Ondacinema

recensione di Alessio Cossu
8.0/10

Nel 1930, dopo l’uscita di "L’età dell’oro", Luis Buñuel attraversa un periodo difficile giacchè, sull’orlo della scomunica e in rotta di collisione con le autorità statali, subisce l’ostracismo dei produttori che rischia di porre fine alla sua attività di cineasta. Guardato con sospetto in patria non meno che all’estero, viene avvicinato da Maurice Legendre il quale gli propone, quale soggetto di un film, uno scritto di taglio antropologico che fa luce sulle miserrime condizioni di vita degli abitanti dell’impervia e montagnosa regione di Las Hurdes, sita nella Spagna occidentale. Il cineasta, con mezzi di fortuna, riuscirà a ricavarne prima una sceneggiatura e poi un documentario di circa 30’ che segnerà come uno spartiacque nella propria carriera. È sulla genesi e sulle peripezie realizzative di tale pellicola che Salvador Simò incentra a sua volta un anime ricco di spunti di flessione e che ha il merito di gettar luce su un periodo non particolarmente noto della produzione buñueliana.

Per Salvador Simò, cresciuto in una famiglia in cui Luis Buñuel è sempre stato considerato un’icona assoluta, curare una trasposizione animata del cineasta aragonese è stata una scelta rischiosa ma anche obbligata: avere il privilegio di trattare di una stella di prima grandezza del cinema con quel medium poteva essere un’arma a doppio taglio. Eppure Simò sceglie bene perché l’anime si presta ottimamente a rappresentare il magmatico e debordante inconscio buñueliano, sempre impregnato di onirismo, facilmente portato a fantasticare, o prigioniero dei fantasmi del passato alimentati dal difficile rapporto con la figura paterna. Tutti aspetti che emergono tanto con efficacia quanto con naturale continuità narrativa. Talvolta si tratta di ricordi d’infanzia, talaltra di veri e propri incubi ad occhi aperti determinati anche dal disagio economico.

Va inoltre sottolineata la qualità delle animazioni di Simò, reduce da diversi lavori in cui aveva messo le proprie competenze in fatto di computer grafica al servizio degli effetti speciali ("Le cronache di Narnia: Il principe Caspian", 2010). Egli opta ora per il disegno in fase, ossia più vicino all’animazione tradizionale, non in 12 ma in 8 fotogrammi al secondo, ottenendo così un risultato più artistico, più poetico, decisamente duttile dal punto di vista espressivo. Ad esempio, mentre nella prima parte dell’anime, dedicata al successo di Buñuel, c’è una maggiore varietà di colori e un più accentuato movimento, nella seconda assistiamo a una netta inversione di tendenza e anche il tratto del disegno, di per sé povero di particolari, rende in modo quanto mai funzionale la durezza delle condizioni di vita degli abitanti di Las Hurdes.

I primi fotogrammi dell’anime ritraggono il regista di Calanda in un tipico caffè parigino, attorniato da altri artisti che discutono su quale sia lo scopo che l’arte, nella fattispecie il surrealismo, si debba prefiggere: colpire lo spettatore come un pugno per modificare radicalmente il suo modo di pensare, o lasciare che la metamorfosi avvenga a un livello più profondo sollecitando l’inconscio? O più semplicemente esprimere se stessi? L’incipit del film ci proietta dunque immediatamente in quella particolare temperie culturale della Parigi tra le due guerre, culla delle svariate avanguardie artistiche fiorite in quegli anni.

Buñuel ottiene rocambolescamente i fondi per la sceneggiatura grazie a una vincita alla lotteria dell’amico Ramon Acin che parte con lui alla volta di Las Hurdes per pianificare le riprese in attesa che sopraggiunga dalla Francia la restante parte della troupe: il direttore della fotografia e operatore, e un aiuto regista. Ai disegni delle operazioni di ripresa si alternano le immagini tratte dal documentario di cui si è detto. Il regista appare deciso a dare corpo a un’idea ben precisa di cinema documentario: riprendere anche gli aspetti più crudi, visivamente più ruvidi e insopportabili della popolazione dei villaggi di Las Hurdes, proprio perchè non lascino indifferenti i futuri spettatori e suscitino in loro uno scatto morale dal quale si possa sperare in un cambiamento dello status quo. Il titolo stesso dell’anime deriva dall’estrema povertà delle abitazioni, che inquadrate da lontano hanno un aspetto simile al carapace, che a sua volta rimanda all’esistenza vuota, buia, anonima, priva della consapevolezza stessa che si possa aspirare a una condizione migliore.

Tuttavia, più che la cultura materiale, sono i volti, le espressioni, l’aspetto fisico degli abitanti di questa regione, che pare abbandonata da tutto e da tutti, a rappresentare tacitamente cosa significhi vivere in condizioni subumane. Molti di loro sono affetti dalla malaria per la vicinanza di aree malsane, da nanismo e cretinismo per la persistenza dell’endogamia e di carenze alimentari. Nei dintorni del villaggio non vi sono aree coltivabili e quelle poche che si possono ottenere una volta spietrate sono lungo un corso d’acqua sempre pronto ad inghiottirsele. L’apicultura è una delle poche attività economiche, ma essa costringe i possessori delle arnie a estenuanti trasferimenti delle arnie lungo paurosi calanchi, spesso a rischio della vita. Simò ci mostra anche la difficile realtà dell’infanzia: nella scuola elementare i bambini, scalzi e conciosi, affollano i banchi di un’aula e quando Buñuel si fa avanti per prendere in braccio uno di loro, gli altri lo attorniano aspettandosi altrettanto. Le carenze affettive insomma non sono da meno di quelle alimentari. Emergono poi le peripezie realizzative del documentario: la mancanza di strade adeguate che costringe la troupe a pernottare nell’unica struttura che possa accoglierli, un ex convento di frati carmelitani, donde dovranno quotidianamente spostarsi a notte fonda per realizzare le riprese.

"Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe" mostra da dietro le quinte come il cineasta aragonese non fosse affatto fuoriuscito dal solco del surrealismo, ma lo avesse semplicemente piegato a uno scopo più umano, più sociale, di più marcata denuncia. Così, per mostrare una delle truci e ataviche tradizioni di quella popolazione, come il rito della decollazione del gallo imposta ai novelli sposi, incarica un tizio di eseguirla davanti alla cinepresa. Anche la morte volutamente procurata a un asino che trasportava le arnie tendeva allo stesso scopo. Per Buñuel, ci spiega Salvador Simò, Surrealismo è anche questo: forzare la realtà anche a costo della violenza per mostrare cosa vi sia dietro.  


19/09/2020

Cast e credits

cast:
Luis Enrique de Tomás (voce), Fernando Ramos (voce), Jorge Usón (voce)


regia:
Salvador Simó


titolo originale:
Bunuel en el laberinto de las tortugas


durata:
80'


produzione:
Alex Cervantes, Manuel Cristóbal, Bruno Felix, Jose Maria Fernandez De Vega


sceneggiatura:
Eligio Monter, Salvador Simo, Fermín Solís


scenografie:
José Luis Ágreda


montaggio:
José Manuel Jiménez


musiche:
Arturo Cardelùs


Trama
Luis Buñuel, colpito dall’ostracismo dei produttori dopo aver girato il controverso “L’age d’or”, è costretto ad adattarsi ad un periodo di vacche magre. Ė proprio allora che si interessa alle vicende di uno sperduto villaggio spagnolo, Las Hurdes, tanto da girarne un documentario che sia nel contempo una testimonianza dell’estrema povertà e arretratezza della Spagna e un pugno nello stomaco al perbenismo dei primi anni ’30: il lavoro si intitolerà emblematicamente “Terra senza pane”. Il film animato è un perfetto esempio di metacinema che svela i retroscena di quest’opera dell’artista aragonese.    
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