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Blackkklansman

di Spike Lee

biografico, commedia, Usa (2018)

CAST & CREDITS

cast:
John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Corey Hawkins, Laura Harrier, Eyan Eggold, Jasper Paakkonen, Harry Belafonte, Alce Baldwin

regia:
Spike Lee

distribuzione:
Universal Pictures Italia

durata:
128'

produzione:
Blumhouse Productions, Monkeypaw Productions, Perfect World Pictures, Spike Lee, Jordan Peele

sceneggiatura:
Spike Lee, David Rabinowitz, Charlie Wachtel, Kevin Willmott

fotografia:
Chayse Irvin

scenografie:
Cathy T. Marshall

montaggio:
Barry Alexander Brown

costumi:
Marci Rodgers

musiche:
Terence Blanchard

Blackkklansman | Recensione | Ondacinema

Blackkklansman

di Spike Lee

biografico, commedia, Usa (2018)

di Carlo Cerofolini

Voto: 8.0

Come si sa, la presenza a Locarno nella sezione Piazza Grande di "BlacKkKlansman" non è un'anteprima assoluta poiché nel Maggio scorso il film di Lee è passato nel concorso ufficiale del festival di Cannes, portandosi a casa il premio per la miglior regia. Le notizie della buona accoglienza ricevuta dal film e la vittoria di un premio importante non sono però sufficienti a restituire la qualità del lavoro messa in campo per l'occasione dal regista americano, il quale da un po' di tempo sembrava aver perso l'ispirazione, fiaccata dalle polemiche che da sempre contraddistinguono i rapporti del regista con lo show business americano e dalla scelta di progetti che, almeno per quanto riguarda il cinema di finzione, erano apparsi quanto meno discutili (su tutti il remake di "Oldboy" per la scarsa attinenza con l'identità della sua filmografia). Al contrario, la prima cosa che emerge in "BlacKkKlansman" è la volontà di recuperare il tempo perduto ripristinando il paesaggio poetico e sociale presente nelle opere migliori. La prova ci viene dall'utilizzo della trama, poiché la vicenda del poliziotto di colore che si infiltrata nelle file del Ku Klux Klan non risolve le sue prerogative nella fabbricazione dell'indagine dei poliziotti determinati a smascherare le nefandezze della famigerata organizzazione, tantomeno nell'avallo della matrice razzista della Nazione americana raccontata attraverso fatti (storici) realmente accaduti.

L'ambizione di Lee questa volta è diversa: l'afflato militante e le irridenti provocazioni che ne hanno contraddistinto le regie assumono in "BlaKkKlansman" le forme di un vero e proprio sit in cinematografico in cui "la chiamata alle armi" della comunità afroamericana subisce un'accelerazione che la porta a inglobare dentro di sé quello che fin qui è stato l'intero corso estetico, formale e contenutistico dell'autore. In questo senso nella carriera del regista "BlaKkKlansman" potrebbe figurare come una versione personalizzata dell' "8 e 1/2" felliniano in cui le modalità di infiltrazione, i mascheramenti e le indagini svolte dall'eccentrica squadra di poliziotti per entrare nel cuore del famigerato sodalizio vengono scandite da una serie di inserti in cui la condizione sociale e politica della popolazione nera degli anni Settanta (epoca in cui si colloca la vicenda) viene raccontata attraverso le passioni personali e cinematografiche del regista, di volta in volta declinate in vari tipi di forme e generi: della partita, dunque, fanno inevitabilmente parte il pamphlet politico, condensato soprattutto nella sequenza iniziale preceduta dall'inquietante arringa di Alec Baldwin, la commedia stand-up, utilizzata quando si tratta di confezionare l'esilarante sequenza della telefonata con cui Ron Stalworth (John David Washington) si finge uno sbirro bianco e razzista per farsi reclutare all'interno del Klan e, ancora, il tourbillon di generi (il thriller e il poliziesco già frequentati in altre circostanze), di toni (divertiti, divertenti e grotteschi) e di stili di recitazione (da quella compassata e laconica di uno straordinario Adam Driver alle esasperate e quasi caricaturali performance di chi da vita ai personaggi più viscidi e cattivi) per non dire della presenza di altrettanti miti della cultura afroamericana (dalla Blaxploitation ad Harry Belafonte, chiamato a parlare di razzismo e intolleranza davanti a simpatizzanti del movimento rivoluzionario delle Pantere Nere). La bravura di Lee (e del suo montatore) è quella di riuscire a far coesistere teorizzazione (si pensi alla presa di posizione nei confronti di "La nascita di una nazione") e pratiche cinematografiche in un contenitore perfettamente coerente e per nulla appesantito dal volume di materiale che vi converge. Vi si aggiunga, poi, la capacità di sfruttare il doppio canale costituto dal dare parola ai personaggi razzisti e a quelli che fingono di esserlo per sottolineare con ancora più veemenza il ridicolo su cui si basano le motivazioni dell'odio razziale. Il tutto con gli anni Settanta presi ad esempio per parlare dell'oggi e per evidenziare con tono polemico quanto poco sia cambiato rispetto a quegli anni in termini di diritti civili e di eguaglianza sociale.
La sequenza conclusiva con le drammatiche immagini degli incidenti avvenuti a Charlottesville nell'agosto del 2017 contrapposte all'imbarazzante commento del presidente Trump sono esemplari nel dirci che Lee ha ancora voglia di combattere e di farlo attraverso nuovi proseliti come per certi versi lo sono Jordan Peele ("Scappa - Get Out") e, un po' a sorpresa visto il target della compagnia di Jason Blum, la Blumhouse Productions, produttori del film.