CAST & CREDITS

cast:
Josh Brolin, George Clooney, Scarlett Johansson, Alden Ehrenreich, Channing Tatum, Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Jonah Hill, Frances McDormand

regia:
Joel & Ethan Coen

distribuzione:
Universal Pictures Italia

durata:
106'

produzione:
Mike Zoss Productions, Working Title Films

sceneggiatura:
Joel & Ethan Coen

fotografia:
Roger Deakins

scenografie:
Dawn Swiderski

montaggio:
Joel & Ethan Coen

costumi:
Mary Zophres

musiche:
Carter Burwell

Ave, Cesare! | Recensione | Ondacinema

Ave, Cesare!

di Joel & Ethan Coen

commedia, Usa/Regno Unito (2016)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5

Al termine divertissement è costume della critica accostare alcune opere più disimpegnate o meno riuscite di autori importanti, il che significa inserirli in una categoria ben specifica, che è quella delle "opere minori". Ma un'opera più leggera o, volendo restare vicini al significato del termine, realizzata per divertimento dall'autore , è necessariamente "minore"? Qui si entra nel vivo di una questione assai dibattuta e che non avrà termine, che ha visto nel cinema postmoderno alcuni beniamini dei cinefili realizzare opere spartiacque che per una frangia della critica erano meri divertissement, giochetti meta e citazionisti. Adesso che gli alfieri di quel cinema, quali sono stati a tutti gli effetti Joel e Ethan Coen, sono considerati dei maestri, dei classici contemporanei, tutto ciò è stato riqualificato, scoprendo nuove profondità che prima non esistevano (o non si coglievano). E cosa dire, allora, di "Ave, Cesare!", lungometraggio numero 17 degli impareggiabili registi di Minneapolis? "Ave, Cesare!" è, checché se ne dica, un divertissement e visto che dietro a questo  ludico gioco di prestigio cinematografico vi stanno le menti creative dei Coen, non avrebbe bisogno di altre giustificazioni per essere nobilitato.

Il film è ambientato negli anni 50, sui set targati Capitol Pictures, gli stessi studi in cui andava a lavorare il drammaturgo di John Turturro in "Barton Fink" (1992). Il protagonista non è però il gigionesco Jack Lipnick (Michael Learner), ma un direttore di produzione, Eddie Mannix, che ricalca il realmente esistito produttore della MGM, uno tra gli  svariati riferimenti a star di quell'epoca che il cinefilo più colto e smaliziato potrà cogliere. Infatti, il lavoro di Mannix non si ferma ai set hollywoodiani ma è quello di un vero e proprio "fixer": senza limiti di orari e di giurisdizione, egli è colui che risolve i problemi creati dai divi tirandoli fuori dai guai in cui si sono ficcati. Il personaggio a cui Josh Brolin riesce a dare una solidità e un'umanità d'altri tempi è combattuto dalla possibilità di cambiare lavoro, lasciando gli studios per diventare manager di una compagnia aerea così da essere più presente in famiglia. Egli è un vero serious man coeniano: ogni giorno si confessa per mondarsi dai peccati (invero ridicoli agli occhi del parroco), si reca agli studi dove impegna tutte le forze poiché, del suo lavoro, vede il fine più alto ed elevato, quello di creare pellicole che possano essere amate dalla gente, che possano far sognare allontanando per qualche ora la meschina quotidianità. È intorno a questa teleologia metacinematografica che i Coen imbastiscono una esilarante satira a Hollywood, egualmente acida e malinconica verso un modo di intendere la Settima arte irrimediabilmente scomparso.

L'universo dei Coen ruota intorno all'anagramma Caso/Caos e "Ave, Cesare!" riafferma tale assunto in chiave più leggera, frizzante ma non meno stringente: Mannix, come ogni protagonista di questo universo, non capisce cosa stia accadendo (ricordatevi del finale di "Burn After Reading") ma persegue i suoi scopi con incrollabile fede. Ed è la fede un altro dei temi cardine: la fede nei sogni di celluloide certo, ma anche quella in Dio, figurato dal narratore fuori campo (che in originale ha la voce profonda di Michael Gambon) che segue l'intrecciarsi delle varie vicende, ognuna con una propria storia ma, soprattutto, ognuna con un proprio film alle spalle.
L'ennesimo "cretino" interpretato da George Clooney è Baird Whitlock, divo al quale dona la giusta dose di charme e carisma, protagonista di "Ave, Cesare!" kolossal storico e titolo di punta della Capitol Pictures: il film racconta una storia sul Cristo ("A tale of the Christ" recita il sottotitolo) dal punto di vista di un tribuno romano che scopre la fede, una pellicola che ricorda tanti peplum quali "Ben-Hur" (si cita una ben poco credibile gara di bighe) o "La tunica"; da notare come il narratore del kolossal sia il medesimo del film dei Coen, ossia anche la cornice è in un qualche modo "una storia sul Cristo". Il Cristo è il povero Mannix, l'uomo serio che cerca di districarsi tra problemi di vario genere: ad esempio, come sarà visto "Hail, Caesar!" agli occhi delle varie confessioni? La risposta arriva in una scena in cui un sacerdote, un rabbino, un patriarca e un pastore dibattono sulla natura (divina o meno) di Gesù, occhiolino alle scene cruciali di "A serious man": il risultato è che il ritratto cinematografico di Gesù - il quale non si vede mai in volto - non può disturbare nessuna fede in particolare.
Quando, però, Whitlock scompare a un giorno dalla fine delle riprese la difficoltà diviene enorme: sarà andato a ubriacarsi con una delle sue amanti? In realtà, la star viene rapita da una congrega di sceneggiatori comunisti che, stanchi di essere derubati del loro plusvalore artistico, hanno deciso di allearsi per accelerare il processo rivoluzionario. Se la grande macchina hollywodiana non è altro che un perfetto strumento del Capitale che desidera mantenere lo status quo, bisogna agire dall'interno per facilitarne il collasso:  le pillole di marxismo vengono somministrate a un sempre più interessato Whitlock dagli scrittori capitanati dal professor Herbert Marcuse; ciascuno di loro è un'antenna dell'Unione Sovietica, cellule che si sono decise all'azione dopo aver immesso contenuti socialisti e di contestazione in pellicole di grande successo.

È superfluo sviscerare l'imbroglio narrativo, mentre è piuttosto interessante rilevare come l'occhio dei Coen sia per una volta effettivamente nostalgico, intento a ricreare un'atmosfera - grazie al sodale Roger Deakins - in cui pur nell'assoluto conformismo della Hollywood degli anni Cinquanta, c'era una forma di grazia e di eleganza che si commutava in rispetto verso il proprio pubblico, di amore nei confronti di quello che si stava facendo. Impossibile inoltre non soffermarsi sulla meravigliosa galleria di personaggi: il regista Laurence Laurentz di Ralph Fiennes che si trova a dover ammaestrare la star da rodeo di Alden Ehrenreich che, a stento, riesce a parlare, personaggio che, nella sua ottusità, si rivelerà essenziale allo sviluppo dell'intreccio; la platinata Scarlett Johansson, sboccatissima vedette dei musical acquatici alla ricerca di un padre per il proprio nascituro; l'ambiguo ballerino di tip tap Burt Gurney (Channing Tatum) protagonista di una bellissima sequenza che omaggia Gene Kelly e ironizza sull'omoerotismo di tanti numeri musicali e tabù occulto della Old Hollywod.

Nel prefinale, un Mannix crucciato si aggira tra i metafisici set di Roma, à la De Chirico, e conclude la propria meta-passione ai piedi di un Golgota di cartapesta: è lì che, il mattino successivo, Baird nei panni (che non ha mai smesso per l'intera durata del film) del tribuno farà un monologo per il quale cast e crew si commuoveranno, per poi incepparsi sul finale dimenticando la parola chiave ("fede") e abbandonandosi a un dissacrante e umanizzante turpilquio. In fondo, quello è un giorno come un altro, tutto gira nel verso giusto e Mannix vigila su un lavoro e su un sistema in cui si può intravedere la luce divina: l'inaffidabile narratore di "Ave, Cesare!" sembra affermare che il suo sia un essenziale contributo all'umanità.
Ecco dunque la dorata Hollywod degli anni Cinquanta coi suoi cialtroni e i pochi artisti, i produttori duri, i capitalisti avidi e gli intellettuali comunisti: in una serie di gag che spaziano dalla slapstick del cameo di Frances McDormand ad altre più sofisticate, i registi ripassano i generi dello Studio System e riaffermano la loro visione del mondo per mezzo di un film sicuramente più convenzionale, meno tagliente sul piano dello stile e meno originale strutturalmente ma il dubbio, che diviene certezza, è che la graffiante ironia coeniana sia proprio l'idea dissidente, la cripto-contestazione di "Ave, Cesare!". Esattamente come gli sceneggiatori comunisti celavano i loro contenuti in opere elaborate e vendute alle grandi masse, i Coen segnano la loro assoluta alterità rispetto il cinema di ieri e di oggi sogghignando che i soldi del capitalismo non sono il male assoluto...se vengono usati per fare film.