CAST & CREDITS

cast:
Lily Franky, Tae Kimura

regia:
Ryosuke Hashiguchi

durata:
140'

produzione:
Amuse Soft Entertainment

sceneggiatura:
Ryosuke Hashiguchi

fotografia:
Shogo Ueno

scenografie:
Toshihiro Isomi

montaggio:
Ryosuke Hashiguchi

costumi:
Kumiko Ogawa

musiche:
Akeboshi

All around us | Recensione | Ondacinema

All around us

di Ryosuke Hashiguchi

drammatico, Giappone (2008)

di Davide De Lucca

Voto: 6.5
Un massaggio ai piedi in un centro benessere, lei che parla con un'amica confidandole quante volte alla settimana fa l'amore con lui, e lui intanto, nel suo piccolo bugigattolo di calzolaio in un centro commerciale che, nonostante l'anello al dito, non ha perso il vizio di provarci con le clienti. Questo l'incipit di "All around us", che ci presenta i due protagonisti, da poco sposati. Shoko (Tae Kimura), precisa e quasi maniacale nel segnare nel calendario i giorni destinati al sesso, e Kanao (Lily Franky) all'apparenza più superficiale, sereno, allegro, bonario. La storia si sviluppa nell'arco di otto anni circa (dal 1993), ed è una sorta di spaccato, ritratto, o, meglio ancora, bozzetto di vita di coppia. Un bozzetto come quelli fatti per i telegiornali nelle aule di tribunale, quelli che Kanao dipinge per lavoro dopo aver abbandonato il negozio di calzolaio. Un matrimonio con piccole e grandi crisi, tragedie e drammi (tra cui la perdita di una figlia appena nata), che i due affrontano in modo diverso, ma rimanendo comunque uniti. Magari è un po' ovvio, ma questo è il punto.

Dopo sette anni di silenzio, Ryosuke Hashiguchi torna con questo film tutto suo: suo il romanzo da cui è tratto, sua la sceneggiatura, la regia e anche il montaggio. Un lavoro che strizza l'occhio al cinema giapponese classico (viene in mente ad esempio Ozu). La struttura è quella di un melodramma, dove fasi salienti e intense si alternano a lunghe stasi, un po' stagnanti. Lacrime e un po' di risate, e tuttavia Hashiguchi è bravo a non calcare la mano, e non indulgere né nelle une né nelle altre. Il ritmo è lento, e non poteva essere altrimenti. Forse è proprio qui che l'opera di Hashiguchi trova il suo punto debole, in quelle sequenze dove il brodo pare un po' troppo allungato, e la storia arenata, al di là di tutte le giustificazioni stilistiche che si possono addurre. Nella parte finale, invece, tira le somme troppo in fretta e conclude accelerando.

Le toccanti scene a due e i momenti di domestica ironia, agrodolci quadri (bozzetti abbiamo detto) di matrimonio, costruite minuziosamente e perfettamente credibili, sono il motivo per cui presenziare le due ore e venti (un po' tantine per il materiale narrativo) del film. E appunto nelle sequenze a due possiamo apprezzare la bravura tanto di Lily Franky, più noto come scrittore e praticamente al debutto cinematografico, e della più navigata controparte Tae Kimura. Il volto di Franky nasconde i sottointesi e le sfumature di un carattere all'apparenza semplice, distratto, sorridente, vezzi da artista che non vuole crescere, ma che sa diventare uomo al momento giusto; Tae Kimura incarna un personaggio fragile, che lotta per non andare alla deriva e che ritrova se stessa grazie all'amore e all'arte.

Il bozzetto, dunque, nella sua rassomiglianza fredda e dettagliata con il reale, sembra la chiave di lettura del film. I ritratti che il protagonista disegna nelle aule di tribunale sono di personaggi accusati di crimini orrendi (reali fatti di cronaca giapponese), e per lo più di omicidi o soprusi a danni di bambini. E quindi ecco la giustizia che gli adulti devono pagare nei confronti dei figli, così come i due protagonisti sembrano dover espiare le colpe della perdita della loro bambina (Hashiguchi lascia in sospeso i dettagli), e passare attraverso un loro inferno personale. Una storia verosimile sull'essere marito e moglie, sull'essere genitori di un figlio che non c'è più, sull'amarsi nonostante tutto (e questo era il punto, se ricordate). Il clima fa da contrappunto alla vicenda, i telegiornali raccontano terremoti e tifoni (altri fatti veri dello scorso decennio), i protagonisti sembrano soffrire le estati (luglio è il mese più ricorrente nella ciclica narrazione annuale), ma rinascere di inverno.

Un po' di teatralità forse, un'estetica piacevole, senza dubbio una certa poesia, un po' di Giappone da cartolina tra cerimonie del tè, tatami, dipinti di arte classica, fiori di loto, tecnologia - magari apprezzabili dagli estimatori del gusto nipponico. Una storia semplice, che vuole essere realistica e palpabile, e ci riesce anche. Ma tanto sforzo poetico frutto di nobile ascendenza, e minuziosi apprezzabili dettagli, non giustificano appesantimenti, digressioni, tante parole. Come un bozzetto allora: se ne apprezza la forma, ma lo si trova un po' incompleto.