CAST & CREDITS

cast:
Gianni Di Gregorio, Marco Marzocca, Camilla Filippi, Gianfelice Imparato, Valentina Lodovini

regia:
Gianni Di Gregorio

distribuzione:
Bim Distribuzione

durata:
87'

produzione:
BìBì Film, Rai Cinema

sceneggiatura:
Gianni Di Gregorio

fotografia:
Gian Enrico Bianchi

montaggio:
Marco Spoletini

musiche:
Enrico Melozzi

Buoni a nulla | Recensione | Ondacinema

Buoni a nulla

di Gianni Di Gregorio

commedia, Italia (2014)

di Matteo Pernini

Voto: 6.5

Ancora una volta siamo a Roma e, ancora una volta, il protagonista è lui, Gianni Di Gregorio, bonario impiegato pubblico, prossimo alla pensione, che vede allontanarsi il miraggio di un (meritato?) riposo quando scopre di dover trascorrere altri tre anni in azienda per via della riforma del lavoro. Le circostanze da affrontare sono difficili e la famiglia non gli è di grande aiuto, tra una ex moglie tiranna che non esita a imporgli le proprie soluzioni e una figlia, certo affettuosa, ma che mira soprattutto al suo appartamento.

Tutto come al solito, dunque? Una commediola pungente e mai volgare, che sa ridere con garbo dei viziacci nostrani  e sfocia di quando in quando nell'autobiografia? Non esattamente, anche perché la Roma di "Buoni a nulla" non è più quella trasteverina di "Gianni e le donne" e non teme, stavolta, di allargarsi fino alle curve estreme del GRA (lo stesso "Sacro GRA" che è valso a Gianfranco Rosi il trionfo veneziano). È appunto in questo nuovo contesto di strade trafficate, uffici metallizzati e vetrate a strapiombo che Gianni, novello Monsieur Hulot, imparerà a convivere con una modernità implacabile. E a chi crede che la nuova epoca si manifesti unicamente in forma di soluzioni elettroniche, Di Gregorio risponde con lo sguardo untuoso del cortigiano della direttrice, quasi a dirci che non sembra più esserci posto per la bonarietà in un mondo dominato da logiche di prevaricazione. L'unico modo per sopravvivere, impara Gianni, è accettare con indifferenza le piccole insidie quotidiane, rivalendosi, però, quando se ne ha la possibilità e senza rinunciare allo scontro con chi è sempre stato sgarbato nei nostri confronti.
Un'etica alla quale Gianni cerca di ricondurre il mite collega Marco Marzocca, anch'egli succube della propria mitezza e sorta di esasperato contraltare giovanile del regista.
Eppure non sempre questo sdoppiamento del protagonista si dimostra una felice scelta narrativa, al punto che il film sembra scisso in una prima parte impostata sull'allegro ma non troppo e una seconda più tesa a uno sguardo malinconico sulle relazioni umane. Registri che male si amalgamano e non mancano di creare un certo disagio nello spettatore.

Perché, dunque, andare a vedere questo "Buoni a nulla"? La risposta crediamo sia nella sincerità allegra che lo anima.
Dopo tre film e l'impronta consolidata di un minimalismo (forse) fuori tempo massimo, possiamo dirlo con certezza: Di Gregorio non finge, per lui il mondo è veramente come lo ritrae. Con le vicine di casa cafone e attempate, i dentisti pronti a sfoderare insospettate attitudini psicoterapeutiche, le colleghe provocanti, le megadirettrici con tanto di chihuahua da portare a passeggio, le grottesche riunioni di condominio. Quel che altrove diverrebbe un'insopportabile miscela di caricature pronte a consumarsi nell'istante stesso della risata, è qui l'attributo di un microcosmo intimista, al quale crediamo in virtù dell'umanità che traspare dai personaggi.

Del resto, che il cinema di Di Gregorio fosse un cinema di attori, lo si era capito sin dal "Pranzo di ferragosto". Volendo spingersi oltre lo si potrebbe definire un cinema di italiani, nel senso in cui Federico Fellini sosteneva la possibilità, nel belpaese, di fare un film mettendo la cinepresa all'angolo di una strada. Come nei precedenti, delicatissimi lavori, anche in questo "Buoni a nulla", sebbene sia ad oggi l'opera più dispersiva e sfilacciata del regista, gli attori recitano sapendo di recitare e sapendo che pure il pubblico ne è sempre consapevole. Quel che si attende non è, allora, l'espressività dell'enunciazione, ma il rivelarsi sporadico della verità in un sorriso, in uno sguardo, in una reazione. Mettete in bocca a un qualsiasi Paolo Ruffini l'infelice battuta sul Jack Daniel's e ne ricaverete null'altro che una sensazione crescente di imbarazzo, mentre persino un riflesso comico così scontato come l'uscita sul compagno dell'ex moglie riesce a strapparci un sorriso nella sobria e malcelata recitazione di Gianni Di Gregorio. Perché è come se queste cose ce le raccontasse un amico.
La forza del suo cinema, in fondo, è tutta qui, nel garbo con cui invita lo spettatore a condividere la propria quotidianità.