CAST & CREDITS

cast:
Rocco Papaleo, Sergio Castellitto, Valeria Bruni Tedeschi, Teco Celio, Sonia Gessner

regia:
Daniele Ciprì

durata:
90'

produzione:
Alessandra Acciai, Villi Hermann, Giorgio Magliulo e Michela Pini

sceneggiatura:
Daniele Ciprì, Massimo Gaudioso, Alessandra Acciai e Miriam Rizzo

fotografia:
Daniele Ciprì

scenografie:
Marco Dentici e Laura Casalini

costumi:
Grazia Colombini

musiche:
Pino Donaggio, Zeno Gabaglio

La buca | Recensione | Ondacinema

La buca

di Daniele Ciprì

grottesco, Italia (2014)

di Giancarlo Usai

Voto: 5.0

Chi ha seguito la strada complicata e spesso dissestata della coppia Ciprì e Maresco fin dai tempi di Cinico Tv, si stupirà non poco nel vedere il trailer del secondo lungometraggio in solitudine diretto da Daniele. Nel promo de "La buca" il film viene lanciato come "il grande ritorno di Rocco Papaleo dopo ‘Un boss in salotto'". Già da questo annuncio è chiaro quale fosse l'intento fondante dell'operazione intera già al momento di concepire la pellicola.

Una commedia nazional-popolare, insomma, forse ripulita da eccessi di banalità e toni grevi grazie proprio al regista, quel Daniele Ciprì alla sua seconda scorribanda in solitario dietro la macchina da presa. Oltre a questo valgono le note di regia, in cui l'autore di "E' stato il figlio" parla di un omaggio un po' alla commedia all'italiana degli anni 60 e un po' al filone dorato della Hollywood che fu, Blake Edwards in testa. A questo tipo di modelli, forse, Ciprì si ispira soprattutto nella fotografia, di cui è come al solito il direttore, carica di cromatismi che strizzano l'occhio a un'epoca passata, come anche la scelta delle scenografie di interni o dei costumi vagamente vintage indossati dai protagonisti.

Dentro tutto questo, oltre queste premesse e questa cornice gradevole e curata come raramente accade nella commedia contemporanea italiana, c'è una storia vacua, timida, soltanto accennata e annegata negli sketch e negli eccessi attoriali. Ciprì, che forse continua a inseguire una sua cifra stilistica innovativa, tentando di rifarsi una verginità e allontanarsi dal grottesco pesante e disturbante di titoli come "Totò che visse due volte" o "Lo zio di Brooklyn", non riesce ancora una volta a far quadrare la sua storia brillante e abbandona i suoi interpreti a recitare con fare gigionesco in un esercizio ripetitivo di situazioni comiche non propriamente riuscite.

La storia è quella di un avvocato vulcanico, arrabbiato con il mondo, che insegue perennemente la causa giusta, da vincere chiaramente con modi truffaldini. L'occasione di una vita gliela dà un ex galeotto, condannato ingiustamente per una rapina e che, uscito di galera, viene convinto dal legale a far causa allo Stato per chiedere un maxirisarcimento. Da qui parte una ridda di eventi assurdi che culmineranno in un processo quantomeno temerario. Inutile dire che i due protagonisti, Sergio Castellitto e Rocco Papaleo, ce la mettono tutta con grande professionalità per dare una portata non solo bidimensionale ai loro caratteri. Ma purtroppo non basta.

Lontano dagli intenti di una vera satira sociale, il film di Ciprì non riesce proprio a farsi storia appassionante. I suoi personaggi sono facce di cartapesta su un set fin troppo posticcio; la sua ricerca della perfezione formale e del colpo da maestro di stile risultano inutili orpelli calati dall'alto nella solita operazione commerciale che abbiamo imparato a conoscere e a mal sopportare negli ultimi anni. Ancora una volta, dunque, i tic dell'italiano medio, stavolta messi in scena senza un'unità specifica di tempo e di luogo dato che la vicenda non ha precisi riferimenti temporali o geografici, non sono l'occasione per esaltare il registro brillante della commedia in modo da mettere alla berlina determinati malcostumi o vizi diffusi; bensì, diventano semplicemente l'occasione, l'assist, per tentare di strappare qualche risata a cuor leggero e senza troppo impegno.

Mentre il suo ex sodale Franco Maresco ci lascia a bocca aperta per la sua indomita passione cinematografica, riconfermata con il suo straordinario "Belluscone", Ciprì continua a inseguire un successo di pubblico che, probabilmente, proprio non gli si addice. Non sappiamo se abbia vissuto gli anni della clandestinità con sofferenza e frustrazione, ma questa sua nuova veste da regista di evanescenti pellicole pop non ci piace per niente.