Boys State | Film | Recensione | Ondacinema

Ondacinema

recensione di Vincenzo Chieppa
7.5/10

boys state

Se si parla degli Stati Uniti come della più importante democrazia al mondo un motivo ci sarà, nonostante gli ultimi mesi (e soprattutto gli ultimi giorni) abbiano portato a mettere in dubbio quello che era considerato un assioma della storia politica dell’era moderna. E un film come "Boys State" può ricordarcelo, nei drammatici giorni dell’assalto al Congresso, in momenti in cui questa convinzione sembra vacillare, attentata dal terrorismo istituzionale con cui certe figure controverse hanno saputo intaccare le fondamenta più solide mai costruite dallo stato di diritto.

Il documentario di Jesse Moss e Amanda McBaine, Gran premio della giuria al Sundance 2020, racconta dell’omonimo "programma educativo" organizzato dalla American Legion, sin dal 1935, in quasi tutti gli Stati federali, per ragazzi delle High School di età tra i 16 e i 17 anni. Un programma che anni addietro ha visto partecipare anche futuri presidenti o vicepresidenti, come Bill Clinton e Dick Cheney, e che oggi sembra rappresentare un trampolino di lancio per la classe dirigente del domani, un laboratorio di leadership e di americanism.

In particolare, i due registi decidono di seguire e documentare il Boys State 2018 del Texas, con una scelta precisa nei riguardi di uno Stato notoriamente famoso per i suoi ideali conservatori e per essere uno dei luoghi in cui la popolazione è maggiormente schierata a favore delle armi e contro l’aborto e l’immigrazione dal Messico. Caratteri che, di conseguenza, si rispecchiano sui giovani del posto, sulle nuove leve nettamente sbilanciate a destra nelle questioni più sensibili all’elettorato repubblicano, gun control in primis.

Di fatto il Boys State è un enorme e complesso gioco di ruolo cui partecipano un migliaio di ragazzi, che si dividono in due schieramenti (federalisti e nazionalisti, che nulla hanno a che vedere con i due tradizionali partiti americani, democratico e repubblicano) e iniziano poi a eleggere una serie di cariche fittizie in un processo che culmina con la campagna elettorale e la successiva elezione del Governatore, il ruolo più importante all’interno del sistema. I giovani cominciano prendendo tutto alla leggera, un po’ per gioco, e la maggioranza di essi non ha la benché minima intenzione di considerarlo più di uno svago estivo. Ma nel mucchio si annidano un nugolo di entusiasti che ben presto prende le redini del comando, coordinando le attività, candidandosi ai ruoli più importanti e guidando di fatto l’intero processo elettorale. E quella minoranza di entusiasti è a sua volta divisa in diverse sfaccettature: ci sono i Mozart della politica, quelli che a sedici anni dimostrano una sensibilità istituzionale assolutamente non comune e/o una capacità machiavellica di leggere situazioni complesse come quelle di una campagna elettorale; e ci sono quelli che invece hanno soltanto il carisma da quarterback, che li porta ad emergere grazie alle proprie doti di socializzazione.

L’anno prima, nel 2017, i ragazzi del Boys State Texas – ed è la ragione per cui si è scelto di filmare proprio lì – avevano addirittura votato la secessione (fittizia, of course) del Lone Star State dalla federazione. È bastato il figlio di un’immigrata messicana, con poche ma accalorate parole pronunciate durante un toccante discorso, per mettere a tacere coloro che stavano provando a riproporre quelle medesime istanze anche per il nuovo anno. A dimostrazione di quanto argomenti concreti e una leadership ispirata possano tener testa alle disordinate e poco convinte claque di disfattisti, qualunquisti e populisti che trovano forza d’animo esclusivamente nella mancanza di qualcuno che li metta a sedere una volta per tutte. Certo: c’è il rischio che le medesime abilità retoriche vengano in soccorso di chi invece, in maniera diametralmente opposta, è pronto a diventare il megafono politico di quelle persone. E le vicende di questi anni ci hanno insegnato che in realtà basta molto di meno (l’eloquio disordinato di Trump, che raramente riesce a mettere in fila tre frasi di senso compiuto), essendo sufficienti, per le menti più inclini a farsi guidare acriticamente, una manciata di slogan e di progetti populisti. E di contro, proprio il passato recente ci aveva insegnato quanto le abilità dialettiche (quelle di Obama) siano fondamentali per portare il paese ad abbracciare un sogno e un ideale condiviso.

"Boys State" dispensa in un crescendo rossiniano pillole di sociologia e di educazione civica e politica e lo fa limitandosi a seguire senza alcuna interferenza le attività della sessione texana del 2018, che porterà il figlio di un’immigrata messicana a contendere al figlio di immigrati italiani la carica più importante, quella di governatore, dopo una campagna elettorale iniziata all’insegna del fair play e terminata tra i veleni, in uno scontro che sa di revival istituzionalizzato delle atmosfere de "Il signore delle mosche". L’unica virata da un approccio pressoché totalmente da cinéma vérité è rappresentata dalle interviste concesse dai principali protagonisti della sessione, poi montate in maniera sapiente per far emergere un messaggio di fondo che sembra voler esaltare la sconfitta più che la vittoria, il tentativo spassionato di chi ha lottato (forse) con onestà intellettuale e (sicuramente) con umiltà, sulla vittoria guadagnata da chi ha impostato la propria campagna elettorale sullo screditamento dell’avversario. Ed è palese, infatti, come il film e i suoi autori abbiano chiaramente tifato per quel ragazzino creolo, organizzatore di manifestazioni contro la diffusione incontrastata delle armi, che per poco non riusciva a farsi eleggere da uno stuolo di fanatici del secondo emendamento, dando prova di un’altra delle abilità che quest’opera vuole esaltare, quella della realpolitik in contesti ostili. Che se vogliamo, piaccia o meno, è anche un po’ l’arte di scendere a compromessi con i propri ideali, evitando di trincerarsi dietro principi che porterebbero soltanto all’isolamento – e sicuramente a nulla di costruttivo.

Da un punto di vista stilistico-formale, il rimbalzo continuo tra le due fazioni è rimarcato, in sede di montaggio e post-produzione, da scritte in sovrimpressione che potrebbero essere anche (e in parte vengono col passare dei minuti) accantonate, tanta è la forza con cui il film riesce a calare lo spettatore all’interno dei suoi meccanismi e di un contesto che ci sembra quasi di vivere in prima persona. Un montaggio che si intuisce essere stato complesso, ma che ha saputo rendere alla perfezione la frenesia e il clima di quei giorni, con ben poco spazio lasciato agli orpelli e alla retorica delle immagini (una panoramica circolare in contre-plongée sulla cupola del Campidoglio di Austin; una variazione di messa a fuoco che rappresenta – diegeticamente – l’agitazione, ma anche la concentrazione del candidato di fronte a un pubblico prima del discorso decisivo).

Ad emergere, in "Boys State", sono sicuramente i contenuti: la potenza del dibattito democratico, la viltà dei riottosi (che corrono a chieder manforte all'anonimato dei social media, dimostrando, ancora una volta, quanto quegli strumenti possano fungere da nefaste casse di risonanza per animi frustrati dal confronto diretto). Ma ad emergere è anche - e soprattutto - la stessa complessità del processo democratico, forse anche la sua bellezza. Nonché il fatto che non vi sono mai veri vincitori e veri sconfitti, come dimostra il più classico dei finali rivelatori dei destini dei protagonisti. Un finale in cui il governatore eletto viene totalmente ignorato mentre vengono mostrati gli achievement di coloro che, battuti al Boys State texano, hanno poi conseguito importanti risultati nella vita politica, quella vera.


10/01/2021

Cast e credits

cast:
Ben Feinstein, Steven Garza, Robert MacDougall


regia:
Amanda McBaine, Jesse Moss


distribuzione:
Apple, A24


durata:
109'


produzione:
Concordia Studio


fotografia:
Thorsten Thielow


montaggio:
Jeff Seymann Gilbert, Michael T. Vollmann


musiche:
T. Griffin


Trama
Ogni anno un migliaio di ragazzi si riunisce per una sorta di complesso gioco di ruolo il cui scopo è quello di eleggere una serie di cariche fittizie all’interno dell’altrettanto fittizio Boys State, lo Stato di cui quei ragazzi provano a ricostruire le istituzioni seguendo un processo democratico…
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