CAST & CREDITS

cast:
Marcello Mazzarella, Renato Lenzi, Vincenzo Albanese, Omar Noto

regia:
Pasquale Scimeca

distribuzione:
Arbash Film, Acec, Fandango

durata:
90'

produzione:
Arbash Film

sceneggiatura:
Pasquale Scimeca

fotografia:
Duccio Cimatti

scenografie:
Fabio Bondì

montaggio:
Francesca Bracci

costumi:
Antonella Zito

musiche:
Marco Biscarini, Luca Leprotti

Biagio | Recensione | Ondacinema

Biagio

di Pasquale Scimeca

biografico, drammatico, Italia (2014)

di Giuseppe Gangi

Voto: 5.5

Biagio Conte è un ragazzo benestante di Palermo che inizia a lavorare nell'impresa edile del padre. Superficialmente non dovrebbe avere problemi, conduce una vita normale, ma la sua interiorità è insoddisfatta e in lotta con i privilegi che ha ereditato. Così, nel 1990, in preda a una forte crisi spirituale, lascia casa e familiari, andando a vivere come un eremita prima in campagna e poi nelle montagne dell'entroterra siciliano. Rischia di morire assiderato e viene salvato da un pastore suo amico; dopodiché si mette in viaggio, accompagnato solo dal suo cane, per un pellegrinaggio che ha Assisi quale destinazione finale. Al ritorno dalla città di San Francesco, si stabilisce in zona Stazione a Palermo dove chiede la carità per i fratelli senzatetto e i bisognosi della sua città finché nel 1993 non fonda la "Missione di Speranza e Carità" tutt'ora attivissima sul territorio e punto di riferimento via via più importante.

La storia di Fra Biagio sembra il frutto di una iperbolica invenzione letteraria: la vita di un santo à la San Francesco scritta per i giorni nostri e iniziata venticinque anni fa. Da un'idea dell'attore Marcello Mazzarella, che si è preso l'onere di interpretare il ruolo principale, il regista Pasquale Scimeca si è accostato alla vita di quest'uomo con una evidente ammirazione: si capisce che Biagio, agendo sui problemi mondani (la disparità sociale, la povertà, la difesa degli emarginati), emana un fascino spirituale universale. Il primo obiettivo che film sembra porsi è l'evitare l'agiografia, che avrebbe fatto un torto all'uomo vero, non amante delle luci dei riflettori; la narrazione della "conversione" di Biagio, da eremita a missionario, viene quindi inserita nella cornice delle ricerche di un anziano regista che intervista  l'ormai cinquantenne frate per conoscere i dettagli dei tormenti che l'hanno spinto a una scelta di vita radicale e irreversibile. Al contempo, però, si premura di contestualizzare il personaggio, sia con la cornice che con degli immaginari dialoghi della famiglia Conte che danno conto della sparizione di Biagio, andato a vivere in montagna sperando che Dio gli riveli il suo volto. 


Il regista, confesserà nella parte finale, sognava di fare un film che "fosse bello e aiutasse la gente a salvarsi" ma non c'è mai riuscito: che il film sia proprio "Biagio"? Si spiegherebbe come mai nel tentativo di scarnificare ogni orpello stilistico, l'opera sia intessuta di un dissonante tono didattico-morale: dagli incontri di varia umanità che si svolgono quasi sempre attraverso il medesimo meccanismo (da un'iniziale diffidenza a un abbraccio fraterno), ad alcune scelte di montaggio banalizzanti come associare l'esultanza di Biagio immerso nella natura dopo la sua fuga al suo racconto fuori campo che lo definiscono finalmente sereno e, successivamente, una sequenza praticamente identica ambientata però ad Assisi, dopo il raggiungimento del suo obiettivo di pellegrino (con tanto di liberatorio commento musicale, assente fino a quel momento). Nonostante l'andamento del film possa inizialmente ricordare "Into the Wild", Scimeca si priva di qualsiasi afflato dell'epica on the road ma, al contempo, non usa nemmeno l'elementare strumentazione di uno stile che potesse mettere per immagini il travaglio interiore del protagonista, il suo anelito verso il Trascendente. Lo spettro del personaggio offriva spunti per un tentativo di slow-cinema siciliano e per un interessante racconto di formazione spirituale - contrapposto a una società alla deriva e ammalata dal denaro (ricordiamo che in quegli anni Palermo era il centro delle sanguinose rappresaglie mafiose) - a "Biagio", però, mancano sia i tempi cinematografici, spesso abbreviati da un susseguirsi di scene di stampo cronachistico, sia il potere fascinatorio di immagini da contemplare. Durante l'incipit, l'alter-ego filmico del regista si sente dire dall'ipotetico produttore che il film che sta montando è ancora troppo lento ma "Biagio" è forse sin troppo veloce, indugiando dove non se ne avverte necessità. Sottraendosi all'eterna lotta tra forma e sostanza, Scimeca fa scivolare un contenuto tanto apprezzabile nel deludente anonimato della forma.