CAST & CREDITS

cast:
Regina Casé, Camila Márdila, Karine Teles, Lourenço Mutarelli

regia:
Anna Muylaert

distribuzione:
BIM

durata:
110'

produzione:
Caio Gullane, Debora Ivanov e Anna Muylaert per Gullane, Fabiano Gullane, in associazione con África

sceneggiatura:
Anna Muylaert

fotografia:
Bárbara Álvarez

scenografie:
Marcos Pedroso, Thales Junqueira

montaggio:
Karen Harley

musiche:
Fabio Trummer, Vitor Araújo

È arrivata mia figlia | Recensione | Ondacinema

È arrivata mia figlia

di Anna Muylaert

drammatico, Brasile (2015)

di Claudio Fabretti

Voto: 7.0

Scene di lotta di classe nel Brasile in trasformazione. La rivoluzione sociale di un paese intero concentrata nei lussuosi interni di una villa di San Paolo.
Sciaguratamente tradotto in "È arrivata mia figlia!", come se si trattasse dell'ennesima commediola italiana sulle famiglie scombinate (magari con regia di Genovese), "Que horas ela volta" è il film-rivelazione della brasiliana Anna Muylaert, che ha vinto al Sundance e ha conquistato il premio del pubblico all'ultimo Festival di Berlino. "A che ora torna?" (mamma), si chiede il piccolo Fabinho: titolo ben più acuto, quello originale, perché centra uno dei temi cruciali del film, quello delle madri che di fatto abbandonano i figli, affidandoli alle bambinaie, le quali, alla fatidica domanda, non possono far altro che rispondere "non lo so".
Ma il sacrificio della tata Val, originaria del depresso Nord-Est, è doppio: oltre a dover gestire in toto il figlio altrui, infatti, è costretta anche a rinunciare a esercitare la sua maternità, lasciando la figlia Jessica crescere lontano, con il padre e la sua nuova compagna. È da questa crudele privazione che inizia la lotta di classe. Una battaglia costruita molto più sulla psicologia dei personaggi che sulle loro azioni, e destinata a innescare un radicale stravolgimento di ruoli e attitudini.

Tutto, infatti, almeno inizialmente, è fin troppo schematico: la tata fedele e sottomessa, la padrona algida e dispotica, il marito inetto, il figlio bamboccione e la destabilizzante new entry Jessica, che ostenta disinvoltura e sfrontatezza, con la sicurezza e l'orgoglio di chi si è fatta da sola ed è in grado ora di centrare il massimo del punteggio al test d'ammissione all'università più prestigiosa della metropoli. A far detonare la macchina narrativa del film è proprio il suo ingresso in scena, nella lussuosa villa con piscina di Carlos e Barbara, due che i soldi sostanzialmente li hanno ereditati (malgrado lui abbia velleità d'artista e indossi magliette degli Arcade Fire, e lei si spacci per trend-setter di moda), due rappresentanti dell'ancien régime brasiliano, quello delle caste, dell'immobilismo sociale e dei privilegi. Compreso quello dell'istruzione. Perché, come ha ricordato la stessa Muylaert, "in Brasile solo i ricchi hanno accesso all'istruzione, ai poveri non resta altro che guardare la tv". Situazione in rapida evoluzione, peraltro, grazie sia allo sviluppo economico del paese, sia alle riforme avviate dalle presidenze Lula e Rousseff, inclusa proprio la legge che impone di pagare straordinari notturni alle baby-sitter.

Nonostante i toni leggeri e aggraziati, il film non è una commedia. Il dramma è sempre latente, insito nei dettagli. La nuova schiavitù - sembra volerci raccontare Muylaert - può essere anche gentile, alimentarsi di barriere sottili e insinuarsi pericolosamente nel corpo e nella mente. Eppure può bastare anche solo un set di tazzine da caffè o un inesistente ratto in piscina per far esplodere il conflitto sociale. Ma poiché "Dio scrive dritto con righe storte", come teorizza Val, non è detto che alla fine l'illuminazione non possa arrivare, e con essa la fine dell'accettazione passiva di un destino che sembra scritto e immutabile da secoli.

Se gli entusiasmi del Sundance e di certa critica nostrana possono forse apparire eccessivi, "È arrivata mia figlia!" si rivela opera delicata e intensa al contempo, grazie soprattutto alla straordinaria umanità di una superlativa Regina Casé, già ribattezzata "la Anna Magnani carioca" (Fabio Ferzetti, Il Messaggero), con la sua fisicità amorevole, i suoi panni da strizzare e i suoi continui mariavergine. Ma tutti i protagonisti risultano efficaci, inclusa la giovane Camila Márdila, che dona a Jessica un bel mix di acerbità ed esuberanza post-adolescenziale. Tra i pregi va annoverata anche la regia di Muylaert, abilissima a scandagliare tutti gli anfratti della casa, le sue stanze, i suoi corridoi, tra inquadrature strette e fuori campo.
Al netto di qualche eccesso schematico, un film che racconta davvero la società e le sue contraddizioni, come spesso non riesce al cinema italiano di oggi.