CAST & CREDITS

cast:
Tatsuya Fujiwara, Aki Maeda, Taro Yamamoto, Sōsuke Takaoka, Kou Shibasaki

regia:
Kinji Fukasaku

durata:
114'

produzione:
Ikuro Takano

sceneggiatura:
Kenta Fukasaku

pietra miliare

Battle Royale | Recensione | Ondacinema

Battle Royale

di Kinji Fukasaku

fantapolitica, Giappone (2000)

di Giancarlo Usai

La gioventù del futuro è fuori controllo. Indisciplina, violenza e criminalità imperversano nelle scuole del Paese, uno Stato asiatico non meglio precisato. Gli adulti hanno perso completamente il controllo della società, incapaci come sono di fare il loro dovere e trasmettere valori e insegnamenti corretti ai propri figli. Ecco che il governo deve intervenire con una legge ad hoc. Periodicamente, delle classi di scuola media vengono sorteggiate e con l'inganno condotte su un'isola abbandonata. Qua ragazze e ragazzi vengono costretti a massacrarsi a vicenda per tre giorni, abbandonando qualsiasi regola o morale. Lo scopo è restare in piedi, da soli, allo scadere del terzo giorno: solo l'ultimo a rimanere vivo, infatti, verrà riportato a casa e potrà riprendere la sua vita presumibilmente fortificato dall'esperienza.


L'epopea di Fukasaku, dai boss mafiosi all'infanzia perduta

Il gioco di ruolo è ormai un evento nazionale, tanto da far diventare celebri i suoi vincitori e da attirare l'attenzione acritica dei media come se si trattasse di una competizione sportiva prestigiosa, al termine della quale va premiato e celebrato un vincitore meritevole. Questa è la "Battle Royale", questa è l'invenzione dello scrittore Koushun Takami.
Ma qui non dobbiamo parlare del romanzo originario, già un caso letterario in Giappone al momento della sua uscita nel 1999, ma dell'adattamento cinematografico straordinario che ne seppe tirare fuori l'anno dopo il venerabile Kinji Fukasaku. Un'opera stupefacente, innanzi tutto, se confrontata con la già clamorosa carriera del regista originario di Mito, che aveva legato la sua notorietà, soprattutto in patria, alle pellicole yakuza degli anni 70 e 80, intrise di violenza documentaristica e ambizioni da affresco nazionale impensabili per l'epoca. Eravamo, infatti, abituati a film del genere gangster che riprendessero i boss giapponesi come uomini d'onore, tratteggiati come figure da tragedia shakespeariana, che si dovevano confrontare il più delle volte con il peso di una nazione che stava per andare in guerra o, nella peggiore delle ipotesi, che in guerra ci era già entrata. Fukasaku fu il regista della rivoluzione, l'uomo che utilizzò i mafiosi per affrescare il suo Paese, riprendendone anche la difficoltosa ripresa nel dopoguerra, collocandoli nei primi anni del boom economico e più in generale utilizzandoli per fotografare una società in costante fermento e progresso.


Una società smarrita e corrotta

Vale la pena ricordare il senso della filmografia di Fukasaku per spiegare meglio la portata dirompente del suo film-scandalo. Dopo aver passato decenni a mettere in scena le efferatezze degli adulti, il cineasta nipponico è alla ricerca di una purificazione, di un ritorno alle origini, di una spinta di fiducia verso il futuro da affidare ai più giovani, ai futuri adulti e dirigenti del suo Giappone. Ma, come è spesso ricordato nell'arte e nel cinema più in particolare, le colpe dei padri ricadono sui figli e persino l'anima più innocente può essere corrotta e compromessa da un'assuefazione alla violenza e all'ambizione nell'emergere.
Il romanzo di Takami era fortemente connotato dal suo essere un racconto distopico, immaginando una congerie di elementi che descrivevano un'epoca ultramoderna dominata dall'incubo della sopraffazione. Fukasaku ha invece sensibilmente modificato l'approccio al soggetto originario, concentrandosi sull'azione, sul senso della messa in scena avventurosa, sulle dinamiche che intercorrono tra i giovani protagonisti. Nel suo capolavoro, la stilizzazione della violenza e la maestria e il virtuosismo con cui viene ripresa sono funzionali a svelare il trucco cinematografico, ad evidenziare, attraverso diversi espedienti narrativi e visivi, la finzione del tutto. Più antenato del genio di Takashi Miike piuttosto che "alleato" del cinema di Takeshi Kitano, Fukasaku mischia le carte: da una parte mantiene decisa e straziante la sua invettiva contro una società che ha smarrito la direzione giusta, che, pur di trovare un colpevole cui attribuire le responsabilità del decadimento dei costumi, è disposta a immolare i suoi agnelli più teneri e immacolati, i ragazzi, gli studenti, per l'appunto. Ma d'altra parte smorza i toni della satira sociale con vezzi da giocoliere della cinepresa, sorprendenti a maggior ragione se si pensa che ha girato "Battle Royale", fra l'altro già malato, a settant'anni compiuti. Le didascalie che annunciano la morte dei "concorrenti", la commistione tra una colonna sonora moderna e onnipresente e sprazzi di musica classica, l'effetto splatter assolutamente fittizio presente in molte scene di morte sono tutti elementi atti a "smitizzare" il dramma, a palesarne la sua ridicolaggine, il suo essere totalmente cinematografico.


Oltre Kitano, prima di Miike

E se negli spunti di partenza si potrebbe rintracciare una fratellanza con il cinema di Kitano, che fra l'altro interpreta non a caso il ruolo del professore-arbitro della contesa sull'isola, è più alla gioventù miikiana o addirittura dell'animazione di Miyazaki che guarda l'opera di Fukasaku. Frutto di un compromesso fra la tradizione narrativa giapponese e le istanze postmoderne, il suo stile narrativo tende infatti a porre l'accento soprattutto sugli eccessi dello stereotipo nazionale. Quei tic, quelle reazioni improvvise, quegli scatti di emozione, si tratti di rabbia o amore, sono infatti tanto cari all'autore di "Ichi the Killer", che ha sempre giocato con le caratteristiche caricaturali dei giapponesi per marcare in modo deciso le differenze culturali e caratteriali con gli occidentali.
Tornando alle differenze con il libro di Takami, colpisce soprattutto questa tenerezza di Fukasaku nel lasciare gli adulti sullo sfondo. Il suo principale interesse è operare una vera disamina psicologica sul gruppo di studenti, pur con tutte le esasperazioni del caso. Collocati in un contesto estremo, i giovani protagonisti reagiscono nei modi più disparati: c'è chi si trasforma da "secchione" a spietato killer; chi rinuncia fin da subito all'idea della violenza e si toglie la vita in modo straziante, riscoprendo un valore profondo dell'onore tipico della Storia giapponese; chi non può che far altro, per la sua stessa natura, di diventare la vittima sacrificale di chi è più scaltro o cinico. Ma tutti hanno delle trasformazioni, tutti vengono plasmati dal gioco e sono destinati a diventare adulti nel modo più traumatico possibile. Fukasaku, che ben conosce l'insegnamento di William Golding e del suo "Signore delle mosche", utilizza l'isola, anni prima di un noto serial statunitense, come personaggio stesso del film. La costrizione geografica e la suggestività della natura incontaminata e rigogliosa sono ambiente perfetto per inscenare un "baby Grande Fratello", dove, tra un delitto e l'altro, va in scena tutta una serie di relazioni interpersonali, con regolamenti di conti sentimentali, di amicizia fraterna o di rivalità mai sopita e malcelata.


Sulle montagne russe di un virtuosismo sfrenato

Alternando la narrazione in presa diretta con flashback relativi alla vita sulla terraferma, Fukasaku realizza una pietra miliare del cinema d'azione e d'avventura, un condensato di eventi tragici ed esilaranti, una catena di accadimenti grotteschi, pulp o di straniante tragicità. Una piccola enciclopedia che fotografa perfettamente le transizioni del cinema asiatico degli ultimi trent'anni, capace di oscillare come nessun'altra realtà filmica del mondo tra il sentimentalismo più acceso e l'indagine senza filtro sulle morbosità più recondite e indicibili dell'essere umano. All'alba del nuovo millennio, una nuova epoca artistica sta per interessare la Settima arte del Sol Levante. È suggestivo pensare che uno dei suoi pionieri sia un "grande vecchio", che si congederà dalla vita soltanto tre anni dopo ma che fino all'ultimo istante non rinuncerà alla voglia di sperimentare, di stupire, di ricreare dalla materia pre-esistente suggestioni sempre nuove.
Considerato un film maledetto, causa di interrogazioni parlamentari e proteste popolari contro la sua distribuzione, "Battle Royale" ha visto come al solito al lavoro i censori preventivi, che ne hanno svilito e ridicolizzato gli intenti più alti, riducendo il tutto a una sadica e sanguinolenta operazione pornografica. E se negli Stati Uniti non è mai stato distribuito, in Italia si sono dovuti aspettare otto anni per poterne avere un'edizione realizzata per lo meno per il mercato dell'home video. In quel lasso di tempo, però, il culto per un film invisibile ma già leggendario si è diffuso a macchia d'olio nei festival di tutta Europa, non permettendo al maestro Fukasaku, purtroppo, di raccogliere da vivo la soddisfazione degli applausi del pubblico. Troppo presto dimenticato dagli addetti ai lavori occidentiali, il regista nipponico, dopo aver regalato capolavori incommensurabili sulle tragedie tipiche dell'età adulta, riemerge all'improvviso per regalare a tutti un suo testamento artistico che guarda mirabilmente al futuro e parla direttamente alle generazioni che verranno. Il finale nella metropoli, romantico e al tempo stesso minaccioso, suona come monito per gli errori commessi e da non ripetere mai più.