CAST & CREDITS

cast:
Ryuhei Matsuda, Masanobu Ando, Ryo Ishibashi, Renji Ishibashi, Kenichi Endo

regia:
Takashi Miike

distribuzione:
Dolmen Home Video

durata:
85'

produzione:
Eisei Gekijo, Excellent Film, Maki Production, Shochiku Company, Shochiku Kinema Kenkyû-jo

sceneggiatura:
Ikki Kajiwara, Hisao Maki, Masa Nakamura

fotografia:
Masahito Kaneko

Big Bang Love, Juvenile A | Recensione | Ondacinema

Big Bang Love, Juvenile A

di Takashi Miike

drammatico, Giappone (2005)

di Anna Maria Pelella

Voto: 8.0
Due giovani giungono contemporaneamente in prigione, il più giovane Jun è barista in un bar gay, dove ha conosciuto l'uomo che ucciderà, mentre il secondo Shiro è un delinquente di vecchia data, che tra l'altro ha stuprato la moglie del direttore del carcere la quale successivamente si era suicidata. Tra i due ragazzi nasce uno stranissimo rapporto di natura senz'altro affettiva, ma con connotazioni proiettive che porteranno a conseguenze disastrose.

In questo suo ultimo lavoro, Miike decide per una rappresentazione circolare degli eventi, scelta che gli vale una menzione a parte per l'originalità ed un'altra per la maestria registica che questa richiede. I fatti narrati sono, in realtà, assai semplici ma noi ce ne accorgeremo solo alla fine, quando i giochi saranno fatti, le proiezioni ritirate e finalmente il non detto ci verrà mostrato.

Shiro e Jun corrono in circolo in un ambiente scenograficamente teatrale, dove un manipolo di giovanotti si azzuffa senza tregua, viene da pensare che lo facciano per non accoppiarsi, dato il sottotesto assai palese nel più puro stile Jean Jenet. Si tratta di un carcere ma la scenografia richiama "Dogville", con una tale proiezione dei contenuti che anche le parole più semplici dovranno essere ripetute per venire comprese. L'azione si svolge in pochissimo tempo, ma ci viene mostrata ciclicamente da più angolazioni, col risultato di arricchire la nostra percezione ad ogni istante. Il contenuto palese non è quello vero, l'apparenza sarà smentita e il non detto prenderà possesso con forza della nostra percezione sovvertendola.

Miike ci manda incontro al suo personale modello di scardinamento della continuità con una tale leggerezza che pare di essere in un sogno, in verità è della materia dei sogni che questo delirio visivo un po' barocco sembra costituito, dal momento che tutto quello che vediamo non è vero. La piramide e il razzo presenti all'esterno, o sarà l'interno della mente dei protagonisti chissà, richiamano alla mente le possibilità che restano a chi è rinchiuso, la prima una permanenza che supera il tempo e diviene leggenda, Shiro, mentre il secondo il tentativo dello stesso Shiro di trascendere il qui ed ora seguendo l'impulso ad andare fuori dal tempo e dallo spazio. Il direttore del carcere assume connotati più cinerei a mano a mano che svela la sua storia e il suo presunto coinvolgimento nella morte di Shiro. C'è persino un ammiccamento ai fantasmi modaioli dell'ultimo cinema nipponico, con la moglie suicida del direttore che striscia al suo fianco e, con la sua presenza, smentisce le parole di lui. I personaggi entrano lentamente a far parte del complesso puzzle che Miike ha pensato per noi senza mai opporsi al loro destino, anzi, abbracciandolo con foga come fosse un salvagente nel mare in tempesta dell'animo umano. E mentre tutto questo accade, noi siamo straniti di fronte a tutto il non detto che sprizza da ogni dove e smentisce con forza le poche cose dichiarate. Gli attori sono straordinari nel recitare il loro dramma di un vissuto sospeso nel tempo e sicuramente spostato nello spazio. Le luci e la fotografia, carica la seconda quanto tenui le prime, ci regalano un delirio visivo che molto si presta alla scenografica rappresentazione proiettiva del sé dei protagonisti. La regia è quanto di più misurato Miike abbia prodotto finora, con lievi tocchi di colore per accentuare l'aspetto barocco del racconto.

In tutta l'opera non si riesce a ravvisare un solo difetto, persino la durata è misurata al centesimo sul ritmo delle possibilità che, non espresse dapprima, dovranno lentamente compirsi poi. Direi che quest'opera rappresenta uno dei punti di compromesso tra la capacità espressiva di Miike e la sua esigenza di trascendere i generi per raccontare semplicemente il dramma dell'animo umano, così senza una cornice né un motivo ulteriore, come ogni grande narratore dovrebbe esser libero di fare.