CAST & CREDITS

cast:
Michael Kelly, Ty Burrell, Mekhi Phifer, Ving Rhames, Sarah Polley, Jake Weber

regia:
Zack Snyder

distribuzione:
Universal Pictures

durata:
101'

produzione:
Strike Entertainment, New Amsterdam Entertainment

sceneggiatura:
James Gunn

fotografia:
Matthew F. Leonetti

montaggio:
Niven Howie

musiche:
Tyler Bates

L'alba dei morti viventi | Recensione | Ondacinema

L'alba dei morti viventi

di Zack Snyder

azione, horror, zombie movie, Usa (2004)

di Matteo Zucchi

Voto: 6.5
"La fiducia. Il primo ingrediente di ogni rapporto"


Chi poteva immaginare più di 12 anni fa che l'esordiente (ma con una notevole esperienza nell'ambito degli spot e dei videoclip) regista del remake di una pietra miliare come "Dawn of the Dead" di Romero, presentato tra l'altro fuori concorso a Cannes, sarebbe divenuto uno dei numi tutelari del filone più redditizio del cinema hollywoodiano coevo. Per quanto Zack Snyder abbia sempre lavorato all'interno dell'industria e pertanto la sua entusiastica immissione nel mondo dei blockbuster non sia così eclatante come quella di altri coetanei (Gareth Edwards o Denis Villeneuve, per citare due dei più noti) si possono facilmente vedere nella parabola del regista americano molte analogie con la trasformazione di un'industria e col rapporto che le nuove generazioni di cineasti hanno intrapreso con essa. Fortunata in maniera sorprendente (perlomeno per la prospettiva critica dello scrivente) risultò allora la scelta di riportare in scena proprio l'opera di George A. Romero.

Difatti la stessa definizione di remake risulta limitante per descrivere "L'alba dei morti viventi", film che riprende solo l'ambientazione e alcune (inevitabili) svolte narrative e caratterizzazioni dal modello per aggiornare il mito (oramai tutto cinematografico) degli zombie alla contemporaneità, senza però ambire a trasfigurarlo completamente come avviene in "28 giorni dopo". Ed è proprio dal film di Boyle, insieme ad altri esponenti del genere come la "trilogia della morte" di Lucio Fulci, che Snyder parte per aggiornare l'iconografia del morto vivente scattante e putrescente che diverrà seminale in seguito. Ma il rapporto più interessante è quello che si intreccia fra il film del 2004 e la saga di Romero, la quale viene in realtà ripresa nella sua interezza per sostanziarlo. Pertanto il regista del Wisconsin riassembla elementi anche dagli altri due capitoli della trilogia "originale", sia da "Night" (i giustizieri improvvisatisi eroi, la figlia cannibale, etc..) che da "Day" (lo scontro nei labirintici sotterranei e la satira anti-militare, qui appena accennata), arrivando quasi ad "anticipare" (mi si passi il termine e l'ardire del collegamento) "Land" (il design e la rilevanza dei bus-mezzi corazzati) e "Diary" (l'uso di found footage nel finale).

Si badi che non si intende affermare che l'obiettivo di Snyder fosse la creazione di un'opera consuntiva del (sotto)genere in questione, quanto rimarcare la spregiudicatezza postmodernista del regista e il suo atteggiamento fortemente rielaborativo. Al riguardo si ricordi che ogni sua opera è, in un qualche modo, un adattamento di materiale narrativo preesistente (ad eccezione dell'eloquente maxi-pastiche "Sucker Punch"). Ma fin dall'esordio l'autore di "Watchmen" non si limita a sovrapporre ciò che estrapola dalle matrici ma lo ripropone nella sua ottica esplicitamente ludica e ultra-pop, memore anche del suo passato di regista di video musicali. Non risulta bizzarro che quindi ciò che si ricorda meglio della pellicola siano i titoli di coda e soprattutto di testa, in cui musica, materiale d'archivio e sequenze girate ad hoc si mescolano con rara efficacia, come avviene pure nei numerosi intermezzi musicali che sdrammatizzano (assieme ad alcuni siparietti comici) la ben congegnata tensione da solido film di genere. Alla buona riuscita del tutto collaborano, come ovvio, le abili maestranze hollywoodiane che garantiscono una fotografia efficacemente desaturata, un montaggio frenetico e quasi sempre ineccepibile e una serie di interpretazioni forse sopra le righe ma adatte al mood del film (non si dimentichi poi l'eccellente make-up). Simile valutazione si può riservare per la sceneggiatura dell'(allora) outsider James Gunn.

Ma è proprio questo considerevole dispiego di forze che rende palese ciò che differenzia "Dawn of the Dead" dalle pellicole di Romero. Allo strenuo autorialismo (per quanto inserito nelle logiche del "genere") e spirito indipendente del cineasta di Pittsburgh si contrappone l'accettazione completa dell'industria e delle convenzioni cinematografiche che conseguono da parte del giovane collega, esplicitazione dei notevoli cambiamenti avvenuti fra il cinema militante di George Romero e degli anni '60 e '70 e il giocoso blockbuster di Snyder e dell'attuale oligopolio cinematografico americano (il cosiddetto indiewood). Punto evidenziato anche dal cambiamento di focus avvenuto nel passaggio al remake, con le tematiche sociali e politiche dissoltesi oppure divenute rapidi accenni a favore di un'analisi concentrata sull'individuo e sulle sue reazioni (e relazioni) in tale condizione estrema (memorabile da questo punto di vista è la spontaneità con cui i protagonisti decidono di rifugiarsi proprio in un mall). Questo spiega sia la moltiplicazione dei personaggi principali che la caratterizzazione marcata degli stessi, a volte prossima al macchiettismo, ma anche il continuo rimarcare la natura di orda della massa di zombie e la sua completa alterità rispetto ai così zelantemente distinguibili protagonisti. Del resto il cinema di Snyder è composto da forti personalità e figure monolitiche  o quasi.

Ne consegue che ciò che rende "L'alba dei morti viventi" più interessante, al netto dei già citati meriti storicistici che ha implicitamente e probabilmente in maniera non voluta, è il rapporto che la lega alla rimanente filmografia di Zack Snyder, di cui risulta una continua anticipazione di stilemi (sì, Snyder era un, tamarro, fan del ralenti già allora) e temi (l'iconicità, l'enfasi sul corpo, il mescolamento di diversi linguaggi visivi, etc...). Un 'opera che, sorprendentemente come il suo ultimo film, racchiude punti di forza (e interesse) e criticità della sua produzione, rivelando un regista suo malgrado riconoscibile e destinato a percorrere una strada discutibilissima ma ad ogni modo personale (non volendo dar troppo peso negli ultimi accadimenti). D'altronde si sa quanto Snyder tenga alla retorica dell'eroe solitario. "Dawn of the Dead" parla chiaro.