CAST & CREDITS

cast:
Toby Jones, Tonia Sotiropoulou, Cosimo Fusco, Susanna Cappellaro, Layla Amir, Antonio Mancino

regia:
Peter Strickland

durata:
90'

produzione:
Warp X; Illuminations Films

sceneggiatura:
Peter Strickland

scenografie:
Jennifer Kernke

montaggio:
Chris Dickens

costumi:
Julian Day

Berberian Sound Studio | Recensione | Ondacinema

Berberian Sound Studio

di Peter Strickland

horror, Gran Bretagna (2012)

di Carlo Cerofolini

Voto: 5.0
Eccoci a un film che nell'intento di stupire a tutti i costi finisce per non capirci più niente lasciando allo spettatore il dubbio di un progetto irrisolto. Lo spunto della pellicola di Strickland è di quelli che incuriosiva da vicino, trattandosi di una storia collocata nell'Italia degli anni Settanta e incentrata sulle fasi del montaggio tecnico di un film horror, di quelli in cui il nostro cinema di genere eccelleva qualche decade fa. Al centro della storia c'è Gildelroy, un timido e talentuoso ingegnere del suono venuto dall'Inghilterra per assemblare voci e suoni del fantomatico e un po' cialtrone film del regista Fabio Santini "Il cerchio equestre".

Chiuso per la maggior parte del tempo nella sala di registrazione, Gilderoy vede alternarsi una serie di personaggi stravaganti e misteriosi, dalle doppiatrici concupite dall'esuberante regista ai vocalist chiamati a realizzare improbabili voci di streghe e assassini, per non parlare della ciurma di aiutanti, assistenti e semplici intrattenitori che di volta in volta irrompono nell'oscurità operosa e un po' lugubre dove si svolge il montaggio del film. Un quadro abbastanza originale e anche coraggioso, per la volontà di puntare a un soggetto cinematografico privo di cotè autoriale, e con una squadra di attori altamente eterogenea per provenienza e stile di recitazione, composta da artisti di fama internazionale come il britannico Toby Jones ("Infamous", 2006) ed altri, come Cosimo Fusco, Eugenia Caruso, in cerca d'affermazione - con la differenza di un inglese parlato il più delle volte in maniera maccheronica che accentua la stravaganza di tutta l'operazione. Ma quando l'intreccio arriva al dunque, trasformando la realtà di Gildelroy in una specie di incubo ad occhi aperti con sparizioni, morti che resuscitano e pellicole che vanno in fumo, quando insomma entra in gioco il concetto della vita che si mescola con l'arte, con il cinema che diventa ossessione e insieme sogno, allora tutto diventa a poco a poco confusionario e il film si perde in una serie di soluzioni alambiccate, che assomigliano, senza esserlo, a un'opera di Escher, per il carosello di soluzioni e di incastri tra i diversi piani della realtà.

Se Strickland è bravo nel legare la concentrazione spaziale (il film si svolge tutto in interni e quasi esclusivamente nella sala di montaggio) allo stato d'animo dei personaggi, così come a costruire una follia che si ciba degli strumenti del mestiere cinematografico, con registratori e pellicole sempre in primo piano e con i dettagli di piani di lavoro che diventano nella loro progressiva incomprensibilità il segnale di vero e proprio deragliamento mentale, dall'altra si perde in alcuni stereotipi, come quello del regista italiano schiavo della propria libido, e con la rappresentazione di un genere cinematografico, come quello dell'horror movie italiano, ridotto a pochi e ripetuti stilemi. Più che una sorpresa "Berberian Sound Studio" appare piuttosto un'occasione mancata.