Recensioni

Bittersweet Life

di Kim Ji-woon

noir, Corea del Sud (2005)

CAST & CREDITS

cast:
Lee Byung-hun, Kim Yeong-cheol, Shin Min-a, Hwang Jeong-min

regia:
Kim Ji-woon

distribuzione:
Lucky Red

durata:
118'

sceneggiatura:
Kim Jee-woon

fotografia:
Kim Ji-Yong

scenografie:
Ryu Seong-hie

montaggio:
Choi Jae-geun

costumi:
Cho Sang-Kyung

musiche:
Jang Yeong-gyu

Bittersweet Life | Recensione | Ondacinema

Bittersweet Life

di Kim Ji-woon

noir, Corea del Sud (2005)

di Giuseppe Gangi

Voto: 7.5
Nella prima metà degli anni '00, sull'onda lunga  del successo nei festival europei delle opere di Kim Ki-duk e di Park Chan-wook, anche la distribuzione italiana si aprì al cinema della Corea del Sud. L'idillio ebbe naturalmente breve vita, ma ci permise di conoscere alcuni tra gli autori e le opere più interessanti degli ultimi dieci anni.

Il quarto lungometraggio di Kim Jee-woon continua il lavoro del regista di Seoul sui generi e dopo la ghost-story di "Two sisters" la rivisitazione continua col gangster movie: se è sempre possibile ritrovare dei precedenti cinematografici (o letterari) per un film, con "Bittersweet life" Kim ci facilita le cose, giocando a carte scoperte. Mescolando noir crepuscolare (Melville), pulp (fiction) e l'estetica della violenza coreana (alcune sequenze gridano il nome di Park Chan-wook), il regista di Seoul imbastisce un film dalla trama arcinota che non ha assolutamente intenzione di inventare alcunchè (lo stesso protagonista, elegante, freddo, inespressivo e un po' arrogante, sembra il figlio coreano del samourai Jef Costello), ma che si concentra in maniera visivamente sontuosa nella messa in scena e nella disposizione perfettamente calibrata - o quasi: certe parentesi ridanciane potevano essere evitate - del materiale narrativo.

La trama è presto detta: Sunwoo, un manager di un albergo, in realtà uomo di fiducia del gangster Kang, deve pedinare la giovane ragazza di questi e "liquidare la questione" in caso di tradimento. L'elegante, freddo, inespressivo e un po' arrogante "direttore" però se ne infatua e la salva, facendo finta che niente sia successo. Il capo scopre il tradimento della sua donna e decide di vendicarsi su Sunwoo, che riesce, però, a sfuggire ai suoi aguzzini e medita di distruggere il suo ex-mentore.

Pellicola elegante, con una fotografia magica e patinata che immortala le strade e i locali della città come potrebbe fare solo il grande Michael Mann con Los Angeles, "Bittersweet life" è dotato di un comparto registico studiato che raggiunge alti picchi di virtuosismo. Kim, com'era già evidente in "Two sisters", appare interessato alla superficie, il che non è necessariamente un limite, ma piuttosto un modo diverso di scavare all'interno dei personaggi, partendo dal mondo esteriore. Si sofferma soprattutto sulle superfici luccicanti (la carrozzeria dell'auto, il tergicristallo, la vetrata della finestra), e ne esalta i riflessi e le dicotomie percettive, chiudendo il film in un loop riflettente senza soluzione. In "Bittersweet life" tutti i luoghi, fisici o mentali che siano, rappresentano lo spazio adeguato dove Sunwoo porta avanti la sua malinconica lotta contro se stesso e i suoi sentimenti.

In conclusione: imperfetto, derivativo, a tratti anche esagerato quanto si vuole, ma una piccola grande lezione di come dalla pura estetica si possa giungere al puro sentimento.