CAST & CREDITS

cast:
Dakota Fanning, Guy Pearce, Carice van Houten, Emilia Jones, Kit Harington

regia:
Martin Koolhoven

durata:
148'

produzione:
N279 Entertainment, Backup Media, X-Filme, Prime Time, Filmwave

sceneggiatura:
Martin Koolhoven

fotografia:
Rogier Stoffers

scenografie:
Floris Vos

montaggio:
Job ter Burg

costumi:
Ellen Lens

musiche:
Junkie XL

Brimstone | Recensione | Ondacinema

Brimstone

di Martin Koolhoven

western, thriller, Olanda/Francia/Germania/Belgio/Svezia/Regno Unito (2016)

di Giuseppe Gangi

Voto: 6.0

 

Il titolo che compare nei titoli di testa è "Martin Koolhoven's Brimstone", quasi a rimarcare l'autorialità del regista olandese, invero, non molto conosciuto al di fuori dei confini nazionali. Ci si aspetterebbe una rivisitazione autoriale del genere, per altro pubblicizzato alla Mostra del Cinema di Venezia come "il primo western olandese", mentre è stato recitato in inglese e con un cast hollywoodiano (eccezion fatta per Carice Van Houten, attrice feticcio di Koolhoven, ma nota anche per la sua presenza nel "Trono di spade" insieme al collega set Kit Harington). Fin qui niente di male, il cinema recente ci ha abituato a ibridazioni di questo tipo e non a caso due dei western più interessanti e originali degli ultimi dieci anni siano stati firmati da due registi aussie, il John Hillcoat de "La proposta" e l'Andrew Dominik de "L'assassinio di Jesse James".

Quello che firma Koolhoven con "Brimstone" è, però, un vero e proprio pasticcio d'autore che mescola brillanti intuizioni a sequenza che rasentano il trash, in una narrazione che combina western, fiaba gotica ed exploitation. Suddiviso in quattro capitoli, i cui titoli sono prelevati dalla terminologia biblica ("Apocalisse", "Genesi", "Esodo", "Castigo"), il racconto va a ritroso nel tempo per poi ricongiungersi al capitolo iniziale per dare una conclusione alla vicenda: Liz, protagonista interpretata da Dakota Fanning, è una giovane levatrice muta che vediamo di notte, di cappuccettorosso-vestita  andare a casa di una partoriente, per poi ritirarsi nella sua dimora dove convive col marito, il figlio di primo letto di lui, e l'inseparabile figlioletta avuta insieme. La domenica in chiesa si presenta un nuovo reverendo che avverte di diffidare dai falsi profeti e dai lupi travestiti d'agnello che lui ben conosce: questo singolare personaggio fa bella mostra di una cicatrice sull'occhio e di un'altra sulla gola e terrorizza, apparentemente col suo aspetto, Liz; la quale, poco dopo, dovendo prestare soccorso a un'altra donna - nella chiesa stessa - sceglierà di salvare la partoriente e non il neonato, attirandosi gli strali del padre mancato. È l'inizio dell'apocalisse che si scatenerà di lì a breve, mossa proprio dal reverendo che, come previsto dalla donna, getterà la maschera rivelandosi un autentico assassino psicopatico. Per comprendere il perché di quelle cicatrici si dovrà attendere la fine della "Genesi", mentre la reale portata del legame che intercorre tra Liz e il reverendo sarà al centro di "Esodo". 

Molte sequenze iniziano in campo lungo (se non lunghissimo), perfettamente inserite nel canone dell'immaginario western, ma quello che marca la regia di Koolhoven è la ripresa a volo d'uccello che rileva uno sguardo dall'alto: lo sguardo, in "Brimstone", è ironicamente quello dell'Altissimo, il vero persecutore sotto la forma del Reverendo, il quale, novello Max Cady, in una delle sequenze più spiazzanti esclama "Io sono simile a Dio e Dio è simile a me" (si veda "Cape Fear" di Martin Scorsese). È lui, forse, il riflesso di Dio e del suo castigo? Significherebbe, vista la parabola narrativa intrecciata dal film, che Dio è misogino: infatti, nemmeno Lars Von Trier ha sottoposto un suo personaggio a ciò che patiscono le donne lungo le due ore e mezza di "Brimstone". Frustate, seviziate, mutilate, violentate, condannate a morte, uccise, quasi l'intero ventaglio delle possibilità viene messo in scena con un certo gusto sadico e grandguignol dal regista olandese, il quale, se da una parte non esagera in virtuosismi stilistici, dall'altra non risparmia truculenze: da riportare almeno la scena in cui il marito di Liz, accoltellato, viene ritrovato ancora vivo con attorno al collo il proprio intestino annodato a mo' di cappio.  

Liz diviene quindi l'eroina, la guerriera che resiste alla violenza, che scappa, che reagisce attraversando le varie tappe del western ma riviste al femminile. Le fonti maggiori di ispirazione per Koolhoven sono tre: "La morte corre sul fiume" per l'impalcatura da fiaba gotica e per il personaggio del Reverendo platealmente ispirato a un Robert Mitchum inarrivabile, nonostante Guy Pearce dia fondo a tutto l'istrionismo del suo repertorio; il serial "Deadwood" di David Milch su cui esemplato il secondo capitolo, con la descrizione del funzionamento violento della Frontiera, vista da un saloon e lavorando come prostituta; infine, Quentin Tarantino nella declinazione politica di "Django Unchained". L'accusa e la satira all'ottuso schiavismo diventa qui una requisitoria pasticciata tra fanatismo religioso e il maschilismo che poteva imperversare all'epoca dei fatti narrati, ma Koolhoven difetta di ironia e di senso dell'umorismo, aspetti praticamente assenti. Anzi, la dimensione religiosa è realmente il punto debole di "Brimstone", laddove è, al contrario, riuscito la lotta fisica e allegorica tra Liz e il mostruoso Reverendo che assume via via i connotati dell'inarrestabile babau del cinema horror. Il regista indugia sui simboli della verginità ferita, sulla sua innocenza sottratta quand'era una ragazzina, e il corpo della donna è il vero campo di battaglia del film, il motore dell'azione narrativa e il mezzo di risoluzione, in quello che diviene uno scontro per la liberazione dal giogo perverso della schiavitù del sessismo. 

Se c'è un motivo per salvare questo lavoro dalle fiamme dell'inferno a cui gran parte della critica della Mostra l'ha condannato, è forse lo sprezzo del pericolo che l'autore mostra nella creazione di una miscela tanto disomogenea e inusuale, in cui gli elementi di exploitation femminista, tutt'altro che scontati, incendiano il lavoro, rendendolo, almeno in parte, apprezzabile.