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Ondacinema

recensione di Camilla Fragasso
8.5/10

Un ragazzino vaga solitario per i sobborghi texani con il solo scopo di sottrarsi alla vuotezza dei pomeriggi d’estate. Le frequenti sparizioni della madre lo spingono a scovare passatempi sempre nuovi atti a contrastare il senso di solitudine: le pulizie domestiche, la raccolta dei rifiuti abbandonati sul ciglio della strada scortato da un anziano signore di nome Vernon, le corse sotto i getti d’acqua che irrigano i campi.

Il secondo lavoro di Roberto Minervini, regista marchigiano trapiantato negli Stati Uniti, fa parte di una trilogia dedicata al Texas (assieme a The Passage e Ferma il tuo cuore in affanno) dove emerge un’America rurale, attraversata da viali dimenticati e immersi in un silenzio opprimente, spezzato soltanto da una leggera brezza estiva. Le lande desolate e le strade taciturne che costellano il paesaggio statunitense rivestono un ruolo preciso nel film, in quanto accompagnano il giovane errabondo nelle sue escursioni e si fanno scrigno di tesori inauditi, tra cui una serie di animali con cui questi stringe amicizia. Le creature che incontra rappresentano l’unico vero contatto con un essere vivente: la figura materna è pressoché assente e si preoccupa esclusivamente di soddisfare i propri bisogni, imbarcandosi in rapporti occasionali e organizzando feste che si protraggono fino a tarda notte.

Il piccolo protagonista ricerca instancabilmente l’affetto della madre, e pur di ricevere le sue attenzioni si dedica alle più svariate attività all’interno della loro casa: sistema i letti, lava i pavimenti, prepara la cena. Dopo aver compiuto tali operazioni insegue senza sosta lo sguardo materno, nella speranza di ricevere i complimenti e le premure della donna. Ma questa, in uno stato di assuefazione continuo generato dall’alcol, sembra non vederlo, inducendo così il figlio a percepirsi quale presenza indesiderata, seccante, inutile.

La frustrazione e lo sconforto del ragazzo affiorano mediante l’espressività del volto, e mai attraverso i dialoghi, quasi inesistenti. Il lungometraggio si fonda infatti su un unico individuo, riducendo al minimo le interazioni tra i personaggi. A ricoprire una funzione di collante tra il protagonista e il pubblico è la stessa macchina da presa, fedele compagna del giovane nelle sue avventure verso l’ignoto, regalando lunghissimi piani sequenza in grado di conferire all’intera vicenda un valore testimoniale. S’instaura infatti – come spesso accade nei lavori di Minervini – un perfetto equilibrio tra film e documentario: si ha l’impressione di osservare la quotidianità di un adolescente senza che questi ne sia consapevole, di assistere ad una cronaca familiare come ospiti inattesi.

Nella predilezione per trame esili, e di conseguenza per azioni ridotte al minimo, si può rintracciare un chiaro rimando al cinema dei Fratelli Dardenne. I due autori belgi, che con “Rosetta” hanno creato un vero e proprio filone dai toni scarni e intimisti, rappresentano un punto di riferimento essenziale per Minervini: non solo per la sceneggiatura semplice e compatta, ma anche per le riprese dal carattere documentario effettuate con la camera a mano. Le loro peculiari scelte registiche si possono ricondurre a una considerazione più ampia: il personaggio deve poter vivere anche senza il film. Minervini prende alla lettera tale concezione, e concede una certa autonomia al protagonista, il quale si muove liberamente e vive di vita propria.

Il  film non intende narrare una storia in particolare, ma piuttosto lasciare che l’esistenza di una persona si snodi davanti allo sguardo imparziale della macchina da presa, che si astiene da qualsiasi giudizio, soprattutto nei confronti della madre. Il risultato è quanto mai sorprendente, dal momento che lo spettatore può innescare un processo d’identificazione primaria, ovvero fondere il proprio sguardo con quello della macchina da presa, ma anche d’identificazione secondaria, ossia partecipare attivamente alle peripezie del personaggio principale, rabbuiarsi e isolarsi con lui.  


12/04/2021

Cast e credits

cast:
Vernon Wilbanks, Sid Kelton, Melissa McKinney, Daniel Blanchard


regia:
Roberto Minervini


titolo originale:
Low Tide


distribuzione:
Doc & Film International


durata:
92'


produzione:
Pulpa Entertainment, Ondarossa Film, Poliana Productions


sceneggiatura:
Roberto Minervini


fotografia:
Diego Romero


scenografie:
Lorena Garcia, Riccardo Minervini


montaggio:
Marie Hélène-Dozo


Trama
Un ragazzo viene abbandonato a se stesso dalla madre, inserviente in un ospizio alle prese con una seria dipendenza da alcool.