CAST & CREDITS

cast:
Toni Servillo, Isabelle Huppert, Maya Sansa, Michele Riondino, Alba Rohrwacher, Pier Giorgio Bellocchio, Roberto Herlitzka, Gianmarco Tognazzi

regia:
Marco Bellocchio

distribuzione:
01 Distribution

durata:
110'

sceneggiatura:
Marco Bellocchio, Stefano Rulli, Veronica Raimo

fotografia:
Daniele Ciprì

scenografie:
Marco Dentici

montaggio:
Francesca Calvelli

costumi:
Sergio Ballo

musiche:
Carlo Crivelli

Bella addormentata | Recensione | Ondacinema

Bella addormentata

di Marco Bellocchio

drammatico, Italia (2012)

di Alex Poltronieri

Voto: 9.0
Marco Bellocchio si conferma una volta di più il regista della complessità, e una delle voci più lucide e coraggiose all'interno dell'asfittico panorama cinematografico di casa nostra. Avvicinandosi ad un tema delicato, attualissimo, come quello della vicenda di Eluana Englaro, sceglie, assieme ai suoi co-sceneggiatori Stefano Rulli e Veronica Raimo, di affrontare la questione da una prospettiva "esterna", indagando gli "effetti" che un evento simile ha prodotto su un campione di personaggi, e sulla società "italiana": un senatore del PdL (Servillo) è chiamato a votare in parlamento una legge che regolamenti il testamento biologico, ma non sa rispondere alla propria coscienza o alla disciplina del partito; nel frattempo sua figlia, Maria (Rorhwacher), attivista del Movimento per la vita, si reca a Udine per manifestare davanti alla casa di cura dove Eluana sta trascorrendo i suoi ultimi giorni. Roberto (Riondino), assieme al fratello più giovane e disturbato, è schierato su un versante opposto e "laico", ma finisce per innamorarsi di Maria, contraccambiato. Un'attrice (Huppert) sconvolta dopo che la figlia è sprofondata in uno stato vegetativo simile a quello di Eluana, si dona anima e corpo alla fede, trascurando gli affetti del marito e del figlio. Una tossicodipendente (Sansa) tenta di togliersi la vita ma è salvata da un risoluto medico (Pier Giorgio Bellocchio) la cui premura va ben oltre i limiti imposti dal proprio mestiere.

Bellocchio sta costantemente addosso al tema dell'eutanasia ma non lo pone mai al centro del proprio discorso, ma finisce anzi per abbracciare uno spettro di tematiche e questioni che vanno dalla religione al libero arbitrio, dal rapporto padri-figli alla riflessione sull'individuo in una società invasa dalle immagini. Un ambizioso compendio di quello che è il cinema del regista di Bobbio da "L'ora di religione" a questa parte, in cui le vicende di questi personaggi tutti egualmente fallibili e "instabili", si mescolano senza (quasi) mai incrociarsi, se non davanti allo schermo di un televisore. Bellocchio non cerca l'affresco Altmaniano, quello che vuole mostrare non è lo stato di un Paese, le sue contraddizioni e storture, non prende nessuna posizione e si mantiene costantemente sul filo dell'ambiguità, ed è interessato a restare incollato ai suoi protagonisti, a farne il sintomo di un mondo, un sistema, che rifugge qualsiasi interpretazione o classificazione.

Così in "Bella addormentata" vengono a galla le contraddizioni e le conflittualità, forse senza via di uscita, di una politica cieca e grottesca (memorabile la sequenza nel bagno turco, con i senatori avvolti in vesta che li rendono simili agli antichi romani, e lo psichiatra Herlitzka che confessa che i politici diventano depressi quando "la tv smette di cercarli") che impone di prendere posizioni contrarie alla propria volontà, in cui ci si potrebbe innamorare a prima vista di una persona dalle vedute totalmente opposte alle proprie, in cui si riscopre la volontà di vivere grazie al confidente più improbabile. Bellocchio non cerca mai le soluzioni più facili, conclude, anzi, le sue storie all'insegna dell'incertezza, quasi a ribadire che la complessità dell'esistenza e delle sue problematiche, non è catturabile ne quantificabile dalla macchina da presa, e trascende la superficie dello schermo. Per fare ciò, oltre ad affidarsi ad un cast esemplare, mette in pratica tutte le sue doti di narratore fuori dall'ordinario: le vicende si assecondano senza rubarsi spazio, mescolando diversi registri drammatici (dal grottesco del segmento con Isabelle Huppert all'ironia di quello col parlamentare Servillo, all'amour fou tra Alba Rohrwacher e Michele Riondino, sino all'esistenzialismo filosofico e rigoroso del confronto tra Pier Giorgio Bellocchio e Maya Sansa), utilizzando in maniera straniante e geniale le musiche di Carlo Crivelli e sfruttando al massimo il virtuosismo come direttore della fotografia di Daniele Ciprì.

Come ne "L'ora di religione" e "Buongiorno, Notte", Bellocchio torna ad interrogarsi sul senso che le nostre scelte hanno all'interno della quotidianità, ma rispetto al passato sceglie una messa in scena più lineare e "classica", che tenta di dare un "ordine" al magma di temi e personaggi messi in gioco. E se il finale di queste storie è apparentemente aperto alla speranza, il regista lascia sempre la porta spalancata sull'irrisolto (la Rohrwacher che legge la lettera-confessione del padre, la Huppert seduta al capezzale della figlia dopo la notizia della morte di Eluana, lo sguardo tra la Sansa e Bellocchio al mattino) a suggerimento di una realtà sfaccettata che non può ricomporsi al termine della pellicola. Un cinema, dicevamo, complesso, che vuole raccontare la complessità, che attualmente in Italia non conosce eguali (e per questo viene osteggiato, come prova la decisione di cancellare la Film Commision friulana, co-finanziatrice della pellicola).

Davvero un peccato che la giuria capitanata da Michael Mann non abbia riconosciuto nessun premio ad una delle opere più coraggiose e importanti della nostra cinematografia.