CAST & CREDITS

cast:
Sergio Castellitto, Barbora Bobulova, Nina Torresi, Laura Morante, Enzo Jannacci, Marco Giallini, Gianfelice Imparato

regia:
Sergio Castellitto

distribuzione:
Warner Bros. Pictures Italia

durata:
107'

produzione:
Cinemaundici

sceneggiatura:
Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini

fotografia:
Gianfilippo Corticelli

montaggio:
Francesca Calvelli

musiche:
Arturo Annecchino

La bellezza del somaro | Recensione | Ondacinema

La bellezza del somaro

di Sergio Castellitto

commedia, Italia (2010)

di Matteo De Simei

Voto: 4.0

Continua il sodalizio professionale tra i coniugi Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini. Dopo “Non ti muovere” (e alcune esperienze teatrali), il romano torna infatti nelle sale da regista con una nuova pellicola scritta a quattro mani e partorita da un soggetto della moglie, in attesa dell’uscita cinematografica di “Venuto al mondo”, con cui la Mazzantini ha vinto il prestigioso premio Campiello 2009 con il romanzo omonimo.

Marcello, pater familias “figaccione” intimorito dall’incombente vecchiaia, è sposato con Marina, eccentrica psicologa attorniata da pazienti con gravi turbe mentali. La loro unica figlia, la diciassettenne Rosa, tiranneggia sui genitori tra un vizio e l’altro. Il più vistoso è quello di divertirsi a passare da un ragazzo all’altro con una facilità disarmante; Luca è reso ostaggio dall’hashish, Aldo ha il suo legame più profondo con un pitone, Giulietto è un anonimo ragazzo di colore alle prese con i soliti pregiudizi. Sino al giorno in cui Marcello e Marina decidono, in compagnia dei loro più cari amici, di riunirsi per un weekend nella loro casa in campagna adagiata tra le colline toscane. Invece di riposo e divertimento i due coniugi troveranno Armando, il nuovo (ennesimo) amore della figlia Rosa. Sarà proprio lui ad accendere la miccia sulla situazione attuale e a destare una doverosa presa di coscienza in tutti i partecipanti della casa.

“La bellezza del somaro” nasce come una commedia sui tempi di oggi, sulle difficoltà di tenere salda una famiglia socialmente impegnata ma umanamente scompaginata.
Ciò che ne esce è però un groviglio di tematiche tese alla denuncia (seppur affrontate con sorridente malinconia), ma senza una direzione ben precisa. Palese è il caos che ne deriva, in cui ne risente soprattutto una sceneggiatura a tratti forzata. Imbarazzanti poi, gli innumerevoli luoghi comuni. All’interno del calderone finiscono l’amante, la crisi di mezza età, il tabù della vecchiaia, l’incapacità di saper crescere i figli, l’ignoranza e il pregiudizio, l’immoralità, l’italiano medio borghese, il razzismo, la pazzia, perfino Berlusconi (perché “Berlusconi c’entra sempre”)...
Una direzione smaniosa quella di Castellitto, che estrapola una quantità esorbitante di tematiche senza in realtà soffermarsi su nessuna di queste.

L’obiettivo di rielaborare i racconti di Cechov adattandoli al ventunesimo secolo (personaggi falliti e delusi che naufragano nella monotonia del quotidiano) è legittima e doverosa, così come l’idea di far respirare un po’ di teatro dell’assurdo beckettiano in una società demente e malata come la nostra. Rimane però la sensazione dell’eccesso, del ridicolo, dell’inappropriato. Abbastanza deludente per un regista che tenta invano di scomodare mostri sacri del cinema come Buñuel (“Il fantasma della libertà”) e Bergman (“Il settimo sigillo”).