CAST & CREDITS

cast:
Ben Affleck, Bryan Cranston, John Goodman, Alan Arkin, Victor Garber, Tate Donovan, Clea DuVall

regia:
Ben Affleck

distribuzione:
Warner Bros Italia

durata:
120'

sceneggiatura:
Chris Terrio

fotografia:
Rodrigo Prieto

scenografie:
Sharon Seymour

montaggio:
William Goldenberg

costumi:
Jacqueline West

musiche:
Alexandre Desplat

Argo | Recensione | Ondacinema

Argo

di Ben Affleck

drammatico, Usa (2012)

di Alex Poltronieri

Voto: 7.0
Giunto alla terza prova dietro la macchina da presa, dopo due solidi noir urbani come "Gone Baby Gone" e "The Town", Ben Affleck alza il tiro e sceglie di raccontare una delle pagine meno conosciute della Storia Usa, passando con disinvoltura dai racconti della piccola criminalità di Boston ad un thriller politico dal respiro più ampio. Prodotto dal noto team di star "impegnate" composto da George Clooney e Grant Heslov, e ispirato, con più di una drammatizzazione, alle memorie dell'agente CIA Tony Mendez, "Argo" mette in scena quel "Canadian Caper" forse oscuro alla memoria collettiva, ma talmente incredibile e "geniale" che risulta difficile credere sia avvenuto veramente.
 
L'imbroglio di cui vuole parlarci l'Affleck regista è quello avvenuto a Tehran nel 1980, in seguito alla rivoluzione popolare innescatasi l'anno precedente, e volto alla liberazione di sei ostaggi americani rifugiatisi nella casa dell'ambasciatore canadese. L'operazione portata a compimento da servizi segreti americani e canadesi dopo mille tentennamenti consistette nell'infiltrare in loco un agente (interpretato dallo stesso Ben Affleck), e dare ai sei fuggiaschi americani delle false identità spacciandoli per cinematografari, giunti in Iran per supervisionare la produzione di un film di fantascienza nello stile di "Guerre Stellari" (chiamato appunto "Argo"). Una montatura colossale, preparata con cura certosina, al punto che furono chiamati in causa il noto truccatore (premio Oscar per "Il pianeta delle scimmie") John Chambers e il produttore hollywoodiano Lester Siegel per dare credibilità alla farsa. Insieme a Mendez pubblicizzarono la pellicola come se dovesse essere davvero messa in produzione (con tanto di pubblicità su "Variety", party con le star, un fasullo studio a Los Angeles...). Sino alla parte più delicata: ovvero trasformare i sei ostaggi in attori provetti, in modo da non destare i sospetti della polizia rivoluzionaria.

Affleck racconta questa insolita vicenda richiamando alla mente il cinema di genere "militante" dei '70, aiutato dalla fotografia sgranata e nervosa dal bravo Rodrigo Prieto, che pare riportarci indietro di un trentennio, e lavorando con precisione sulla suspense. Ne esce una pellicola solida, che calibra senza pretestuosità la riflessione politica (ancora attuale) e soprattutto il tema del cinema come follia necessaria, effimera eppure "reale", in un mondo pieno di atrocità e crudeltà che sfuggono al nostro controllo. Senza dimenticare di sferrare qualche stoccata all'establishment hollywoodiano e ai suoi vizi, spesso con tono autoironico (uno dei personaggi afferma che "anche una scimmia ammaestrata potrebbe improvvisarsi regista"). Affleck convince per il tono secco e privo di fronzoli, è ammirevole per come sa creare tensione da una vicenda che potrebbe esaurirsi dopo mezz'ora, costruendo una serie di complesse sequenze che inchiodano alla poltroncina (dall'assedio iniziale all'ambasciata americana, alla "fuga" in aeroporto conclusiva, benché estremamente spettacolarizzata rispetto alla realtà dei fatti), e, inoltre, sa scegliere con intelligenza il cast di comprimari (a partire dai sublimi John Goodman -in un ruolo, non a caso, quasi identico a quello in "Matinée"- e Alan Arkin, attori che piacerebbe vedere più spesso sul grande schermo).
 
E se altre cose convincono molto meno (a partire dal Ben Affleck-attore, che con quell'aria da cane bastonato non riesce a conferire un minimo di spessore al suo personaggio) ad impedire al film di fare un vero "salto" qualitativo, restando confinato nei paletti del (sia detto, pregevole) esercizio di genere, è una certa difficoltà nell'andare a fondo alle tante questioni tirate in ballo. Affleck si "accontenta" di raccontare questa picaresca impresa con invidiabile fluidità e dedizione, tuttavia, senza mai soffermarsi più del necessario sulle tematiche più spinose (come il coinvolgimento della CIA nel sostegno delle atrocità compiute dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi), tant'è che in dirittura d'arrivo l'ideologia di fondo si fa leggermente torbida, con i Rivoluzionari ridotti a macchiette urlanti, e gli agenti dell'Intelligence Usa "santificati" (pura propaganda la voce di Carter sui titoli di coda) ed elogiati a più riprese per l'ottimo lavoro svolto e la propria tempra morale (fino al 1997, anno in cui l'operazione fu declasifficata da Clinton, l'intero successo dell'operazione fu addebitato di proposito ai soli servizi segreti canadesi, in modo da evitare ripercussioni sugli altri ostaggi Usa rimasti a Tehran).

Distinguo a parte, "Argo" conferma ancora una volta la crescente maturità di Ben Affleck come regista, e siamo pronti a scommettere che sarà uno dei nomi di punta alla prossima edizione degli Academy Awards.