CAST & CREDITS

cast:
Claudio Santamaria, Chiara Caselli, Alicélia Batista Cabreira, Taiane Arce, Ambrósio Vilhava

regia:
Marco Bechis

distribuzione:
01 Distribution

durata:
108'

produzione:
Classic

sceneggiatura:
Marco Bechis, Luiz Bolognesi

La terra degli uomini rossi - Birdwatchers | Recensione | Ondacinema

La terra degli uomini rossi - Birdwatchers

di Marco Bechis

drammatico, Italia, Brasile (2008)

di Claudio Zito

Voto: 8.0

Per quanto il mondo degli indios dell'America Latina sia stato raccontato più e più volte, in letteratura come al cinema, in un passato più o meno recente, non si può negare che "La terra degli uomini rossi", ritorno alla regia di Marco Bechis a sette anni da "Figli-Hijos", possieda ugualmente una sua relativa originalità, per almeno due aspetti. Intanto ha il merito di ricordarci che la questione indigena è ancora lungi dall'essere risolta, anzi è assolutamente centrale nel Nuovo Mondo.
Inoltre, già dalla prima scena sa compiere un geniale ribaltamento di punto di vista: se nell'incipit sono i Birdwatchers del titolo internazionale, in barca lungo un fiume all'interno della foresta, a imbattersi nei Guaranì, immediatamente il regista italo-argentino ci catapulta all'interno della realtà di questi ultimi. Ed ecco che quegli esseri inquietanti e imperscrutabili assumono una loro identità e, soprattutto, una loro umanità, fatta di piccoli problemi sentimentali e di grandi drammi atavici.

La loro cultura, in sé, costituisce una minaccia per un ordine segnato dalla "linea del colore", fondato sulla proprietà individuale della terra e difeso in ultima istanza dalla potenza di fuoco di cui dispongono i latifondisti, a partire dai pesticidi che riversano impietosamente sulle loro teste.
L'autore è tuttavia onesto nel mostrarci come le autorità statali (siamo in Brasile, nel Mato Grosso do Sul) non siano del tutto insensibili alla salvaguardia delle tribù indigene e nel concedere qualche altro mutamento di prospettiva, presentando la questione come un incontro-scontro tra due culture antitetiche non prive di attrazione reciproca, ma sostanzialmente inconciliabili, che non può che riservare un destino tragico ai più deboli.

Il regista ha inoltre la sensibilità di lasciare per lo più fuori campo le loro principali piaghe (segnatamente l'alcolismo e l'alto tasso di suicidi) e, al di là di qualche schematismo nella contrapposizione tra i protagonisti e i fazenderos, di articolare la vicenda limitando il più possibile la retorica e i didascalismi, come nella critica all'imperialismo delle multinazionali, scagliata metaforicamente attraverso la collera di uno dei protagonisti, atto a impugnare con irruenza una scarpa di marca. E senza rinunciare alla poesia dell'immagine: si può rimanere indifferenti al leggero movimento di macchina verso l'alto che immortala il fiume, dopo aver concesso la dovuta intimità ai due giovani amanti che, mettendo al bando le loro differenze etniche, stanno per abbandonarsi a tenere effusioni? O al tonfo che annuncia il recupero del piccolo cadavere del figlio del capo tribù, impiccatosi in tenerissima età poiché già disonorato, e alla successiva toccante sepoltura?

Insomma, siamo di fronte a uno splendido cinema di spazi e di rumori, probabilmente al miglior Bechis e a un altro grande film italiano di questo magico 2008. Chi lo saprà apprezzare (non è un'opera per tutti i gusti) non avvertirà neanche di striscio i 108 minuti di durata, si dispiacerà anzi dell'avvento dei titoli di coda e si rammaricherà del fatto che la giuria veneziana gli abbia assegnato, di fatto, soltanto un premio di consolazione.