CAST & CREDITS

regia:
Auguste e Louis Lumière

distribuzione:
Auguste e Louis Lumière

durata:
1'

produzione:
Auguste e Louis Lumière

fotografia:
Auguste e Louis Lumière

pietra miliare

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat | Recensione | Ondacinema

L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat

di Auguste e Louis Lumière

documentario, Francia (1896)

di Sabrina Crivelli

Spettacolare documento della cinematografia delle origini, "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat" è una delle più famose pellicole prodotte da Auguste e Louis Lumière.  Il filmato, girato nel Midi, a La Ciotat, risale all'ottobre del 1895, ma, al contrario di quanto riportato da diverse fonti, esso non comparve nel programma della prima proiezione pubblica al Grand Caffè di Boulevard des Capucines a Parigi, il 28 dicembre del medesimo anno, ma fu presentato solo nel gennaio del 1896.

Il documentario di brevissima durata, circa cinquanta secondi, mostra l'arrivo di una locomotiva ripresa dalla banchina di una popolosa stazione. I numerosi astanti si affrettano intorno al convoglio, alcuni si accingono a salire con pesanti valige, altri scendono, altri ancora aspettano passeggeri del treno in procinto di uscire. Tra questi ultimi, simulando l'attesa di un fittizio conoscente, vi sono numerosi membri della famiglia Lumière:  Suzanne e Rose, la sposa e la figlia di Luis, Marguerite, la moglie di Auguste, Joséphine, seconda moglie del padre Antoine, ed i nipoti Madeleine e Marcel. Il protagonismo familiare è certo uno dei tratti distintivi dei primi filmati dei due inventori (come "Repas de Bébé" o "Scéne d'Enfants"); gli interpreti delle scenette quotidiane sono infatti spesso l'entourage dei primi operatori cinematografici. Nella fattispecie, il reclutamento all'interno delle riprese di "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat" di un gruppo di agenti consapevoli del soggetto in fieri vanifica la scissione tra film "non recitato", ossia un archetipico documentario, e quello "di finzione": la scelta di introdurre i propri parenti, che peraltro simulavano l'attesa di un terzo inesistente, implica la performatività del filmato sin da principio. Infatti per quanto il taglio documentaristico, la mancanza di un cast di attori professionisti e di una vera e propria messa in scena inducessero a presupporre una certa ingenuità, ossia l'assenza di falsificazione del Reale, in verità esisteva sin dagli albori un certo livello di costruzione del prodotto filmico, benché non vi fosse montaggio.

Inoltre il soggetto ripreso, lungi dall'essere proposto in maniera passiva all'interno della narrazione, era caricato di una serie di riferimenti semantici. La scelta del treno, protagonista insieme alla folla, non era assolutamente frutto di casualità: esso, ripreso dai Lumière  ben cinquantotto volte nei titoli del repertorio, è uno dei principali simboli della modernità nell'immaginario ottocentesco. Vi è allora un inno alla evoluzione tecnologica, alla velocità ed alle scoperte scientifiche, il cui emblema è la città simbolo della modernità: la Parigi imperiale, in cui vige il clima positivista e celebrativo di Napoleone III e del suo urbanista Huisman. Gli stessi Lumière, come scienziati ed inventori, si sentivano parte dell'intemperie culturale. Come nella produzione dei vedutisti settecenteschi (il Canaletto), veniva riproposta la spettacolarizzazione dei riti sociali, il viaggio di un treno verso una località di vacanza diveniva allora mitizzazione della propria contemporaneità, sviluppata con il nuovo strumento cinematografico. Il medesimo procedimento sarebbe successivamente stato applicato alle "vedute animate", brevi descrizioni filmiche sia di Parigi, che di esotiche mete in tutto il mondo. Inoltre, si riscontrava nell'ambito delle arti visive un modello ancor più diretto: il medesimo soggetto, la locomotiva nella stazione gremita di avventori era stata pochi anni prima protagonista in "La gare di Saint Nazare", tela di Monet. Vi era quindi una notevole affinità descrittiva tra il cinema delle origini e la produzione impressionista: in ambedue era forte la propensione di introiettare al manufatto artistico le pratiche proprie della vita moderna ed i suoi contesti, a cui l'artista prendeva parte. Anche nel filmato dei Lumière gli autori, come il pubblico, erano inscritti nella scena.  La scelta di porre al centro della banchina il punto di vista (da cui si effettuano anche le riprese) porta lo spettatore a sentirsi immerso nel medesimo ambiente, come ad affermare un condiviso senso di appartenenza.  

L'intraprendente borghesia cittadina francese diveniva l'origine e la destinazione della prima produzione cinematografica, influenzandone i caratteri e prediligendone la declinazione spettacolare. Come constava intelligentemente Gaudrealt nel suo saggio, Cinema delle origini o cinematografia-attrazione, il nascente cinematografo partecipava ad un insieme di attrazioni che si inserivano nell'universo dell'intrattenimento: lungi dall'avere una propria identità, esso era dispositivo illusionista da fiera tra molti altri (come la lanterna magica). La settima arte era tesa soprattutto a destare stupore, la spettacolarizzazione dell'immagine in movimento era sufficiente per attirare ed ammaliare lo spettatore ingenuo del tempo, solo in un secondo periodo, con la istituzionalizzazione del medium, la narrazione filmica sarebbe stata sviluppata attraverso un insieme di codici condivisi. Il celebre filmato della locomotiva in corsa destava allora innumerevoli affermazioni di meraviglia e spavento presso un pubblico ancora impreparato; esemplificativa risulta la dichiarazione della contessa de Pange, che affermava: "la locomotiva sembrava uscire dallo schermo e balzare direttamente sul pubblico mentre i viaggiatori si gettavano all'assalto dei vagoni". L'iperrealismo delle immagini, l'incredibile profondità di campo ed il punto di fuga ribaltato faceva sembrare allo spettatore che il treno stesse per invadere la sala investendolo.

Impagabile ritratto della società francese di fine secolo e documento dell'evoluzione tecnica negli strumenti di riproduzione visiva, "L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat" non rimane però solo mero cimelio filmico. La pellicola è stata citata e riprodotta innumerevoli volte, in epoche diverse: da "Il silenzio è d'oro" di Rene Clair a "Dracula di Bram Stoker" di Coppola, da "Hugo Cabret", in cui Scorsese sfoga tutta la sua propensione alla cinefilia, al comico parodico di "Superfantozzi", la menzione della famosa locomotiva non ha confini di tempo, spazio o genere cinematografico. Ormai indelebile nell'immaginario collettivo, l'icona del treno che arriva, sbuffando vapore, nella piccola stazione della Ciotat rimarrà inscritta per sempre nel patrimonio culturale.