CAST & CREDITS

cast:
Torkil Johannes Swensen Høeg, Maria Bock, Stig R. Amdam, Vetle Qvenild Werring, Kristoffer Joner, Noomi Rapace

regia:
Pål Sletaune

distribuzione:
Nomad

durata:
96'

produzione:
Turid Øversveen

sceneggiatura:
Pål Sletaune

fotografia:
John Andreas Andersen

scenografie:
Roger Rosenberg

montaggio:
Jon Endre Mørk

musiche:
Fernando Velázquez

Babycall | Recensione | Ondacinema

Babycall

di Pål Sletaune

thriller, horror, Norvegia/Germania/Svezia (2012)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 5.0

Presentato al festival di Roma del 2011, il film norvegese "Babycall" chiude una sofferente (e sofferta) programmazione cinematografica estiva, povera di uscite e sorprese. Storia d'amore, maternità, sangue e paranoie, il film di Pal Sletaune è un thriller-horror ambizioso che trasfigura le conseguenze di un episodio di violenza domestica in un farraginoso racconto del terrore, in cui visioni fallaci e presagi oscuri si sovrappongono, distorcendo la giusta percezione della realtà.

Noomi Rapace è Anna, una madre annientata dal dolore e dalla paura di un tremendo passato coniugale che non riesce a lasciarsi alle spalle. Ossessionata dal presentimento che qualcosa minacci l'incolumità del figlio Andres, Anna acquista un babycall così che possa ascoltarlo anche mentre dorme. Proprio l'oggetto che doveva rassicurarla, però, ridesta le sue fobie. La radiolina infatti intercetta i suoni di uno degli appartamenti del suo stabile: i disperati lamenti che sembrano provenire proprio da un bambino malmenato dal padre.

L'avvio della pellicola è promettente. L'incipit accosta - in un riuscito controtempo rispetto alla flebile, inquietante colonna sonora - le prime immagini ai titoli di apertura, introducendo programmaticamente tutti gli elementi stilistici che si riverbereranno nel resto del corpus filmico. Angosciosi primi piani della cerea protagonista si alternano ad asettiche panoramiche degli ambienti che la circondano: palazzoni plumbei e lunghi corridoi dalla candida, agghiacciante vuotezza. Sletaune gioca molto con le mortuarie geometrie degli spazi che - si tratti di esterni o di interni - sono sempre chiusi, claustrofobici, come strettissime sono d'altronde tutte le inquadrature che raccontano Anna e la sua tormentosa esistenza.

I minuti passano, ma il film stenta a decollare. Le apprezzabili cifre "autoriali" che animavano il principio dell'opera restano imprigionate in un asfissiante, tedioso ciclo reiterativo. È tutto inevitabilmente meccanico, sempre uguale a se stesso. E così anche la tesa indefinitezza delle atmosfere diventa estremamente prevedibile. I colpi di scena arrivano sempre negli stessi momenti, dopo una troppo frettolosa preparazione psicologica. La quotidianità di Anna dovrebbe (o forse vorrebbe) permearsi dei martellanti assilli polanskiani, fondendo la mostruosa claustrofobia di "Repulsion" all'amore materno e maledetto di "Rosemary's Baby", ma il risultato resta assolutamente inconsistente, senza evitare anche alcune sbavature più o meno pesanti nella sceneggiatura. L'equilibrio e l'attrattiva della storia vengono affidati esclusivamente alle atmosfere che, nonostante siano in gran parte riuscite (specialmente nel contrasto tra il gelo del paesaggio urbano e il lussureggiare dei boschi svedesi), non costituiscono un sufficiente mordente.

Solo al trascorrere della prima metà del film qualche significativo colpo di scena si lascia scorgere. Eppure tutti i risvolti narrativi restano incerti e vengono inseriti in modo ben poco convincente nell'intreccio, non inspessendo la profondità dell'analisi psicologica che il regista vorrebbe condurre.
Lo stesso finale, formalmente bellissimo (soprattutto grazie alla suggestiva fotografia di John Andreas Andersen), non arriva forte e incisivo come dovrebbe e si limita a sorbire un effetto troppo immediato, che non riesce a crescere nella mente dello spettatore e non corrobora un inefficace crescendo, legato quasi esclusivamente al coup de théâtre.

In definitiva, "Babycall" vorrebbe essere affascinante, imprevedibile, addirittura coraggiosamente enigmatico ma si dimostra sostanzialmente caotico e piuttosto inconcludente. Però merita di essere visto per due semplici ragioni: un' estetica irrisolta ma abbastanza accattivante e una Rapace forse eccessivamente esasperata, ma valida e matura. Non a caso vincitrice a Roma come miglior attrice.