CAST & CREDITS

cast:
Chloe Moretz, Kodi Smit-McPhee, Richard Jenkins, Elias Koteas

regia:
Matt Reeves

distribuzione:
Filmauro

durata:
115'

produzione:
Overture Films; EFTI; Hammer Film Productions

sceneggiatura:
Matt Reeves

fotografia:
Greig Fraser

scenografie:
Ford Wheeler

montaggio:
Stan Salfas

costumi:
Melissa Bruning

musiche:
Michael Giacchino

Blood Story | Recensione | Ondacinema

Blood Story

di Matt Reeves

drammatico, horror, romantico, Usa/Gran Bretagna (2010)

di Giuseppe Gangi

Voto: 5.0

Si discute da sempre sulla presunta utilità dei remake, ed è un discorso destinato probabilmente a non chiudersi mai. Ci possono essere diversi fattori che portano al rifacimento di un film: perché vecchio, appartenente a un'epoca ormai lontana, perché fu un flop e si potrebbe rilanciare il franchising, perché è un film che ha fatto successo da un'altra parte del mondo e quindi "perché no?". Quest'ultima è la motivazione che ha spinto i produttori ad assecondare Matt Reeves (regista di "Cloverfield"), innamoratosi dell'originale svedese e deciso a volerlo riproporre per il pubblico americano. Il fulcro dell'operazione di Reeves sta proprio qui: la nazionalità. Ricordiamoci che il geniale Haneke si prese l'onere personalmente di rifare "Funny Games" e diresse "Funny Games U.S.", scrivendo praticamente un trattato teorico sulla potenza virulenta della sua opera, ponendosi quindi al polo opposto rispetto all'esperimento pop dello "Psycho" di Van Sant. "Let me in" si può tranquillamente definire: la versione americana di "Lasciami entrare". Infatti la pellicola statunitense si distingue in verità solo per un uso dell'effettistica più compiuto, una più invasiva colonna sonora (firmata Michael Giacchino), e una narrazione che si ricollega all'incipit tramite un lungo flashback, cosa che nelle intenzioni dovrebbe aumentare il tasso di thrilling. Stranamente il pubblico non ha risposto e "Blood Story" (traduzione 'italiana' di "Let me in") nonostante un'inaspettata lode critica è stato un flop al botteghino. Forse perché nonostante tutto i ritmi sono quelli lenti del film europeo, cosa rimasta indigesta ai più.

In breve: Owen, un dodicenne che abita presso un grande condominio a Los Alamos in New Mexico, si sente solo ed è tormentato dai bulli. Una sera mentre spia i vicini di casa col suo cannocchiale nota che sono in arrivo dei nuovi inquilini: un adulto e una bambina, che dovrebbe avere più o meno la sua età. Owen conosce Abby e ne intuisce le particolarità pur non capendo quale segreto nasconda. Abby, come lei stessa gli rivelerà, non è una bambina: è un vampiro.
Nel rimpasto della trama in salsa statunitense, viene annullato lo spazio al proletariato urbano, invero punto debole del film originale, ma Reeves, o chi per lui, dimentica in Svezia anche molto altro.

La vera marcia in più del film originale era quella di saper sfruttare l'elemento orrorifico per delineare un quadro cupo della fine dell'infanzia e saper osservare l'ambiguo gioco di forze che si viene a creare in un rapporto sentimentale complesso e necessario. Il remake rende superficiale e rompe quei ponti che facevano del film svedese, pur coi suoi difetti, un'opera originale e unica; ad esempio quando in "Låt den rätte komma in" Eli, dopo essere entrata a casa di Oskar senza invito e, quindi, dopo aver abbondantemente sanguinato, si va a cambiare, viene spiata dal ragazzo che, in controcampo, vede per un attimo il suo sesso chiuso: questa sequenza in "Blood Story" ha un'unica quasi impercettibile differenza, ovvero manca il raccordo sul sesso di Abby. Come fosse una sineddoche dell'intero impianto filmico, nella pellicola di Reeves salta la capacità di saper guardare veramente "l'altro", di scavare nell'animo dei protagonisti costruendo un doppio fondo metafisico: se il film di Alfredson nella sua ruvidezza europea rifletteva sull'immagine che si dà di se stessi al mondo, Reeves trasla solo la patina più superficiale lasciando in Svezia il contenuto. E se Oskar si riflette alla finestra, sperando di potersi un giorno vendicare dei suoi aguzzini e proprio per questo si accorgerà dell'arrivo di Eli, Owen è un più modesto guardone che, maschera in faccia, sogna di essere un piccolo Jason Voorhees.  

Un po' sprecati in ruoli marginali Richard Jenkins (il custode di Abby) e Elias Koteas (il detective che indaga sugli omicidi), mentre si conferma Kodi Smit-McPhee, già figlio di Viggo Mortensen in "The Road". La pulita Chloe Moretz non fa rimpiangere Lina Leandersson (sebbene siano indimenticabili i suoi occhi grandi e profondi) e siamo certi che farà strada. Se i distributori italiani ce lo concedono, la vedremo ad aprile 2011 nei panni della grintosa Hit-girl in "Kick-Ass". Di questo film, presentato in anteprima al Festival di Roma, non ne sentiamo invece l'impellente bisogno.