CAST & CREDITS

cast:
Nicole Kidman, Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown, Jack Thompson, David Gulpilil, Brandon Walters

regia:
Baz Luhrmann

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
165'

produzione:
Bazmark Films, Twentieth Century-Fox Film Corporation

sceneggiatura:
Baz Luhrmann, Stuart Beattie, Ronald Harwood, Richard Flanagan

fotografia:
Mandy Walker

montaggio:
Dody Dorn, Michael McCusker

musiche:
David Hirschfelder

Australia | Recensione | Ondacinema

Australia

di Baz Luhrmann

drammatico, Usa/Australia (2008)

di Pietro Andrea Bonaffini

Voto: 4.5
Non si può certo definire Baz Luhrmann un regista prolifico. Il suo esordio sul grande schermo risale a ben sedici anni fa, nel lontano 1992, con "Ballroom - Gara di ballo". Ma è con il divertito omaggio shakespeariano "Romeo + Giulietta" (1996) e, soprattutto, con lo sgargiante musical "Moulin Rouge!" (2001) che il regista australiano si è imposto all'attenzione del grande pubblico, grazie in parte alle lodi di chi ha potuto lavorare con lui (vedi alla voce Nicole Kidman in primis) ed in parte ad uno stile visivamente eccentrico.

Lo stesso autore ha definito i suoi primi tre lavori come "il trittico del sipario rosso", facendo un chiaro riferimento ad un certo tipo di cinema ed alla sua evidente commistione con il teatro: totale reinvenzione dei generi (dramma o musical che siano), attraverso uno stile barocco e spumeggiante, coloratissimo e frenetico, accompagnato immancabilmente dalla musica, vera e dichiarata passione del regista.
Dopo alcuni anni lontano dalle scene (creando un'attesa non indifferente in chi lo aveva ammirato nelle sue precedenti gesta), Luhrmann ritorna ed abbandona la dimensione "teatrale", per avventurarsi all'esterno (dopo essere sempre stato fedele al lavoro in studio): niente di meno che nel natio e selvaggio outback australiano. E si perde per strada, tra deserti sconfinati e riti magici.
Film dalla lunga gestazione, "Australia" nasce dall'idea di Luhrmann di rendere omaggio alla propria terra, così lontana dal nostro mondo e così ricca di mistero. Un kolossal dagli intenti epici ed altisonanti, che si ispira apertamente ai classici del genere, primi tra tutti "Via col vento" e "Lawrence d'Arabia" e che vanta numeri imponenti, come si addice a questo tipo di produzioni: 130 milioni di dollari di budget, 157 giorni di riprese per quasi 3 ore di film, oltre 1500 cavalli utilizzati, 4 sceneggiatori per ben 6 finali ideati (uno solo, quello meno tragico inserito nella versione definitiva) e qualche incidente di percorso come tempeste di sabbia e piogge torrenziali.

La storia è ambientata nel Nord dell'Australia, alla vigilia del bombardamento della città di Darwin da parte dei giapponesi, all'inizio del secondo conflitto mondiale (poco dopo l'attacco a Pearl Harbor). I fatti ci vengono raccontati dalla voce fuori campo del piccolo Nullah (che ha il volto del giovane Brandon Walters), figlio di madre aborigena e padre bianco. Lady Sarah Ashley (Nicole Kidman) è una ricca nobildonna inglese che eredita dal marito (trovato misteriosamente ucciso) un vasto e poco redditizio possedimento di terreno in Australia: Faraway Downs. Sarà costretta a portare in salvo la propria mandria per sottrarla dalle mani di altri avidi proprietari terrieri, l'allevatore King Carney (Bryan Brown) ed il suo luogotenente Neil Fletcher (David Wenham). Troverà un aiuto inaspettato in un rude mandriano (Hugh Jackman), chiamato da tutti semplicemente "The Drover", proprio come gli eroi senza nome dei western di Sergio Leone. Come è ben prevedibile, i due finiranno per innamorarsi, nonostante le differenze sociali, e dovranno lottare per salvare il loro amore e la loro famiglia.

Si comincia bene e nei primi minuti l'approccio grottesco e un po' divertito fanno ben sperare. Poi Luhrmann ed i suoi sceneggiatori si prendono troppo sul serio e sviluppano la storia in modo schematico e prevedibile, non concedendo nemmeno uno sviluppo credibile ai propri personaggi. Come accade per uno dei punti su cui più sembrava voler puntare il film (con tanto di didascalie) e che viene fagocitato dallo svolgersi degli eventi: l'accusa contro le "generazioni rubate", ovvero di quei bambini meticci (come Nullah) che venivano presi dalla polizia locale ed affidati alla Chiesa, per essere rieducati secondo i sani principi della cultura occidentale. La frenesia di "Moulin Rouge!", il suo ritmo sostenuto (qui scappa anche lo sbadiglio) e la sua ironia (qui a dosi decisamente ridotte), sembrano essere svaniti nel nulla (tra le sabbie del Kununurra per troppo amor di patria?). La regia di Baz si appiattisce e non concede nulla che non sia già stato visto, nel vano tentativo e nelle mal riuscite ambizioni di cantare la bellezza e la durezza di una terra selvaggia, se non anche gli orrori della guerra o i misteri della cultura aborigena. La fotografia, troppo satura di effetti digitali, con gli attori che spesso sembrano incollati sullo sfondo, e la messa in scena, a tratti sommaria (la tanto decantata scena del bombardamento dura talmente poco da non poterne nemmeno assaporare le potenzialità cinematografiche), non riescono a restituire la forza ed il mistero dell'Australia.

Ma alla fine, quel che più delude è la quasi completa mancanza di emozioni e di coinvolgimento, di cui abbondava invece il suo precedente musical. Persino la Kidman (seppur all'altezza della situazione, come sempre) pare non credere molto nel progetto, nonostante gli entusiasmi sbandierati in molte interviste e con cui sembra abbia convinto a partecipare il connazionale Hugh Jackman (dopo i rifiuti di Heath Ledger, che decise di interpretare Joker e di Russel Crowe, che rifiutò di ridurre il suo cachet abituale).
Tutto questo lascia un po' sorpresi o quantomeno delusi. Soprattutto perché le attese erano alte, sapendo di trovarsi di fronte ad un regista che, seppur con i suoi difetti, non aveva ancora dato l'impressione di voler essere così ordinario e prevedibile.