CAST & CREDITS

cast:
Tom Waits, Michael Pitt, Michael Stuhlbarg, Woody Harrelson, Kevin Corrigan, Christopher Walken, Colin Farrell, Sam Rockwell

regia:
Martin McDonagh

durata:
110'

produzione:
Graham Broadbent, Peter Czernin

sceneggiatura:
Martin McDonagh

fotografia:
Ben Davis

scenografie:
David Wasco

montaggio:
David Wasco

costumi:
Karen Patch

musiche:
Carter Burwell

7 psicopatici | Recensione | Ondacinema

7 psicopatici

di Martin McDonagh

commedia nera, Gran Bretagna (2012)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 7.0
Quattro anni dopo il suggestivo e per certi versi sorprendente "In Bruges", l'inglese Martin McDonagh dirige un secondo lungometraggio, optando per le forme e le tematiche del metacinema, già sfiorate nel suo primo lavoro. "7 psicopatici" infatti è la storia di uno sceneggiatore semialcolizzato di origine irlandese, Marty, che sta tentando di scrivere lo script di un film senza troppo successo. Si dia il caso che il titolo dell'opera sia "7 psicopatici" e che a mancare all'autore siano proprio i sette maniaci del titolo. In aiuto dell'improduttivo scrittore accorre l'amico Billy, un attore caduto in disgrazia che ruba cani nel tempo libero e che, con l'aiuto dell'anziano socio Hans, finisce per rapire l'adorato shih-tzu di un gangster dalla pistola facile (e difettosa), Charlie, scatenandone l'ira furiosa.

Tra mille parentesi, digressioni e incisi, "Seven Psychopaths" si dimostra una commedia nerissima e pulp, zuppa di sangue e priva di un qualsivoglia spiraglio di speranza (se non, forse, nel "secondo epilogo"); un apprezzabile divertissement che non si abbandona alla cieca emulazione di meccanismi cinematografici già visti e analizzati (come quelli di Quentin Tarantino, di Paul McGuigan o di Guy Ritchie), anzi dimostra - nel bene e nel male - una certa energica robustezza e un assetto narrativo pressoché sempre coerente e non privo di ironia e sagacia.

McDonagh riesce a rintracciare un difficile equilibrio tra una logica continuità concettuale con la sua opera prima e un giusto, fondamentale rinnovamento degli aspetti narrativi e formali. È evidente che la costruzione dei personaggi e delle loro vicende continui a delinearsi sul background cupo e pessimista di "In Bruges" in cui i protagonisti sono uomini dall'orribile passato, alla ricerca di una dimensione redentiva che renda più sopportabile un'esistenza dolorosa e insopportabilmente consuetudinaria. La morte (preferibilmente violenta) risulta così una presenza costante e necessaria in entrambi i film, acquisendo anche un valore liberatorio, diventando legittima causa di se stessa. Tutto ciò può anche spiegare, dal punto di vista estetico, l'intenso rapporto che si instaura tra i personaggi e le ambientazioni (siano esse le minacciose e nebulose forme gotiche dell'architettura belga o le desolate regioni desertiche californiane) che investono un ruolo di fondamentale importanza non tanto formale, quanto significativamente "formativa".

Se però il rapporto uomo-sorte resta pressoché invariato, così come d'altronde il legame con l'alcool, fattore onnipresente, e un certo gusto per il grottesco, il bizzarro, il dettaglio weird, il regista aggiunge a "7 psicopatici" una non trascurabile dose di autoironia che, pur senza sottrarre nulla all'originaria visione ironica, rassegnata e disincantata del mondo, si adegua meglio al gioco del metacinema, fluidificando i tanti, rischiosi incroci tra il piano reale e il piano finzionale. Quest'ultimo, avanzando sulla base di uno stralunato disegno aneddotico, spesso si sovrappone alla vicenda principale, a volte addirittura riducendola a semplice cornice (come nel caso del bellissimo racconto di Zachariah - un monumentale Tom Waits - o dell'improbabile vicenda del prete vietnamita).

Forse il difetto più rilevante di "7 psicopatici" è una tendenza alla prolissità che, specialmente nel corpo centrale della pellicola, frena un po' la tensione e il ritmo. Ma, in fin dei conti, anche le varie lungaggini possono esser lette come strambe specificità di questo fluviale esperimento di cinema dell'assurdo che non può non intrattenere (dall'inizio al doppio finale con sparatoria) perché, per dirla con Hans/Christopher Walken, "insomma... è stratificato!".