CAST & CREDITS

cast:
Rudy Youngblood, Raoul Trujillo, Jonathan Brewer, Morris Birdyellowhead

regia:
Mel Gibson

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
139'

produzione:
Icon Productions - Touchstone Pictures

sceneggiatura:
Farhad Safinia - Mel Gibson

fotografia:
Dean Semler

scenografie:
Jay Aroesty

montaggio:
John Wright

costumi:
Mayes C. Rubeo

musiche:
James Hormer

Apocalypto | Recensione | Ondacinema

Apocalypto

di Mel Gibson

avventura, Usa (2006)

di Piero Calò

Voto: 8.5

Quarta e, al momento, ultima regia di Mel Gibson.
“Apocalypto” è un film del 2006 che fu proiettato nelle sale italiane dal gennaio 2007 per non incappare nella concorrenza “sleale” del doppio cinepanettone, “Natale a New York” con De Sica e “Olè” con Massimo Boldi, freschi freschi di divorzio.
Film storico (è ambientato nel ‘500) e d’avventura, che culmina nei 60 minuti finali in una fuga a rotta di collo, zeppa di pathos, thrilling, sangue e alcune gag che, nonostante la crudezza e drammaticità generale, strappano qualche sorrisino.
“Apocalypto” ha tutte le caratteristiche del kolossal: un budget di 40 milioni di dollari, 700 comparse in scena, una sceneggiatura di ferro e una mise en scene ultra-classica con le figure dell’eroe, dell’avversario, dell’adiuvante, dell’opponente, della ricompensa finale e anche del dono, quell'oggetto che dà la forza per superare gli ostacoli, come gli spinaci di Braccio di Ferro.
Due sole caratteristiche remano contro l’”uniformità” à la blockbuster: l’uso di attori non prefessionisti e della lingua “originale” (il Maya yucateco) così come per “La Passione di Cristo” erano stati impiegati l’aramaico e il latino.
Questo per rispondere alla mia amica irlandese, fan sfegatata de “Il gladiatore”, cui faceva strano ascoltare la voce di Russell Crowe doppiata in italiano e figurarci come poteva straniare noi, ad ascoltarlo in inglese!

Siamo nel 1519, Messico, alla periferia dell’Impero Maya.
Zampa di Giaguaro (l’atletico Rudy Youngblood, una straordinaria somiglianza con Ronaldinho) è il capo di un modesto e vitale villaggio di raccoglitori-cacciatori.
Al termine di un estenuante inseguimento ad un tapiro (tipo quello di “Striscia la notizia” ma gigantesco), la squadra di cacciatori torna al villaggio, si divide la carne, saluta moglie e figli, si rilassa, si fa scherzi da camerata anche pesanti ma sempre ben accetti.
La sera, tutto il villaggio si riunisce intorno al fuoco per ascoltare il vecchio saggio nel suo racconto “morale” e terrificante (l’equivalente della nostra fiaba) che ha lo scopo di rafforzare i legami di obbligo e solidarietà all’interno di ciascun nucleo familiare e, in ultima analisi, verso tutto il villaggio.
Questa lunga sequenza, frequentativa, illustra e mostra una routine che si vorrebbe eterna, perpetuata di generazione in generazione.
Ma. Un gruppo di cacciatori di uomini, gli Olcani, capitanati dal terribile Zero Wolfe (un impressionante Raoul Trujillo) rompe l’incantesimo e introduce la nostra storia: la lotta contro il male, la sconfitta, la prigionia, il lungo viaggio verso il centro dell’Impero, l’incredibile fuga.

“Apocalypto” è stato candidato a 3 Premi Oscar ma non ne ha vinto nessuno; la cosa, a chi a visto il film, avrà lasciato un certo sconcerto perché certamente li avrebbe meritati, in special modo quelli “coreografici”, legati ai costumi e alla ricostruzione delle acconciature, accessori, armi, utensili…
Una buona parte del budget, infatti, è stata impiegata a stipendiare una squadra di ben 200 tra parrucchieri e truccatori, capitanati dai “nostri” bravissimi Vittorio Sodano e Aldo Signoretti.
I 200 artigiani hanno agghindato per tre settimane le 700 comparse e, davvero, nessuno era uguale all’altro e ognuno era arredato di abiti, gingilli e acconciature molto complesse.
La regia di Mel Gibson ha giustamente messo in valore tanta ricchezza, abbracciando i gruppi in imponenti sequenze di massa, attraversati da vertiginose panoramiche a schiaffo che staccavano sui primi piani dei volti carichi di tensione espressiva, alcuni molto belli, tutti “inquietanti”, dipinti, ingioiellati, tatuati, acconciati, sfregiati.
Una seconda menzione la merita il maestro d’armi Simon Atherton (già con Gibson in “Braveheart”) che ha ricostruito il lusso e l’efficacia delle armi che i Maya forgiavano da un lato con l’ossidana, un minerale duro e molto tagliente e, dall’altro, con una pietra neutra, buona a stordire ma non a uccidere, variante preziosissima per gli Olcani che avevano bisogno di prigionieri, non di cadaveri. Altro elemento particolarmente curato è stata la “tavolozza” dei colori, tutti naturali, rituali e simbolici. Il blu-indaco è la tinta del sacrificio umano, il passaggio rituale dallo status di prigioniero a quello di capro espiatorio; il verde-giada e il rosso cocciniglia sono i colori che connotano l’eleganza dei diversi status sociali, entrambi ottenuti dalle viscere animali. Dopotutto, anche nell’ultimo film di Rivette, Questione di punti di vista (2009) abbiamo potuto ammirare la bellezza abbagliante dei colori che prendono anima dal trattamento delle piante.

Bene, fino a questo punto tutti sono d’accordo.
Poi, però, scatta un meccanismo per il quale “Apocalypto” (ma sarebbe più giusto dire “Mel Gibson”) diventa “detestabile”, “schifoso”, “inguardabile”, eccetera.
Tanta nettezza di giudizio è decisamente sospetta e solo in parte può essere spiegata con la violenza del racconto che indugia (sicuramente troppo) su cuori palpitanti appena estirpati dal petto, frecce che entrano dal cranio ed escono dalla bocca, giaguari che inghiottono una testa umana per intero.
D’accordo: tutto questo c’è per davvero ma, ripeto, non spiega da solo un ostracismo così virulento. Pesa invece decisamente, su Mel Gibson, una vulgata delle sue idee politiche, religiose e sociali. Non è compito di questa recensione affrontare l’argomento; possiamo solo registrare che tutto inizia di sicuro con “La Passione di Cristo” un film che non è proprio piaciuto a molta gente che crea opinione e che ha infatti imbastito un feroce passaparola che dipinge Mel Gibson come, né più né meno, un mostro.
Persino un fermo di polizia per guida in stato d’ebbrezza e conseguente oltraggio alla divisa sono diventati argomenti formidabili a suo sfavore nonostante un episodio del genere sia capitato anche a mio cugino che ha pagato una bella multa e si è dovuto riconquistare una decina di punti della patente. Nessuno di noi, nemmeno in famiglia, lo considera però un mostro e non per paura che ci ammazzi tutti!

Mel Gibson è, oltre che attore e regista, un ultrà della famiglia (ha otto figli) e un attivista politico, fortemente critico col suo paese adottivo, gli USA, in tema di politica estera e sociale.
Due cose di “Apocalypto” hanno molto infastidito l’America del 2006 e, per quanto possa essere considerato un “semplice” film d’avventura, i messaggi si fanno strada e Mel Gibson stesso, a scanso d’equivoci, li ha ribaditi in ogni occasione, intervista, dibattito, incontro legati alla sua promozione.

Messaggio numero 1: l’Impero Maya è stato ieri ieri ciò che gli USA sono oggi.
Una società che affoga nella sua stessa opulenza, marcia, estetizzante, indolente, violenta e infine anche blasfema perché, così come i Maya si consideravano gli uomini del Destino, i più prossimi al loro dio Kukulkan, così la follia geopolitica dell’amministrazione Bush ha lanciato guerre sante e infinite, ha esportato modelli costituzionali, ha imposto con i bombardamenti aerei la sua idea di democrazia.
I Maya del 1500 erano per davvero una società avanzata, ricca, complessa, capace, per esempio, di calcolare con esattezza un’eclissi solare (Detto en passant: i Maya sono quelli del 21 dicembre 2012…) e strutturare intorno a questa informazione “privilegiata” un’intera commedia che nel film si chiama “i giorni del lamento”, un complesso carnevale dialettico tra il popolo eletto e il terribile Kukulkan mediato dai grandi sacerdoti in cima alle loro sfarzose piramidi-tempio, occupati a offrire al dio olocausti umani, uno dietro l’altro, via il cuore e poi la testa, senza soluzione di continuità finché l’improvviso oscurarsi del sole e il ritorno della luce simboleggiavano la teofania, il divino manifestarsi e ringraziare il “suo” popolo promettendo, tra le righe, che sarebbe ritornata l’antica opulenza: una geniale pantomima.

Quindi, come scrivevamo, diede molto fastidio la rappresentazione di un’America crudele e in malafede, la malafede che inscena spettacoli sanguinosi, che abbisognano, per essere credibili, di vittime innocenti, utili a riaffermare il proprio dominio, una velata, ma non tanto, allusione ai fatti dell’11 settembre.

La seconda questione è legata al sacrificio umano vero e proprio.
Mel Gibson, padre di otto figli, si riferisce all’aborto, il sacrificio umano dei tempi moderni, il cui dibattito negli Stati Uniti ha registrato anche attentati e omicidi di medici a favore della pratica.
Mel Gibson è un convinto anti-abortista e ci ha tenuto, oltre a dirlo, a metterlo in relazione al tramonto dell’Impero americano.

Detto questo, “Apocalypto” resta un godibilissimo film d’avventura il cui sottotesto scorre placidamente parallelo, autonomo.
Certo, è un film violento ma erano i Maya a essere violenti, ad avere confidenza con l'aldilà. Quando uno degli Olcani è pinzato a morte da un serpente, è assistito nella sua agonia da un commilitone che gli dice senza emozione, in tono neutro: “Apri le tue vene e fa’ buon viaggio”.

Ci ha fatto ricordare quella che consideriamo la più struggente delle scene del capolavoro di Terrence Malick, “La sottile linea rossa”: un GI dilaniato da una bomba resta da solo, i suoi compagni non possono avvicinarsi; con le poche forze rimastegli prende le due punture di morfine in dotazione e le pianta con una estrema delicatezza nelle gambe maciullate; sospira: è solo con la morte, prova una enorme pietà per quelle sue povere gambe.

“Apocalypto” è violento, d’accordo, ma non più, per esempio, di “Soldato blu” (Ralph Nelson, 1970) nella sua crudissima rappresentazione della violenza bianca vista con gli occhi degli Indiani.
In quei giorni, il 30 dicembre 2006, era stato giustiziato Saddam Hussein e la scena dell’impiccagione passava e spassava su tutti i TG di tutte le emittenti. Erano forse meno violente? Il dittatore non è stato lasciato da solo neanche davanti alla morte, oltraggiato dai telefonini che giravano i video...

Mel Gibson ricostruisce la magnificenza Maya con un forte spirito documentario, mettendo in evidenza che laddove questi dipingevano le vittime sacrificali di blu, in America, oggi, ci si dipinge di blu per scatenare il tifo infernale nelle partite di baseball.
Il regista si è preso una sola licenza: il declino dell’Impero Maya non fu repentino come il film lascia intendere; quando i Conquistadores sbarcarono (1519) la società Maya era già tramontata da almeno mezzo secolo. È una licenza tutto sommato innocua (e comunque dichiarata), utile ai fini drammatici del racconto e che non sposta di una virgola la questione.

Suona invece piuttosto amara la fine di “Apocalypto”: davanti le caravelle spagnole pronte a sbarcare, Zampa di Giaguaro prende la moglie e i suoi due figli (il secondo appena nato) e si inoltra nella foresta, lontano dagli stranieri, a “cercare un nuovo inizio”.
La fiducia nel futuro, che fu il tema portante di "Braveheart" e soprattutto de “Il patriota” (Roland Emmerich, 2000) è ormai scomparsa. Mel Gibson non crede più nel suo Paese e dopo aver consumato la vendetta, ha un solo e polare obiettivo: difendere la sua famiglia, assicurarle un “nuovo inizio”.