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4.5/10

Se ne parla da una de­cina d'anni almeno ed ecco che finalmente arriva nelle sale (in Italia con quasi un mese di ritardo rispetto all'uscita internazionale) "Bohemian Rhapsody", biopic su Freddie Mercury e i suoi leggendari Queen.

"L'unica cosa più straordinaria della loro musica è la sua storia" recita la tagline del film; anche la complicata produzione non ha scherzato, tra cambi di rotta, rimpasti di sceneggiatura e il clamoroso abbandono in corso d'opera di Sacha Baron Coen (il mattatore di "Borat" e "Brüno"), che avrebbe dovuto interpretare Mercury, nonché il licenziamento del regista Bryan Singer ("I soliti sospetti", la saga di "X-Men") a sole due settimane dalla chiusura del film, poi sostituito da Dexter Fletcher.

Diciamolo subito: si tratta di un film che pecca di sincerità, e non ci riferiamo solo al tasso di (poca) aderenza agli avvenimenti che riguardano la carriera dei Queen, nonostante la partecipazione in qualità di consulenti (o forse proprio per questo?) di Brian May e Roger Taylor, rispettivamente chitarrista e batterista della band (l'altro membro dei Queen, il bassista John Deacon, si è ritirato anni fa a vita privata).
La pellicola ha intenti più celebrativi che documentaristici, e nel ricostruire la scalata al successo del gruppo britannico si prende tutte le licenze artistiche che è lecito aspettarsi in oltre due ore di pura fiction. Per chi scrive, il problema più grosso è la volontà, nemmeno troppo latente, di costruire una tesi sulla parabola di Mercury, come se le sue scelte di vita nonché la sua triste fine - il cantante è deceduto nel 1991 a 45 anni per AIDS - siano il risultato di una volontà decifrabile a posteriori.

"Bohemian Rhapsody" si apre con i preparativi della partecipazione dei Queen al Live Aid di Londra, il concerto umanitario organizzato da Bob Geldof nell'estate del 1985: vedremo il cantante, interpretato da Rami Malek (era nel cast del remake di "Papillon") salire sul palco accompagnato dal boato dello stadio di Wembley; poi, il prevedibile stacco a ritroso negli anni Settanta.
Freddie non è ancora Mercury, ma Farrokh Bulsara, figlio di immigrati parsi, che si barcamena tra il lavoro all'aeroporto di Heathrow, le incomprensioni di una famiglia conservatrice e l'amore sfrenato per la musica. Dopo un concerto, riesce a prendere il posto del cantante di una promettente rock band et voilà: i Queen sono pronti a lanciare la loro sfida al mercato discografico, tra successi, tour in giro per il globo e l'apoteosi dell'album "A Night At The Opera" con l'epocale rapsodia gitana, uno dei brani più famosi della storia della musica. Inoltre, Freddie si innamora di Mary Austin (Lucy Boynton, "Sing Street"), che lo sostiene nella sua carriera ed è pronta a sposarlo, a coronamento della loro convivenza.

Nonostante si registri una piattezza piuttosto diffusa della regia di Singer nonché la totale assenza di scene memorabili, il film viaggia sui binari dell'intrattenimento per tutta la prima parte, grazie alla verve dell'attore protagonista malgrado la sua protesi dentaria, questa sì larger-than-life, farebbe arrossire persino un Dracula d'annata (l'intento era quello di assomigliare di più al cantante, tuttavia l'effetto parodia è sconvolgente); comunque, l'utilizzo della vera voce di Mercury e dell'impareggiabile accompagnamento musicale dei Queen, riescono a evitarci la noia.

Le crepe cominciano ad affacciarsi pericolosamente quando si affronta la vita privata del cantante dopo la scoperta della sua omosessualità (o bisessualità, lui stesso sembra esserne confuso). A questo avvenimento è legata la "discesa all'inferno" del personaggio Mercury, che oltre a rinunciare al matrimonio con la love of his life Austin, si lega al produttore "cattivo" Paul Prenter, anch'egli gay, e a frequentazioni poco ortodosse. Il cantante metterà così a rischio l'esistenza stessa dei Queen con azzardati progetti solisti e il trasferimento a Monaco di Baviera per dedicarsi, più che alla musica, a festini sopra le righe e club per soli uomini.

Tuttavia, non vedremo alcunché di peccaminoso, perché i leggendari party di Mercury si risolvono in carnevalesche festicciole per rockstar un po' alticce: Singer inquadra quasi per sbaglio della cocaina abbandonata sopra il pianoforte e la scena più spinta è la mano morta portata da Freddie a un cameriere; logica conseguenza di una pellicola pensata per un pubblico di famiglie e ragazzini, al fine di ottimizzarne gli incassi. Allo stesso modo, non ci si interrogherà nemmeno sulla crisi esistenziale di un ragazzo che scopre le sue tendenze gay a un passo dal matrimonio con la donna che ama; a meno che non si vogliano prendere per "tormenti" le occhiate lascive scambiate con altri uomini e il momento d'esitazione al seguito di un camionista, incontrato durante il tour americano in una stazione di servizio, davanti alla porta del bagno con la scritta MEN.
Invece, il film sceglie di affrontare la questione alla pari di un pistolotto puritano, lasciando intendere che le tendenze sessuali di Mercury abbiano seriamente messo a rischio la sua carriera, oltre ad aver rovinato pressoché tutti gli aspetti della sua vita; così, la paventata dissoluzione della band, causata dal cantante e poi salvata in extremis dalla volontà di "tornare a fare musica" solo dopo aver scoperto di aver contratto il virus HIV, appare un falso storico a uso e consumo di questa teoria che lascia terribilmente perplessi. Comunque, nel finale, il film si legherà all'apertura con la straordinaria esecuzione dei Queen al Live Aid, ricreata quasi integralmente; qui era difficile sbagliare, visto che si tratta di una delle esibizioni dal vivo più famose della storia del rock.

Per il resto, siamo in presenza di una volontà mistificatoria, una semplificazione tra ciò che sembra buono e giusto e quello che appare del tutto cattivo e sbagliato. Insomma, una riduzione manichea, fortemente moralista, che non sembra giustificabile di fronte all'uomo Mercury e al mondo a cui apparteneva, che "Bohemian Rhapsody" cerca in ogni modo di screditare. Per cui, la vita e la carriera di Mercury vengono trasfigurate dentro una sorta di "delitto e castigo" che stona terribilmente; e mancare le note giuste, proprio in un biopic su Freddie Mercury, questo sì che pare un peccato quasi mortale.



Cast e credits

cast:
Rami Malek, Lucy Boynton, Tom Hollander, Gwilym Lee


regia:
Bryan Singer


distribuzione:
20th Century Fox


durata:
134'


produzione:
Graham King, Jim Beach


sceneggiatura:
Anthony McCarten


fotografia:
Newton Thomas Sigel


scenografie:
Aaron Haye


montaggio:
John Ottman


costumi:
Julian Day


musiche:
Queen


Trama
Freddie Mercury e i Queen, il biopic che scandaglia la carriera del gruppo dagli esordi fino alla devastante apparizione al Live Aid.
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Sito ufficiale