CAST & CREDITS

cast:
Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, Brion James, Daryl Hannah, Joanna Cassidy, Joe Turkel

regia:
Ridley Scott

distribuzione:
PIC

durata:
121'

produzione:
Ladd Company

sceneggiatura:
Hampton Fancher, David Peoples

fotografia:
Jordan Cronenweth

scenografie:
Lawrence G. Paull

montaggio:
Terry Rawlings, Marsha Nakashina

costumi:
Charles Knode, Michael Kaplan

musiche:
Vangelis

pietra miliare

Blade Runner | Recensione | Ondacinema

Blade Runner

di Ridley Scott

fantascienza, noir, Usa (1982)

di Antonio Pettierre

Opera d'autore o collettiva? Semplice film di genere o classico della modernità? Rappresentante della narrazione mainstream o affresco simbolico e ipertecnologico della società del futuro?
Forse "Blade Runner" è l'insieme di tutto questo: un film che voleva sfruttare in qualche modo il bisogno dello spettatore di comprensione della realtà attraverso una rappresentazione del futuro, basandosi su domande assolute come "chi siamo?", "da dove veniamo?, "cosa ci facciamo qui?, "dove andiamo?"; e che dal 1982 ha attraversato i decenni arrivando fino a noi, trasformandosi in un cult movie,  ancora con una forte carica iconica al di là delle aspettative del propri autori.

Genesi di un cult movie

All'origine c'è il romanzo del 1968 di Philip Kindred Dick "Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?" capolavoro di un autore in vita bistrattato e poco considerato, che proprio grazie al film, e subito dopo la sua morte nel 1982 (fece appena in tempo a vederne una copia di lavorazione), verrà rivalutato dalla critica e scoperto dal grande pubblico, diventando a tutti gli effetti uno degli scrittori più visionari e importanti della letteratura, non solo fantascientifica, del secolo scorso.
La potenzialità cinematografica del romanzo di Dick interessa fin da subito un regista come Martin Scorsese che ne opziona per primo i diritti. Ma i tempi non sono ancora maturi. Storia travagliata, quella di "Blade Runner", che vede molte persone interessarsi alla realizzazione del progetto. Il primo "autore" che inizia a far prendere una forma concreta al film, alla fine degli anni 70, è Hampton Fancher, che rileva i diritti del romanzo e scrive la prima sceneggiatura di quello che sarà "Blade Runner" di Ridley Scott. Hampton si confronta direttamente molte volte con Dick durante la stesura, che fornisce consigli e suggerimenti, mostrando un interesse diretto a quello che sarà l'opera filmica (e si può dire a ragione che rimane l'unico film veramente pervaso da uno spirito dickiano tra tutti quelli che, dopo la morte dello scrittore, sono tratti dai suoi romanzi e racconti).
La sceneggiatura di Hampton interessa al produttore Michael Deeley (lo stesso de "Il cacciatore" di Michael Cimino) che si mette alla ricerca del regista e del cast adatti. In sintesi, dopo varie opzioni e riunioni, la spunta Ridley Scott che è ingaggiato soprattutto grazie al suo "Alien" di qualche anno prima che lo ha rivelato come capace di affrontare una messa in scena complessa e l'utilizzo della luce e delle inquadrature apprese nel girare spot pubblicitari. Poi si aggiungono Harrison Ford nella parte del detective Rick Deckard "cacciatore di androidi" e Rutger Hauer come l'antagonista Roy Batty; David Peoples che rende la sceneggiatura di Hampton più decisa e caratterizzata e capace di soddisfare la idee di Scott; così come Syd Mead, scenografo, disegnatore e artista multimediale che dona l'atmosfera "heavy metal" e "cyberpunk" al mondo fantascientifico di "Blade Runner".
Quindi, il risultato finale è un'opera collettiva dove un po' tutti  quelli che vi prendono parte contribuiscono a delineare la storia, l'ambientazione e le psicologie dei vari personaggi di quel grande affresco futuristico che diventa "Blade Runner".

Lo spazio del futuro

Los Angeles, 2019. Un gruppo di replicanti della classe Nexus 6 fugge da una stazione spaziale e torna sulla Terra. La sezione di polizia denominata "Blade Runner" richiama in servizio Rick Deckard un tempo il migliore nel suo campo per dare la caccia e "ritirarli" dal mercato (cioè ucciderli).
La macchina da presa si muove sinuosa fin dalla prima sequenza, immergendo lo spettatore in un mondo scuro, piovoso, illuminato da luci di dirigibili che pubblicizzano le "nuove opportunità" in "colonie extramondo" e dalle fiammate di raffinerie, senza soluzioni di continuità tra condomini fatiscenti e palazzi che assomigliano a piramidi Maya post moderne. La Los Angeles del futuro è un conglomerato architettonico in cui stili differenti si mischiano, si sovrappongono, dove lo spazio è pieno di uomini, donne, "esseri" poco identificabili, suoni e voci che già rappresentano una società dove il melting pot è all'ennesima potenza ed è il crocevia di culture occidentali e orientali. Lo schermo è pieno sia nella sua linea orizzontale che verticale, con auto volanti tra i grattacieli che si sviluppano in altezze siderali e l'urbanizzazione si estende fino all'orizzonte della visione. Un mondo sporco, bagnato, decadente, un mondo dove lo spazio è vitale, mancante, (s)finito.
In tutto il film è messo in scena il confronto tra esterno e interno. Il pieno caotico delle strade tracima nel disordine degli appartamenti e dei locali.
Deckard si muove in un mondo chiuso, claustrofobico, senza via d'uscita: la stazione di polizia, dove è convocato subito dopo l'omicidio del collega da parte del replicante Leon; il club, dove viene individuata l'altra replicante Zhora che Deckard uccide; il palazzo fatiscente dove vive il genetista J.F. Sebastian (e scena dello scontro finale tra Deckard e Batty); lo stesso appartamento di Rick.
Sono tutti luoghi dove il disordine e la decadenza regna e impregna lo sguardo dello spettatore. Una rappresentazione di città non più futuristica, che interpreta la geografia urbanistica delle ormai  megalopoli contemporanee come Città del Messico, New York, Hong Kong, Shangai, Tokyo, Mumbai, tanto per citarne alcune. Unica eccezione a tutto questo rimane l'interno della Tyrrell Corporation (la multinazionale produttrice dei replicanti) il cui edificio totemico svetta nel tessuto urbanistico futuro: sia l'ufficio di Tyrrell sia il suo appartamento sono luoghi in cui regna un certo ordine e ci sono ampi spazio vuoti, metafora del privilegio del potere.
In questo caso "Blade Runner" riesce, come pochi, a descrivere un mondo lontano e nello stesso tempo vicino al nostro presente, ma anche a farcelo sentire, toccare. Le immagini dei corpi, delle strade, dei palazzi sembrano quasi che abbiano un respiro proprio e che trasportino lo spettatore all'interno della realtà filmica.
Ridley Scott sfrutta al massimo tutto il reparto tecnico-visuale grazie alle indubbie qualità di scenografo e alla capacità di dirigere la complessa organizzazione della messa in scena di tutti gli elementi profilmici. Inoltre, l'utilizzo dell'effetto flou (ripreso dalla sua esperienza pubblicitaria e poi, dopo di lui, abusato nel cinema degli anni 80) rende granulosa e pastosa l'immagine ed è funzionale per la messa in quadro. L'uso delle luci e delle ombre, della continua pioggia e di un senso del bagnato rendono materiche le immagini (e Scott non riuscirà mai più a riprodurre con la stessa potenza nei suoi futuri film) e connotano una moderna caratterizzazione noir alle atmosfere visive in "Blade Runner", rendendo il film unico e imitato negli anni a seguire.

L'occhio del demiurgo e le immagini dei ricordi

Tra i tanti temi di un film così stratificato nella componente visiva e narrativa, ne mettiamo in evidenza due che appaiono ancora oggi molto contemporanei e correlati tra loro: la (in)capacità di vedere e l'importanza del ricordo.
Fin dalle sequenze iniziali in campi lunghi e lunghissimi della megalopoli ci sono dettagli di un occhio riempito delle immagini della città, specchio metafisico in cui riflettere la realtà della visione. E' quello di Leon che viene sottoposto al test Voigt-Kampff, effettuato con una sorta di computer con visore che registra le variazioni della pupilla, scatenate da una serie di domande con lo scopo di provocare una reazione emotiva incontrollata. Il test e la macchina servono per scoprire se il soggetto è un replicante, e già qui abbiamo il primo grande esempio dell'importanza della vista e dell'occhio come entrata privilegiata all'anima umana. La macchina stessa è una cinepresa emozionale, perché solo le emozioni definiscono l'umanità. Ma il cortocircuito scopico tra chi osserva e chi è osservato s'intravede fin da subito. La visione è incerta e la definizione delle emozioni è abdicata dall'uomo. Del resto, Leon e gli altri replicanti reagiscono sempre in modo violento e la violenza diventa una reazione emotiva per l'affermazione di se stessi in un mondo impaurito e ostile.
Gli occhi brillano di vita propria in tutti i replicanti (umani e animali). Anche quelli di Rachel - l'assistente di Tyrrell - che ignora di essere una replicante. Deckard la scopre grazie al suo intuito durante un lungo e difficile test Voigt-Kampff nell'ufficio di Tyrrell.
Quindi, alla fine, è la visione personale di Deckard attraverso la macchina Voigt-Kampff, del regista con  la macchina da presa, dello spettatore tramite lo schermo del cinema che rendono vivo o meno ciò che si guarda. La realtà esiste perché è osservata attraverso lo sguardo dell'occhio (dis)umano.
I Nexus 6 tornano sulla Terra perché hanno un limite massimo di quattro anni di vita, scritto nel loro codice genetico, e come tutti gli esseri viventi vogliono vivere di più, lottano perché la vita non sia così breve rispetto all'eternità del tempo. Il loro è un percorso che li porta fino al demiurgo per eccellenza, quel Tyrrell, genio della finanza e della genetica, creatore del cervello dei replicanti, della loro mente, della loro "anima".
"Più umano dell'umano" è il motto della Tyrrell Corporation e con i Nexus 6 sembra che siano riusciti nel loro scopo. Anche Rachel è un esperimento: una replicante che crede di essere umana. Come i molti umani del film, inconsapevoli di essere dei replicanti di un'umanità ormai in preda a una cecità ignorante del mondo.
In questo caso la sequenza all'interno del laboratorio criogenico, dove Chew costruisce gli occhi dei Nexus 6, è una di quelle più significative. Batty e Leon cercano risposte per "allungare" la propria vita, per prolungare il tempo della visione: i bulbi sono raccolti e sparsi sulle spalle di uno spaventato Chew in una moltiplicazione fisica dello strumento di visione, ma che risultano oggetti inanimati e inerti, incapaci di vedere realmente. Così per gli umani gli occhi non bastano più per vedere la realtà e hanno bisogno di replicarli o potenziarli: Deckard usa il visore della Voigt-Kampff per scoprire i replicanti e di un altro computer per carpire dei dettagli in una fotografia, recuperata nell'appartamento dei replicanti; Chew ha in testa una cuffia con diverse lenti; lo stesso Tyrrell indossa degli occhiali con spesse lenti bifocali (una vista biforcuta, palesemente artificiosa). Invece i replicanti osservano il mondo con il loro sguardo triste e puro, alla ricerca di una verità negata.
La cecità degli uomini viene confermata da come Roy Batty uccide Chew, J.F. Sebastian e lo stesso Tyrrell: schiacciando gli occhi con le dita. In particolare, l'incontro tra Tyrrell e Batty è l'espressione edipica di un confronto tra padre e figlio, tra creatore e creatura, tra demiurgo e opera metafisica, dove la punizione è la morte per chi è incapace di vedere, di ricordare, di provare emozioni. Tutto ciò riconfermato dall'ultima straziante e famosa sequenza, nel monologo finale di Roy Batty prima di morire ("Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare...") davanti a un Deckard stupito, dove la vita è data innanzi tutto da ciò che si è visto e si ricorda.
Se la visione del mondo crea i ricordi, le loro tracce possono essere trasformate in fotografie: per questo i replicanti sono attaccati alle loro foto, così come ai ricordi, perché esse sono simbolo del vissuto, della loro umanità. E di foto è pieno anche l'appartamento di Deckard; le foto le porge Rachel a Deckard come prova e materia iconica del proprio vissuto. Attraverso i ricordi, Deckard accompagna lo spettatore nella detection umanistica, nel ritrovamento e poi nello scontro con i vari replicanti. I ricordi dunque sono componenti della visione vissuta dagli uomini e dai replicanti. Non ha nessuna importanza che siano fittizi, costruiti, inventati o reali: prendono forma per chi li vive nel momento che si palesano allo sguardo, attraverso le immagini fotografiche, gli occhi degli uomini o le immagini in movimento del Cinema.

Replicanti e repliche

Il concetto di replicante viene introdotto per la prima volta in "Blade Runner": essi non sono semplici androidi, macchine pensanti, dei cloni, ma vere e proprie "repliche" dell'uomo, sintesi delle migliori virtù fisiche e psichiche. I replicanti sono un'evoluzione dell'individuo ormai malato e morente. Chew è vecchio e lento; J.F. Sebastian è un giovane affetto da progeria che lo fa invecchiare precocemente; Tyrrell è accecato dalla sua onnipotenza e superato dalle sue stesse creature; il poliziotto Gaff è uno storpio che si sorregge con un bastone; lo stesso Deckard è sconfitto e stanco della vita, un ex in tutto (poliziotto, killer, amante, uomo). Nella sequenza finale Batty, oltre a salvare la vita a Deckard (invece di ucciderlo), gli trasmette la volontà di vivere, così come Rachel riaccende l'emozione dell'innamoramento. Deckard diventa un replicante dei replicanti: lo rivitalizzano, donandogli sentimenti e prospettive che aveva perso e dimenticato. Ormai la fiamma dell'umanità brucia nelle sue repliche e non più nella forma originale.
Il tema della replica si può traslare all'oggetto filmico "Blade Runner" e le sue tre principali versioni. La prima di lavorazione, proiettata in test preview in alcune sale cinematografiche, non ha un riscontro di pubblico positivo. Al contrario delle notizie circolate, è lo stesso Scott a intervenire inserendo la voce over di Deckard, che accompagna la diegesi narrativa, e l'happy ending nella copia theatrical distribuita nel 1982. Il "Director's Cut", distribuito nel 1992, e spacciata come la "vera" versione del film, è invece causata da una erronea proiezione della versione di preview che questa volta però ha grande successo. Scott vede l'occasione di sfruttare economicamente il fatto e di inserire altre argomentazioni di discussione intorno a "Blade Runner". Riprende il girato originale e monta il film in modo leggermente diverso: elimina il finale (che è un "prestito" da alcune sequenze prese dallo "Shining" di Stanley Kubrick) e la voce over di Harrison Ford (che invece contribuisce alla magia narrativa e al sense of noir della pellicola); dilata alcune sequenze di azione e inserisce il famoso sogno dell'unicorno fatto da Deckard. L'intento di Scott è di rendere esplicita l'idea che Deckard sia egli stesso un replicante, confermato dall'unicorno di carta lasciato da Gaff davanti alla porta dell'appartamento del detective.

Comunque alla fine, "Blade Runner", sotto qualsiasi forma lo si veda, entra a buon diritto nella storia del Cinema per la capacità di rappresentare la potenza immaginifica della Settima Arte. Dove i sogni possono diventare realtà. Una realtà composta di immagini, ricordi, suoni - la memorabile colonna sonora di Vangelis - ed emozioni per ogni spettatore.