di una galleria d'arte, e il suo ex fidanzato è un artista, che ha creato con il computer graphic tridimensionale l'omicidio, tra analisi degli eventi ricorrenti, un ritrovamento casuale di un carteggio nel suo appartamento e una veloce ricerca nel web, scopre che forse si sta ripetendo lo stesso evento accaduto nel passato.

Currie vorrebbe creare un melodramma innestando elementi fantastici, esplorando la potenza dell'amore che travalica la morte, e introducendo spruzzate di cosmologia, basi di matematica quantistica, idee di predestinazione e reincarnazione. Il risultato però gli sfugge dalle mani, rendendo la pellicola, a dire il vero, un accumulo di eventi linearmente prevedibili e forzati verso un finale, quello sì, già scritto. Poteva essere un interessante esercizio sulla ripetitività del tempo (e dell'ossessione degli avvenimenti che si ripercuotono sul vissuto degli individui), ma l'ora scelta per titolare il film ha un valore palindromo del tutto artificiale e abbastanza pretestuoso per rappresentare la dualità ripetuta tre volte (come la coppia di amanti più il terzo incomodo). L'idea poi che la propria vita sia già scritta nelle stelle e che l'anima gemella viva eternamente ha un che di infantile rappresentazione dell'amore messo in scena in modo stucchevole e superficiale.

La malriuscita del film è aggravata poi dalle interpretazioni degli attori che sono a livello di soap opera aggiornata ai nostri anni ipertecnologici e fa un po' ridere che capita a personaggi che, guarda caso, hanno occupazioni interessanti e molto cool. Insomma, niente operai, infermiere, venditori ambulanti di hot dog. Si sa che il loro amore non può essere eterno e che non vedrebbero mai la ripetizione degli eventi, troppo presi forse a (soprav)vivere nella pesante quotidianità. La sceneggiatura, quindi, risulta un pastrocchio in stile romanzetto di un rosa molto chiaro, con le varianti di cui sopra, e che si riduce a un sentimentalismo per spettatori di bocca buona e senza alcuna pretesa.

Oltretutto, Currie dirige con una certa piattezza, utilizzando riprese aeree, dolly, carrellate, professionali ma fredde e ordinarie, dove tutto vale nella realizzazione degli eventi pur di creare una spinta progressiva per una storia, alla fine, di una banalità e superficialità a dir poco stucchevole.