CAST & CREDITS

cast:
François-Joseph Cullioli, Aziz El Hadachi, Hamza Mezziani, Joseph-Marie Ebrard

regia:
Thierry de Peretti

distribuzione:
Kitchen Film

durata:
82'

produzione:
Ferris & Brockman, Stanley White

fotografia:
Hélène Louvart

montaggio:
Pauline Dairou

costumi:
Mati Diop

Apache | Recensione | Ondacinema

Apache

di Thierry de Peretti

drammatico, Francia (2013)

di Carlo Cerofolini

Voto: 6.5

Two Tribes, due tribù. In prima fila sotto la luce dei riflettori quattro ragazzi sottratti temporaneamente all'oblio di una sconfitta senza speranza; poco più indietro il rumore assordante dei vincitori portati in trionfo. A tenerli separati una terra di nessuno in cui l'esistenza si decide secondo la legge del più forte. Il far west di cowboy ed apache applicato all'immaginario idilliaco e incontaminato della Corsica costituisce il corpo contundente che fa da scenario alla storia di ordinaria follia raccontata da Thierry de Peretti nel suo "Apache", titolo che allude all'alienazione dei giovani protagonisti, pied noirs senza il bisogno di mostrarlo con il colore della pelle (Jo è di origine italiana ma fa lo stesso), ma anche all'indifferenza di quelli che li guardano senza vederli: dai connazionali vacanzieri disprezzati con toni duri - "francesi di merda" è l'epiteto loro affibbiato - ai Corsi, i nuovi padroni decisi a far rispettare lo status quo confinando quel che resta in una "riserva" di miseria ed anonimato. Senza dimenticare noi, testimoni asettici di una tragedia da cui vorremmo distogliere lo sguardo per la violenza insostenibile delle sue conseguenze. Perché rispetto al desiderio d'emancipazione di François-Joseph, Aziz e Hamza Thierry il regista si posiziona esattamente al centro senza fare sconti a nessuno. Equidistante non in termini di interesse - il film legge la vicenda attraverso le azioni dei piu deboli - ma dal punto di vista dello sguardo, Peretti non si preoccupa di acquietare la coscienza con giustificazioni e ordini di merito - il rampollo che si preoccupa della carrozzeria della macchina mentre decide il destino della sua vittima fa il paio con la distaccata manualità con cui, dalla parte opposta, ci si occupa di occultare i resti di un cadavere ancora caldo - ma preferisce puntare l'obiettivo sulle liturgie di una socialità ferina, in grado di trasformare il male in una manifestazione di quotidiana banalità. Condividendo l'incipit con un altro film proveniente dall'edizione 2013 del festival di Cannes ("Bling Ring" di Sofia Coppola) il film di Peretti inizia come un gioco ma si trasforma in qualcosa di più serio quando Aziz deve affrontare le conseguenze di un furto compiuto con la complicità degli amici con cui si è introdotto nella villa dove il padre lavora come custode. Spaventato dalle minaccie dei proprietari che vorrebbero recuperare la refurtiva, Aziz, in preda alla disperazione e non sapendo cosa fare, inizia a girovagare per la città in cerca di una soluzione.

Girato in digitale e interpretato nei ruoli più importanti da attori non professionisti "Apache" è il frutto di una sinergia che interessa tanto l'aspetto narrativo, sviluppato con una "vertigine" da cinema noir - la fuoriuscita dei protagonisti dal proprio territorio sarà pagato a caro prezzo - quanto quello dei contenuti, per una volta capaci di superare il tema della mancata integrazione per fare i conti con la desertificazione morale e fisica della nostra contemporaneità. Peretti realizza un film duro, e nella terribile scena dell'omicidio, addirittura scandaloso. La sua bravura sta soprattutto nell'impedire di farsi sfuggire di mano una materia incandescente, raggelata dalla continua presenza di campi lunghi che sembrano ricercare la "giusta distanza", e nello stesso tempo sostanziano l'importanza dell'ambiente, determinante nello stabilire una supremazia - dei corsi sui magrebini - che al di fuori di quel territorio cesserebbe di esistere per il sentimento di estraneità che accomuna le due comunità rispetto al resto del paese. Peccato quindi che "Apache" si perda sul più bello, quando, dovendo motivare la spirale di violenza, sensi di colpa e successivi ripensamenti, si limiti a prenderne atto senza leggittimarli con la dovuta accuratezza psicologica. In questo modo il film perde la compattezza della prima parte, avvicinando un'inconsistenza che in qualche modo attenua l'entusiasmo per un esordio comunque degno di nota.