CAST & CREDITS

cast:
Norah Jones, Jude Law, Natalie Portman, Rachel Weisz, David Strathairn, LaVita Brooks, Cat Power

regia:
Wong Kar-wai

distribuzione:
Bim

durata:
99'

produzione:
Stéphane Kooshmanian, Jean-Louis Piel, Jacky Pang Yee Wah, Wang Wei, Wong Kar-Wai per Block 2 Pictur

sceneggiatura:
Wong Kar-wai, Lawrence Block

fotografia:
Darius Khondji

Un bacio romantico | Recensione | Ondacinema

Un bacio romantico

di Wong Kar-wai

commedia / sentimentale, Francia / Hong Kong / Usa (2007)

di Diego Capuano

Voto: 6.5

E' da tempo nota l'abitudine che colpisce prima o poi (quasi) tutti i registi di successo di Hong Kong, ovvero quella di farsi conquistare da Hollywood. E' accaduto ai maestri dell'action e relativi allievi e accade adesso a Wong Kar-wai, uno dei cineasti più geniali e influenti del cinema contemporaneo. Intenzionato a realizzare una sorta di remake de "La signora di Shanghai" di Orson Welles (progetto soltanto rimandato a quanto pare), ha invece riciclato uno spunto risalente ai tempi di "Hong Kong Express", trasfigurandolo e situandolo in territorio straniero.

Certo è che Wong ha voluto realizzare, tra un grande progetto e l'altro, una perfetta "opera minore".

Mancano le ambizioni dei suoi ultimi film, lo scardinare a tutto tondo temi universali e immortali attraverso personaggi resi corpi appartenenti ad ognuno di noi.

"My Blueberry nights" arriva in Italia con quasi un anno di ritardo rispetto alla presentazione a Cannes e con un titolo imbarazzante come "Un bacio romantico", degno di una pellicola usa e getta con Hilary Duff o se preferite una love-story di neo-romanticismo italiano. Il titolo originale, che suona come "Le mie notti al mirtillo", oltre che meno banale, ha una valenza nettamente più densa e ricca. A sottolineare uno degli aspetti della pellicola ci pensano i titoli di testa, praticamente immersi nell' immagine (che si ripeterà poi altre volte) dei mirtilli che si fondono con il gelato che la protagonista accompagna alla sua torta preferita: un film che si sforza nel tentativo di rendere quanto più possibile odori e sapori, come testimoniano i residui dei dolciumi accumulati sulle labbra di una Norah Jones dormiente. Ed è proprio la popstar la protagonista assoluta del film: Wong Kar-wai l'ha contattata successivamente all'ascolto dei suoi album e lei, del tutto sprovvista di esperienze cinematografiche, pronta a concedere le musiche a un regista che aveva avuto modo di apprezzare, si è vista offrire su di un piatto d'argento il ruolo da protagonista.

La mdp di Wong indugia spesso sull'innocente bellezza di Norah: è come se il cammino inedito del regista necessitasse di essere affiancato da uno spirito altrettanto vergine, privo di ulteriori tappe passate. E se Norah Jones non prova mai a calcare il piede sull'acceleratore mettendosi in scena con una semplicità disarmante, Wong non ha intenzione di descrivere gli Stati Uniti, né dall'interno né come visti da occhi stranieri: si concentra sugli interni più che su paesaggi che emergono quasi esclusivamente durante il viaggio in auto verso Las Vegas e gli stessi personaggi non esplicano praticamente mai pillole appartenenti alla cultura americana. Ha detto il regista: "Ho voluto realizzare un film sulla distanza, non sul viaggio".

L'insieme è risaputo, qua e là stereotipato, le auto-citazioni abbondano (il valzer di "In the mood for love" rivisitato in chiave di blues del deserto) e non sempre le trovate sono all'altezza di quelle viste nei suoi precedenti lavori, ma la regia di Wong sa rendere speciale il chiacchiericcio più banale: coadiuvato dalla fotografia di Darius Khondji, si destreggia tra i suoi abituali ralenti, in tempi morti che aprono squarci sulle solitudini dei personaggi dentro e fuori scena, particolari insieme insignificanti e struggenti. Ed è questo "Un bacio romantico": un film fatto di poco. Ma quel poco è messo in scena da un regista che anche in questo caso trova sprazzi geniali.

Un film di transizione o un piccolo gioiello? Ai posteri l'ardua sentenza.

 
 
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di Lorenzo Salzano
 

Wong Kar Wai è tra i registi più interessanti emersi dall'ondata di cineasti asiatici impostisi all'attenzione del pubblico occidentale negli ultimi dieci anni. Originario di Shangai, ma operante a Hong Kong, deve la sua fama soprattutto al notevole "In the mood for love"del 2000, ma anche a"Hong Kong Express", "Happy together", "2046" e all'episodio del film collettivo "Eros"intitolato "La mano". Con questo "My Blueberry Nights" si cimenta per la prima volta con un film scritto e recitato in inglese, ambientato in America e con attori americani.

Pur non mancando volti noti del cinema hollywoodiano (Jude Law, Natalie Portman), la scelta di affidare il ruolo di protagonista alla cantante Norah Jones, esordiente, segnala fin da subito che il regista non intende assolutamente uscire dall'ambito del cinema d'autore e dalla poetica che aveva contraddistinto le sue opere precedenti. La svolta "americana" porta Kar Wai alla scelta di confrontarsi con una tematica tipica di quella cultura, ovvero quella del viaggio, inscenando la storia di una relazione, quella tra Elizabeth (la Jones) e il ristoratore Jeremy (Law), che nasce a New York solo per rimanere in sospeso a causa della improvvisa partenza di lei, che viaggia fino all'Arizona prima di tornare, cambiata, dove la vicenda ha avuto inizio.
E' una soluzione simile a quella adottata dal tedesco Wim Wenders nel suo esordio americano, "Paris, Texas", e la presenza di Ry Cooder alle musiche di entrambi i film sembra giustificare il paragone. Gli esiti, però, sono opposti. Se quella di Wenders era una vera e propria immersione nel mondo di una America già in precedenza sognata, previssuta, Kar Wai non rinuncia alle caratteristiche dei suoi film orientali. Cosa ce lo fa pensare? Per esempio trovarsi di fronte a un road movie dove la prima automobile appare dopo più di un'ora, i paesaggi si riducono a poche immagini simili a cartoline e l'azione si svolge perlopiù in spazi chiusi (i locali dove Beth lavora e quello di Jeremy ), claustrofobici quanto quelli delle affollate e anonime città cinesi delle altre opere. Permangono anche il ritmo lento e uno stile particolarissimo, elaborato, estetizzante, che ha numerosi punti in comune col cinema d'autore europeo e che ha sempre costituito il principale punto d'interesse nell'opera del regista.

I volti della protagonista e dei personaggi secondari che intrecciano i loro destini con il suo dominano la scena in un gioco inesorabile di campi e controcampi, ma appaiono costantemente inquadrati attraverso un diaframma, una barriera visiva frapposta tra essi e lo spettatore. Di norma li vediamo attraverso la vetrata di un locale, tra le scritte dipinte sulla vetrina, oppure da dietro uno specchio, con la camera che li insegue come in un corteggiamento a distanza (memorabile la sequenza dell'incontro tra i due), ma a creare la barriera può essere anche un oggetto in primissimo piano (spesso di difficile identificazione), oppure il corpo stesso del loro interlocutore. Sullo sfondo, fuori fuoco, le luci e le scritte dei neon creano colate, ammassi di forme colorate, in un tripudio di toni ora caldi, ora luminosi, ora acidi.
Il diaframma che trasforma lo sguardo, in parte nascondendo l'oggetto del desiderio, rimanda costantemente alle barriere invisibili che si frappongono tra i personaggi e la loro ricerca di amore e comprensione, ben più inesorabili delle distanze fisiche che separano effettivamente i due protagonisti. Queste, scandite da una sorta di display che segnala chilometri e giorni che si frappongono tra Beth e Jeremy a ogni cambio di città, verranno prima cercate deliberatamente e poi vinte dalla protagonista per il ricongiungimento finale.

Il viaggio dà quindi modo a Elizabeth di superare la rottura di un rapporto precedente all'incontro con Jeremy per iniziare la relazione con lui. Quanto è lunga però la distanza tra Elizabeth e il suo nuovo amore? Soltanto pochi passi nell'attraversare una strada, oppure quanto tutta l'America, risponde Kar Wai, con filosofia tutta orientale. Le distanze del cuore, della comunicazione, si rivelano invece fatali per gli altri personaggi: il personaggio interpretato da Rachel Weisz perde per sempre l'ex marito, la Portman il padre, come inghiottiti dall'abisso creatosi tra le due coppie "deboli"della storia. Si tratta di tematiche già caratterizzanti "In the mood for love", dove però acquistavano una valenza metafisica, vicina alla poetica di Antonioni, o "Hong Kong Express", dove compariva già il tema del viaggio (in California) per trovare se stessi, che si rivelava un'illusione. Qui il tono è decisamente più leggero, e manca quella tendenza tutta estetizzante al melodramma de "La mano", ma ciò costituisce, più che un cambiamento, una semplificazione, testimoniata dal sensuale happy ending. Qui, finalmente, i due prenderanno pieno possesso dello spazio visivo, riempiendo lo schermo col loro bacio. Il mutamento di scenario non ha quindi il valore di una progressione necessaria nello sviluppo di un linguaggio narrativo come nel caso di Ang Lee e delle sue prove americane, semplicemente per Kar Wai si tratta di sperimentare colori e volti diversi: una giustificazione estetica, che si dimostra sufficiente a rendere questa pellicola interessante ma non a prefigurare un futuro del regista in America, lasciando quindi un'ombra interlocutoria sull'intera operazione.

A rimanere impresso è soprattutto il viso fresco, fascinoso della Jones, figlia del musicista indiano Ravi Shankar e quindi ideale simbolo visivo del tentato connubio tra Oriente e Occidente. Tenendosi lontana dalle ossessioni dei precedenti film di Kar Wai (le infinite ripetizioni di "California Dreaming" in "Hong Kong Express"), la cantante si pone al centro di una fitta rete di rimandi musicali, considerando la presenza in un cammeo di un'altra "bella" del folk americano, Chan Marshall, e l'importanza che rivestono le canzoni, suadenti, sognanti, delle due nell'economia del film, costruendone l'atmosfera al pari dei sempre notevoli virtuosismi visivi del regista.