CAST & CREDITS

cast:
Sheri Moon Zombie, Jeff Daniel Phillips, Meg Foster, Malcolm McDowell

regia:
Rob Zombie

distribuzione:
Koch Media/Midnight Factory (direct-to-video)

durata:
102'

produzione:
Rob Zombie, Mike Elliott, Andy Gould, Matthew Perniciaro, Eddie Vaisman, Michael Sherman

sceneggiatura:
Rob Zombie

fotografia:
David Daniel

scenografie:
Siobhan O'Brien

montaggio:
Glenn Garland

costumi:
Carrie Grace

musiche:
John 5, Rob Zombie, Bob Marlette, Chris Harris

31 | Recensione | Ondacinema

31

di Rob Zombie

horror, Usa/Gran Bretagna (2016)

di Matteo Pennacchia

Voto: 6.0

Dopo la deviazione astrattista di "Le streghe di Salem", Rob Zombie torna su binari classici in un film finanziato tramite crowdfunding e ispirato a una statistica della polizia americana secondo la quale Halloween è il giorno dell'anno in cui più si denunciano casi di persone scomparse. Missing people, stampate sui cartocci del latte, affisse ai pali elettrici. Archiviati l'anticristo e la genuflessione a Kenneth Anger e Ken Russell, al centro di "31" tornano killer psicopatici e atmosfere degli esordi, mutuati dal new horror primordiale di Craven e Hooper.

La nuova mattanza, inaugurata da un notevole prologo su cui aleggia Tarantino, sbriga le formalità in una manciata di scene introduttive, dieci-quindici minuti retti saldamente alla tradizione chainsaw massacre: sono gli anni Settanta, è il 31 ottobre, un gruppo itinerante di saltimbanchi ferma il camper in una sperduta stazione di servizio texana, fa rifornimento, riparte e nottetempo abbocca all'immancabile esca, un drappello di spaventapasseri che blocca la strada. Finora, e neppure in seguito, nessun accenno ai famigerati approfondimenti psicologici, men che meno a spiragli aperti sulla possibilità di simpatizzare con coloro che ovviamente saranno le vittime: come in "La casa del diavolo" i personaggi, dai protagonisti alle comparse, sono tutti laidi, rozzi e ridicoli, nel senso più irritante del termine. Ma laddove il pervertimento della nozione di famiglia spingeva a un vago e immorale schieramento a favore della lotta per la sopravvivenza dei Firefly, qui parteggiare per dei fantocci, o viceversa tifarvi contro, è difficile; e comunque la grossolanità con cui sono manovrati, troppo evidente per ipotizzare che non sia programmatica, suggerisce che lo scopo del film è un altro.
Quale? Senza dubbio esibire il catalogo di mostri contro cui i "buoni" sono obbligati a scontrarsi dopo essere stati attaccati, rapiti, portati in uno stabilimento industriale smantellato e coinvolti in un gioco mortale. Una parata di costumi, trucco e parrucco (e scenografie) dettagliati ed efficaci, perno di una narrazione organizzata in base a un unico schema ripetuto per cento minuti che si rimette alle prassi tanto dello slasher quanto dei survival videoludici.

Rob Zombie non ha mai celato la propria indole citazionista e il proprio immaginario, non esclusivamente horror, di riferimento. I nomi dei suoi padri putativi sono incisi accanto al suo ed è inutile elencarli per l'ennesima volta. La forza di "31" si esaurisce in quella che forse involontariamente sembra l'ambizione di creare, partendo da un immaginario preesistente, una mitologia inedita. Ambizione non deprecabile in sé, ma che in questo caso non trova riscontro nel solo concepimento di figure memorabili (e alcune lo sono, eccome), alle quali è demandato l'intero funzionamento di un film altrimenti trascurato sotto ogni altro aspetto.

La fantasia di Zombie non ha limiti, tranne di budget e di Mpaa, ed è irrorata da vene splatter, western, trash, psichedeliche, musicali, fumettistiche, ma il lavoro da lui compiuto sull'exploitation e sulle fonti attinte non è riconducibile all'operazione "Grindhouse", a cui peraltro partecipò, né in generale al modus operandi di altri registi cinefili. Zombie in effetti non compie nessun lavoro, non riflette sui generi, non li reinterpreta. Li inscena senza razionalizzazioni, un po' a casaccio, action painting cinematografica, con l'entusiasmo di chi fa ciò che ama e ama ciò che fa. "31" rispecchia questo atteggiamento, il che lo rende un prodotto genuino, urgente e meravigliosamente impudico, ad esempio nell'utilizzo inopportuno di una citazione di Kafka come epigrafe, e lo libera da paure che di solito si tramutano in profezie autoavveranti, quelle di essere ritenuto fuori tempo massimo, disorganico o gratuito (per chiarezza: "31" è tutt'e tre le cose); tanto da apparire in più punti un film di serie Z da drive-in girato male per davvero, e non per vezzo autoriale filologico.
Questa chiave potrebbe cambiare anche la lettura di "Le streghe di Salem", da molti considerato presuntuoso e arty, il quale però aveva tracciato un sentiero che il regista avrebbe dovuto seguire invece di tornare indietro a un Abc sistemico e tecnico. Perché il rovescio dell'immediatezza di "31" è la mancata corrispondenza tra inventiva ed esecuzione materiale. Eccetto che l'intenzione non fosse realizzare un'opera intellettuale sulla distruzione del linguaggio-immagine alla Carmelo Bene, riprese tremolanti, camera a mano e montaggio frenetico sono così esasperati da impasticciare l'azione fino a farla diventare irriconoscibile, e ciò che orbita attorno ai "cattivi", dall'estetica ai nessi culturali, è straordinario ma pure incredibilmente sprecato in un contesto tanto letterale.

Rob Zombie, volente o nolente, sta disegnando con la sua filmografia la mappa di un'America nascosta dentro se stessa, preda di un senso di minaccia costante, in cui legge e giustizia sono miraggi e la casa, in quanto luogo di appartenenza dove stare al sicuro, non esiste o è tutto fuorché sicura.
Al netto di meriti e difetti, "31" vi combacia alla perfezione: non più un Gotico americano, bensì un Macabro americano. Grottesco, ultraviolento, ridondante, sciatto, può piacere molto o molto poco, ma prima di essere un film divisivo è innanzitutto un film diviso. Che però, giudizi a parte, attesta un modo di intendere e di fare cinema capace di raccogliere eredità pesanti restando fuori da logiche nostalgiche, sterilmente imitative o sterilmente postmoderne.