CAST & CREDITS

cast:
Claudio Bisio, Kasia Smutniak, Remo Girone, Beppe Fiorello, Piera Degli Esposti, Massimo Popolizio, Gianni Cavina

regia:
Riccardo Milani

distribuzione:
01 Distribution

durata:
100'

produzione:
Indigo Film

sceneggiatura:
Fabio Bonifacci, Nicola Giuliano

fotografia:
Saverio Guarna

scenografie:
Paola Comencini

montaggio:
Giogiò Franchini

costumi:
Alberto Moretti

musiche:
Andrea Guerra

Benvenuto Presidente! | Recensione | Ondacinema

Benvenuto Presidente!

di Riccardo Milani

commedia, Italia (2013)

di Piero Calò

Voto: 4.0
Giuseppe Garibaldi (Claudio Bisio) è un irsuto bibliotecario e un passabile pescatore di trote. Si fa chiamare Pinuccio a scanso di equivoci ma l'Equivoco gli arriva tra capo (pelato) e collo (taurino) quando il Parlamento lo elegge Presidente della Repubblica.
Trasportato di peso a Roma, sottoposto a qualche impacco ringiovanente (che lo trasformano insomma nel Bisio che vediamo spesso in televisione), prepara il suo discorso di dimissioni ma poi non le dà, come spesso capita nella politica italiana, e sconvolge i protocolli e forse pure un intero Paese.

Commediaccia all'italiana in questa incursione di Riccardo Milani nei labirinti del Quirinale e nei crocicchi più malfamati di Montecitorio, dove si pratica lo sport più amato dagli italiani: la politica trasfigurata nell'Uno, l'Uomo che risolleva come d'incanto un Paese depresso. Doppia fallacia, la lezione di rieducazione civica propalata dal Giuseppe Garibaldi non è una ricetta sufficiente né a risollevare né a strappare una risata o un solo sorriso al Paese depresso.
È un pasticcio di tipo televisivo con troppi ammiccamenti alle parole d'ordine dei nostri giorni (ladri, sprechi, spread...) e tanta italica confusione di ruoli e azioni.

Perché in Italia non si riesce a tirare fuori una commedia decente di questi tempi? Le risposte possono essere tante e tutte con un fondamento di verità.
Intanto non ci sono protagonisti all'altezza. Bisio non ha sfaccettature, è un tutto-tondo come la sua testa pelata; Kasia Smutniak è molto bella ma troppo legnosa per le situazioni slapstick.
Peccato, perché il corredo dei caratteristi è di primissimo ordine: dall'eternamente spiaggiato Omero Antonutti alla sciroccata Piera degli Esposti, dal senza-collo Massimo Popolizio allo sfatto Remo Girone, tenendo per ultimo un commovente Gianni Cavina, qui in versione quasi splatter, ripescato da chissà quale armadio, sepolto da chissà quanti scheletri.
Altro punto debole, in un genere cinematografico che forse è in assoluto il più difficile da girare, è la confusione delle sceneggiatura, piegata e franata sotto il giogo di zavorre verbose e retoriche, quali tutti i birignao dell'anti-politica, le scelte etiche, le scelte civiche, il futuro dei figli e pure del Pianeta. Ad un certo punto iniziamo a vagare emozionati per la biblioteca del Quirinale alla ricerca della "Costituzione con le annotazioni di Einaudi" quasi fosse la Divina Commedia con le note di Boccaccio.

Tutti questi deragliamenti non ingolfano mai una commedia ben fatta, che al contrario li azzera per mettere in risalto interpreti feroci e scatenati, belli ma brutti, buoni ma cattivi, in un contesto feroce che fotografa la realtà e non ne costruisce una versione annotata (da Einaudi magari).
Le tecniche cinematografiche, semplicemente non esistono. Montaggio a stacco, causa-effetto, movimenti ridotti al minimo, persino messa a 40 metri d'altezza la telecamera se ne resta lì, sospesa, a contemplare qualche cuppolone o una trota di passaggio.
I piani sono medi perché gli attori non riescono a riempire da soli l'inquadratura e nelle scene d'insieme succede sempre e solo una cosa per volta. Peggio ancora l'illuminazione (la fotografia): piatta, diffusa, tutto uguale, che sia il Quirinale o il lago, la campagna e la montagna, tutto si svolge come se ognuno degli attori andasse in giro con la stessa identica lampada alogena montata in testa.
Una cialtronata che, non dovesse piacere, è tutta colpa degli "italiani incivili".