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6.5/10

Michael Peterson, in arte Charles Bronson, si presenta agli spettatori come un clown immerso nelle ombre e penombre di un umile teatro. Un affabulatore di storie paradossali e autentiche, una maschera tragicomica inafferrabile soprattutto quando narra di una realtà stupefacente perché vera. Un maestro di cerimonie che apre e chiude le danze con una ironia gelida, con delle armi che sfuggono agli obiettivi del popolo.
Il vero palcoscenico della sua vita resta la prigione, che rilegge secondo una personale ottica che impedisce alle ragnatele carcerarie di impolverirlo. La prigione diventa un luogo dove l’io assume fattezze attoriali, indossando varie maschere in uno degli spettacoli più atroci della vita. Un giro in una cella è un’audizione, il passare da cella in cella è un continuo cambio di set, dove la pelle muta di volta in volta, lo scontro fisico e la provocazione sono acqua per la sua vita carceraria, la violenza un’esigenza irrinunciabile.

La violenza è una malattia alla quale Bronson non riesce a sfuggire. In almeno due occasioni cerca di farsi o rifarsi una vita: l’inizio, con una famigliola che sparisce nel nulla e nel mezzo, con una storia d’amore impossibile e forse improbabile per uno come lui, a quel punto già marchiato a fuoco da storie di violenza e prigioni.
La violenza è anche rappresentata in varie modalità: addirittura come uno stilizzato balletto meccanico di elettro-pop (ma in colonna sonora ci sono anche Verdi e Wagner, con pagine liriche) quando il protagonista per tirare avanti e racimolare qualche soldo sgancia botte, anche a più individui contemporaneamente.
E, infine, lo spirito guerrigliero di Peterson si sposa con l’idea stessa di concepire arte: i tableaux vivants del prefinale rappresentano bene lo spirito antinaturalistico dell’impianto. Refn, difatti, scompone sia l’idea del biopic classico che del film su commissione, quale “Bronson” inizialmente pure è. L’idea del cineasta danese è quindi quella di donare alla sua opera un’anima che possa avvicinarsi il più possibile a quella del “più celebre detenuto inglese della storia”, condannato prima a 7 anni per rapina, poi diventati 34 anni (di cui 30 in isolamento). Oggi Peterson è all’ergastolo causa sfrenata sregolatezza dietro le sbarre.

Per raccontarci questo folle uomo, Refn rinuncia sia alla strada psicanalitica sia a quella sociale, così come sfugge alle facili scorciatoie del classico cinema carcerario, ma stilizza fortemente l’impianto rendendo inqualificabile, quasi una schegga impazzita, probabilmente fin troppo studiato nel far sposare alle immagini la concezione programmatica della somma delle parti.
Aiutato da un istrionico e incisivo Tom Hardy, trasformato e trasformista.



Cast e credits

cast:
Tom Hardy, Katy Barker, Edward Bennett-Coles, Amanda Burton, William Darke, Kelly Adams


regia:
Nicolas Winding Refn


distribuzione:
One Movie


durata:
92'


produzione:
Vertigo Films, 4DH Films, Str8jacket Creations


sceneggiatura:
Nicolas Winding Refn, Brock Norman Brock


fotografia:
Larry Smith


scenografie:
Adrian Smith


montaggio:
Matthew Newman


costumi:
Sian Jenkins


musiche:
Lol Hammond


Trama
Rinominato Charles Bronson, come l’attore americano di “Il giustiziere della notte”, per la sua attitudine alla violenza, il cittadino britannico Michael Peterson, ha trascorso quasi interamente gli ultimi 37 anni in prigione, causa sfrenata sregolatezza dietro le sbarre. Resta il più celebre detenuto inglese della storia.
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