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recensione di Vincenzo Chieppa
6.5/10

Il passato di giornalista d’inchiesta di Radu Ciorniciuc è alla base di questo suo esordio alla regia, presentato in Italia al trentaduesimo Trieste Film Festival, da sempre attento a ricercare opere meritevoli nel poco frequentato panorama della cinematografia dell’Europa dell’Est. In questo caso, tuttavia, non è stato così difficile scovare un film che aveva raccolto consensi e riconoscimenti in giro per i festival di mezza Europa (Cracovia, Monaco, Sarajevo, Zurigo), ma soprattutto in America, dove si è aggiudicato il premio per la fotografia, categoria World Cinema Documentary, al Sundance.

L’approccio è quello tipico del cinéma vérité, ma anche di quel modo di fare documentario che nel decennio appena concluso è stato portato alla ribalta, tra gli altri, dal "nostro" Roberto Minervini, al cui approccio questa pellicola rimanda, sia per lo stile con cui è girato, sia per il metodo di lavoro utilizzato, con il regista che ha trascorso ben tre anni con la famiglia rom di cui ha narrato le gesta.

Siamo alla periferia di Bucarest, in un’area lacustre e paludosa, una zona di verde che comincia appena più in là di dove finisce la città, con i suoi palazzoni e le sue superstrade. Un contesto fotografato, dopo un lungo prologo, da una ripresa con drone (l’unica del film) che si erge a mostrare questa incredibile commistione tra natura che resiste e urbanizzazione selvaggia. I coniugi Enache hanno vissuto in questa zona della città per diciotto anni, dove hanno avuto e cresciuto nove figli, a stretto contatto con la natura, vivendo sostanzialmente di pesca e abitando una baracca fatiscente, senza acqua né elettricità, in cui girovagano piccioni e maiali selvatici.

Tutto cambia quando quell’area verde viene dichiarata Parco Naturale, con tanto di inaugurazione alla presenza del primo ministro e, addirittura, una visita del Principe di Galles Carlo d’Inghilterra. Dopo un’iniziale convivenza tra autorità del Parco e quella famiglia che lo abitava da quasi due decenni, gli Enache vengono infine allontanati e la loro baracca distrutta. Comincia per loro il difficile tentativo di (ri)adattarsi alla civiltà, che per i figli rappresenta invero una vita del tutto nuova: la scuola, le amicizie, e per alcuni di essi le prime esperienze lavorative e sentimentali.

"Acasă, My Home" è dunque di fatto diviso in due parti ben distinte, quella iniziale alla "Walden", idilliaca e bucolica, con il rinnegamento di una civiltà ostile e minacciosa, emblematicamente rappresentata da quei palazzoni di periferia che si ergono poco prima dell’inizio della vegetazione. E quella in cui si compie il tentativo di civilizzare persone che fino a quel momento bruciavano libri e spazzatura, coltivando idee talvolta decisamente primitive dei legami familiari (il capofamiglia, in particolare, arriva a reclamare un diritto di vita e di morte sui figli). L’armonia con la natura diventa la disarmonia di individui inadatti alla società moderna e dotati di una morale discutibile sotto molteplici aspetti.

In tale contesto, Ciorniciuc compie alla perfezione il suo lavoro di documentarista, semina con pazienza per raccogliere la fiducia di quel nucleo familiare che arriva a comportarsi in sua presenza come se fosse uno di loro (ma senza mai interagire con la mdp), creando un legame tipico di questi progetti a loro modo imponenti, soprattutto per la mole di girato (il montaggio è curato da Andrei Gorgan – perché è giusto citare l’editor in opere di questo genere). Prevalgono i primi piani e non mancano i controcampi a denotare l’utilizzo contemporaneo, in almeno un paio di occasioni, di più punti macchina, una cosa non così scontata in opere di questo tipo.

Ma ciò che emerge maggiormente di questo lavoro sono ovviamente i contenuti, e in particolare la relatività di concetti quali quello di casa e di felicità: gli Enache arrivano a rimpiangere quella fatiscente e sporca baracca in mezzo al verde, proprio quando hanno raggiunto la condizione abitativa - apparentemente normale per l’individuo civilizzato - di una casa in muratura; e a mancare, di conseguenza, è anche la felicità, per i genitori e per i figli, assuefatti ad una vita in simbiosi con la natura e brutalmente scaraventati nel caos della metropoli, in quella società in cui essere analfabeti è un problema decisamente più grande del fatto di non saper pescare o ammazzare un maiale. Avere di più e (apparentemente) di meglio non significa necessariamente essere felici, come dimostra l’escalation di diverbi che coinvolge la famiglia nel finale. Ma interessante – seppur secondario – è anche il tema del contratto sociale, delle convenzioni che rendono illegittimo ciò che nello stato di natura era attività di sostentamento (la pesca praticata dai ragazzi per sfamarsi). Tutti temi che Ciorniciuc e la sua macchina da presa raccontano facendosi strumento di un cinema che tende al miraggio dell’oggettività, veicolata con tutta la potenza che può esprimere il documentario d’autore.


25/01/2021

Cast e credits

regia:
Radu Ciorniciuc


durata:
86'


produzione:
Manifest Film, HBO Europe, HBO Romania


fotografia:
Radu Ciorniciuc, Mircea Topoleanu


montaggio:
Andrei Gorgan


musiche:
Gaute, Codrin Lazar, Yari


Trama
In un’area lacustre e paludosa della periferia di Bucarest, i coniugi Enache vivono in una baracca fatiscente, con nove figli. Tutto cambierà quando quell’area verde verrà dichiarata Parco Naturale urbano…