CAST & CREDITS

cast:
Monica Guerritore, Elio Germano, Antonio Catania, Victoria Larchenko, Myriam Catania, Iaia Forte

regia:
Ivano De Matteo

distribuzione:
Luce

durata:
98'

produzione:
Guglielmo Arie

sceneggiatura:
Valentina Ferlan

fotografia:
Duccio Cimatti

scenografie:
Luca Servino

montaggio:
Marco Spoletini

La bella gente | Recensione | Ondacinema

La bella gente

di Ivano De Matteo

drammatico, Italia (2009)

di Vincenzo Lacolla

Voto: 5.0
Susanna e suo marito Alfredo sono due cinquantenni benestanti, colti e di ampie vedute. Vivono a Roma, ma d'estate si trasferiscono in una bella tenuta immersa nella campagna umbra per riprendersi dal tran-tran quotidiano. Un giorno Susanna vede, sul ciglio della strada, una giovanissima prostituta mentre viene picchiata dal suo aguzzino. Decide di salvarla. Dopo una breve consultazione, convince il marito a caricarla in macchina e ospitarla nella villa. Passate le iniziali remore della giovane, tra i tre si instaurano ottimi rapporti e le giornate riprendono a scorrere tranquille. L'arrivo del figlio Giulio, del quale Nadja (questo il nome della ragazza) si invaghisce, romperà tutti i delicati equilibri nella convivenza tra i componenti della famiglia.

"La bella gente" è diretto da Ivano De Matteo, personaggio attivo sia come interprete in diverse serie televisive e piccoli prodotti cinematografici che come regista di cortometraggi (spesso riguardanti il mondo del calcio e dello sport in generale) e pochi lungometraggi. Questo è probabilmente il suo lavoro più importante ed è, in diversi aspetti, ben gestito.

Dal punto di vista formale, è infatti assolutamente fantasioso e riesce a trovare punti di equilibrio interessanti e abbastanza innovativi, merito anche di una fotografia affascinante, ricca di cromatismi caldi e carica di luce e contrasti. Inoltre anche il ritmo narrativo è intelligentemente organizzato e riesce a tenere alta l'attenzione dello spettatore per tutta la durata del film.

Descrive, con acume, non un'analisi politica, ma una amarissima radiografia sociale che denuncia coscienziosamente (e in modo decisamente didattico) uno dei mali peggiori del nostro tempo, l'individualismo. Come ha tenuto a sottolineare il regista, il suo intento non è sottolineare l'ipocrisia della sinistra neoborghese, ma il pessimo andazzo di gran parte del ceto medio italiano, tutto concentrato a conservare una solidarietà "di facciata" effimera e vana, indispensabile per conservare il proprio status symbol e non certo mossa da autentica generosità.

I difetti più fastidiosi, d'altro canto, sono tutti concentrati in una sceneggiatura zeppa di stereotipi e non priva di brutture e sbavature. I personaggi, più di ogni altra cosa, sono disegnati con una indubbia dose di superficialità un po' manichea che non permette allo spettatore di inserirsi fino in fondo nella realtà narrativa del film. A questo, poi, non collaborano nemmeno gli interpreti che si prestano in performance estremamente schematiche e per niente efficaci (Monica Guerritore non s'era mai vista così rigida). Si salva, forse, solo un Elio Germano abbastanza convincente nei panni di un trentenne odioso, viscido e viziato.

"La bella gente", indipendentemente dai suoi pregi e difetti, è un'opera sicuramente dignitosa e non meritava il pessimo trattamento che ha ricevuto da parte delle tiranniche case di distribuzione italiane che non perdono occasione per dimostrare un'intollerabile indisposizione per tutti i prodotti indipendenti e semi-indipendenti che, non rientrando nei loro circuiti, non hanno nessuna possibilità d'emergere. Questo film, nella fattispecie, seppur pronto dalla fine del 2009, non ha ancora una data di distribuzione italiana, mentre in Francia è già passato nelle sale ed è stato apprezzato dal pubblico (con discreti incassi) oltre che diffuso in molti istituti scolastici. Per giunta, quando il regista ha organizzato una ufficiosa "première" italiana, al Teatro Valle, si sono presentati addirittura i carabinieri, minacciando il sequestro della pellicola (finanziata, per altro, dal Ministero dei Beni Culturali con circa 450 mila euro pubblici).
Questo triste episodio, emblema della infernale e monopolizzante gestione delle risorse culturali nostrane, non ci lascia sperare in tempi migliori.