Bergmal | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Carlo Cerofolini
6.5/10

Riuscire a raccontarsi attraverso un personaggio è già un'impresa: pensate se si tratta di farlo cominciando ogni volta da capo, nel corso delle cinquantasei sequenze che costituiscono l'ossatura narrativa di "Bergmal", terzo lungometraggio del regista sceneggiatore e produttore islandese Rúnar Rúnarsson. In realtà, il proposito del nostro è ancora più complesso perché sull'esempio di ciò che aveva fatto - con bel altri mezzi produttivi - Christopher Nolan nel suo "Dunkirk", a fare la parte del gigante davanti all'obiettivo dell'autore non è tanto la biografia dei caratteri, chiamati a scambiarsi il testimone nel corso dei settantanove minuti di durata del film, quanto piuttosto parlare del tutto ttraverso le sue mille sfaccettature, rappresentato in questo caso non dalla guerra vista nella sua dimensione più tragica e totalizzante ma, al contrario, dall’esistenza umana, esplorata nelle sue manifestazioni quotidiane. Impresa ambiziosa e per certi versi impossibile se non fosse per la scelte di campo del regista, il quale, conscio della vastità del soggetto ma intenzionato a vincere la sua partita, decide di restringere il raggio d'azione, assegnando al particolare il compito di arrivare all'onnicomprensivo e, ancora, facendo della concentrazione temporale (la vicenda si svolge nel corso delle vacanze natalizie) lo strumento per condensare e portare al loro climax la complessità dei desideri e delle aspettative di cui si fa artefice l’umanità che ne è protagonista. 

Obiettivi, quelli elencati, perseguiti da "Bergmal" nella maniera meno ovvia, articolando il passaggio tra le varie sequenze secondo logiche antinarrative e, però, ubbidienti in maniera ferrea alla volontà di fare dell’una l’eco (sostantivo che traduce il titolo del film e insieme ne fornisce le possibili coordinate), lavorando sulla composizione dei singoli quadri in cui è spesso la sproporzione tra figure e paesaggio o la discontinuità spaziale delle inquadratura (a volte molto ravvicinate fino ad arrivare a mostrare solo dettagli e non l’intera figura umana, altre in campo lungo, con le persone ridotte un semplice segno, altre ancora spoglie oppure occupate fino all’inverosimile) a determinare il tono degli avvenimenti o, ancora meglio, come succede nella maggior parte dei casi, a sospendere il giudizio a proposito della chiave di lettura, comica o drammatica, da assegnare alle varie microstorie.

Come nei racconti di Raymond Carver a passare sotto la lente d’ingrandimento è il minimalismo di gesti e parole destinate a ripetersi senza lasciare traccia e qui, invece, alternativamente,  assurte a massimo valore simbolico o svuotate di qualsiasi contenuto per la bravura del regista di riformularne il valore. Di esempi se ne potrebbero fare molti e, in tal senso, a risultare utile all'argomentazione potrebbe essere l’inserto ambientato all’interno della chiesa in cui a lavorare in simultanea sono le diverse componenti del dispositivo. Da una parte il visivo, capace di creare la sensazione di una progressione all’infinito, frutto dell’esasperazione prospettica del punto macchina sulla linea delle panche; dall’altra il contenuto, creato per opporsi a quel movimento e, anzi, a cancellarlo per sempre nella combinazione tragicomica della bara scoperta con all’interno la salma di un bambino e l’addetto al funerale seduto alla buona e intento a discutere dei suoi affari con un interlocutore telefonico. Oppure, dopo aver preso in rassegna una moltitudine di umanità, la scelta di concludere, una dietro l’altra, con due scene che invece la mettono da parte, dapprima soffermandosi sul cane impaurito dai botti di capodanno, successivamente, terminando con una nota sociologica e forse critica sulla società dei consumi in cui, terminata la festa, assistiamo alla raccolta mattutina della spazzatura da parte degli operatori ecologici, vera e propria pietra tombale all’intento di assegnare - da parte dello spettatore, non certo del regista - eventuali riflessi metafisici al trascorso natalizio. Una "sinfonia" quella di "Bergmal" portata avanti con originalità e rigore e dunque in grado di farsi largo nel cuore dei giurati di un festival. Che poi la medesima visione possa faticare a fare breccia sullo spettatore comune, questa è un'altra cosa. Kermesse come quella di Locarno servono proprio a questo, e cioè a ritagliare un momento di popolarità altrove negata. Inserito nel concorso internazionale, "Bergmal" potrebbe trovare un posto nel palmarès dei vincitori


14/08/2019

Cast e credits

cast:
Finnur Arnar Arnarson, Gísli Már Arnarsson, Ari Arnarson, Sigurmar Albertsson, Bent Kingo Andersen, Sif Arnarsdóttir


regia:
Runar Runarsson


titolo originale:
Bergmal


durata:
79'


sceneggiatura:
Rúnar Rúnarsson


fotografia:
Sophia Olsson


montaggio:
Jacob Secher Schulsinger


costumi:
Julianna Lara Steingrimsdottir


musiche:
Kjartan Sveinsson


Trama
In una città islandese il quotidiano delle persone si confronta con l'arrivo delle vacanze natalizie