CAST & CREDITS

cast:
Cécile de France, Maïwenn Le Besco, Philippe Nahon, Franck Khalfoun

regia:
Alexandre Aja

durata:
91'

produzione:
Luc Besson, Robert Benmussa, Alexandre Arcady

sceneggiatura:
Alexandre Aja, Grégory Levasseur

fotografia:
Maxime Alexandre

scenografie:
Tony Egry

montaggio:
Baxter

musiche:
François Eudes

Alta tensione | Recensione | Ondacinema

Alta tensione

di Alexandre Aja

slasher, horror, Francia (2003)

di Giuseppe Vuolo

Voto: 7.5
"Alta tensione" è un film che tiene saldamente fede al suo titolo e che riesce ad andare oltre il semplice omaggio allo slasher, strizzando l'occhio in modo particolare al cinema italiano di genere degli anni Settanta: non è certo un caso che a occuparsi dei trucchi ci sia il grande Giannetto De Rossi (storico collaboratore di Lucio Fulci) e che in apertura possiamo ascoltare "Sarà perché ti amo" dei Ricchi e poveri. E proprio nulla è affidato al caso in questo secondo prodotto di Alexandre Aja. Se "Furia", film dai connotati fantascientifici (tratto dal romanzo "Graffiti" di Julio Cortazar), evidenzia subito l'abilità registica di Aja, "Alta tensione" dimostra che il territorio Horror gli è sicuramente più congeniale. Così come per "Furia", il film è scritto in collaborazione con il fidato amico sceneggiatore Gregory Levasseur - e i due, ovviamente, condividono una certa passione sia per la fantascienza sia per l'horrror.

Liquidiamo subito un primo livello di lettura che, già di per sé, lascia emergere la vittoria della scommessa da parte del giovane regista francese. La splendida mattanza messa in scena è vigorosa ed esplicita. Perpetrata da una perfetta macchina di distruzione quale si rivela essere Philippe Nahon, figura che guarda a Jason, Mike Myers e Leatherface. Il ritmo è serrato e il sangue non si risparmia. Ogni via di fuga sembra preclusa.
Nahon si lascia alle spalle una scia di sangue di entità sconvolgente. E quando, dopo gli omicidi nello sperduto casolare di campagna, la mdp si sofferma negli ambienti del macello (ricordando il finale halloweeniano di John Carpenter, in cui si concede un ultimo sguardo ai luoghi dov'è passato il "male") affiora in rilievo il crudo spessore della violenza cui abbiamo assistito, preparandoci a ciò che deve ancora accadere.

Oltre la superficie del massacro - bene di prima necessità di un film di genere - riscontriamo, tuttavia, la classe di chi non è "semplicemente" capace di tenere sotto controllo con sapiente efficacia una materia che conosce in maniera approfondita: Alexandre Aja, infatti, (ri)produce una realtà distorta e malata. Sin dall'inizio siamo informati che la sua telecamera è pronta a registrare una confessione malsana. Che Marie sia vittima o carnefice - al momento propendiamo facilmente per la prima ipotesi - poco importa: ciò che sappiamo è che deve aver affrontato un'esperienza a dir poco traumatizzante. E il successivo segmento onirico dei titoli di testa ratifica il concetto di alterazione e di disturbo mentale.
Anche se il "vero" inizio del racconto [che la mdp sta già registrando] lascia intuire allo spettatore più attento la sorpresa finale (il look mascolino di Marie e la sua esplicita passione per Aléx, una certa attitudine a bere alcolici e - soprattutto - la sua affermazione di essersi appena risvegliata da un incubo pauroso in cui correva tra i boschi per sfuggire a sé stessa) il fascino della vicenda risiede nella narrazione e non nello stupore dell'epilogo: del resto, non a caso, a svelare la sorpresa è proprio la registrazione di una telecamera all'interno della stazione di benzina.

E la narrazione ci pone di fronte al tema del doppio (inteso come malattia mentale) e dell'ossessione. Ci pone di fronte a una realtà disturbante e sconnessa (i ralenti e le immagini mosse che contraddistinguono Marie in alcuni momenti essenziali). Marie, in tutta la sua fisicità, è un corpo estraneo al racconto. E a sottolineare tale sensazione di dispersione e distanza provvedono i fruscii elettronici e distorti del commento sonoro di François Eudes e l'ottima "New Born" dei Muse. Infine, abbiamo specchi, porte e giochi d'ombre di hitchcockiana memoria in buona ed efficace quantità e una fotografia piuttosto tetra e sgranata.
Quella di Marie è una vera e propria ossessione nei confronti di Aléx (basta guardare alla prima e all'ultima scena della pellicola). Un oggetto del desiderio che non può ottenere e che conduce a un ribaltamento del mondo messo in scena. La bestia feroce che aggredisce per dar sfogo ai propri deviati impulsi sessuali frustrati, mescolati a un sentimento d'amore (anche familiare) che non può essere corrisposto, non è un mostro maschio, ma donna; Marie non è la vittima (almeno non "quel" tipo di vittima) che vediamo scappare tra i boschi nel sogno iniziale: quella vittima è Aléx, come abbiamo modo di scoprire nella capovolta realtà dell'epilogo.