Recensioni

Alexandra

di Aleksandr Sokurov

drammatico, Russia, Francia (2007)

CAST & CREDITS

regia:
Aleksandr Sokurov

distribuzione:
Movimento Film

durata:
95'

produzione:
Proline Film

sceneggiatura:
Aleksandr Sokurov

fotografia:
Aleksandr Burov

Alexandra | Recensione | Ondacinema

Alexandra

di Aleksandr Sokurov

drammatico, Russia, Francia (2007)

di Claudio Zito

Voto: 5.0

In attesa dell'annunciato "Faust", che concluderà la sua tetralogia sul potere, arriva in Italia, in lingua originale con sottotitoli, il film che Aleksandr Sokurov, outsider e fuoriclasse del cinema contemporaneo, ha presentato a Cannes 2007 tra mille polemiche cui è doveroso accennare. Il film, girato in Cecenia sotto la protezione dell'esercito russo, tratta proprio della sanguinosissima guerra russo-cecena e il regista, essendo notoriamente un nazionalista, per quanto critico, è stato accusato di stare dalla parte degli oppressori.

Se questo "Alexandra" avesse la forza visionaria dei capolavori dell'autore, tali dispute verrebbero agilmente spazzate via, ma purtroppo siamo di fronte a uno dei film meno riusciti del maestro.
L'anziana protagonista è interpretata da Galina Vishnevskaja, celebre soprano e vedova di quel Rostropovich cui il regista ha dedicato una delle sue ultime Elegie. Sokurov ha dichiarato di averla diretta ispirandosi allo stile di Anna Magnani; tuttavia è arduo immaginare due interpreti più distanti. Passionale e impetuosa Nannarella, in linea con il cinema sokuroviano, fatto di sussurri, sguardi e silenzi, la Vishnevskaja.

E' proprio lo stile del regista che consente al film di schivare le accuse di propaganda. A parte le musiche alquanto enfatiche, non c'è nulla in Aleksandra che possa far pensare a una furbata volta ad accattivare il pubblico e ad orientarlo verso l'idea di una pacificazione, che prenda le mosse da considerazioni umanistiche, dei conflitti interni in cui la Russia è invischiata. Non che il messaggio sia differente: è proprio l'impervio cinema del regista a non prestarsi a strumentalizzazioni di questo genere.
Il messaggio, dicevamo. Alexandra è una nonna che giunge al fronte per incontrare suo nipote. Nessun accenno alla Cecenia; nell'opera si parla genericamente di Caucaso. Anche se non riconosciamo la lingua parlata a Grozny, se non ci accorgiamo che qualche personaggio è di fede musulmana, le informazioni che abbiamo relativamente alla produzione del film ci fanno individuare il conflitto in questione. Il sospetto di volontà di rimozione non può essere fugato, ma è più probabile che l'autore abbia avuto l'ambizione di conferire un respiro universale al racconto, senza confinarlo entro limiti politici e geografici.
Quali motivazioni spingono la donna a rischiare la pelle per andare a trovare suo nipote? La nostalgia, la solitudine: argomenti decisamente deboli, che svelano la natura strumentale del personaggio, simbolica voce moralista (quella dell'autore) che ha la funzione di interrogare i soldati circa la loro triste e inutile esistenza.

Il significato del film è tutto qui: l'assurdità della guerra che divide i popoli e distrugge le famiglie. Sia degli oppressi, sia degli oppressori. E per fortuna che l'approccio prevalente è quello moralistico, poiché le rare volte che ci si sposta in ambito politico, i risultati sono (politicamente) imbarazzanti quanto a ignavia ed elusività: "lo so che non dipende da lei, ma perché non ci date la libertà?" chiede un ragazzo ceceno. La risposta che Sokurov mette in bocca alla sua protagonista parla da sola: "se solo fosse così facile... la forza non risiede nelle armi... avessi io la libertà che hai tu."

Se ci si sposta dal significato al significante, le cose non migliorano. Meno contemplativo e più scritto del solito, "Alexandra" evidenzia il limiti del Sokurov narratore, che non è in grado di dare un accento che sia uno al dramma, tranne nell'ultima parte del film, la più riuscita. Rispetto ai suoi lavori precedenti, permangono i consueti colori lividi e cupi, mentre le immagini non sono deformate (o lo sono impercettibilmente).
Il regista abusa di primi e primissimi piani e predilige il montaggio, al limite del découpage classico, a scapito delle sue celebri inquadrature lunghe. Ma ciò non favorisce l'espressività dell'opera, la quale, oltre a non essere incisiva, non risulta neanche emozionante, salvo rare eccezioni: un paio di squarci rimarchevoli (un cielo saturo di nuvole nere e una collina in fiamme) e una scena commovente, sul finale (il sogno della treccia con il susseguente risveglio). Un po' poco, per un fuoriclasse.