CAST & CREDITS

cast:
Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Aldo Giuffré, Mario Brega, Rada Rassimov, Luigi Pistilli, Chelo Alonso

regia:
Sergio Leone

distribuzione:
P.E.A.

durata:
182'

produzione:
P.E.A.

sceneggiatura:
Sergio Leone, Luciano Vincenzoni, Age, Scarpelli

fotografia:
Tonino Delli Colli

scenografie:
Carlo Simi

montaggio:
Nino Baragli, Eugenio Alabiso

costumi:
Carlo Simi

musiche:
Ennio Morricone

pietra miliare

Il buono, il brutto, il cattivo | Recensione | Ondacinema

Il buono, il brutto, il cattivo

di Sergio Leone

western, comico, drammatico, Italia/Spagna/Usa (1966)

di Lorenzo Taddei

Io dormirò tranquillo perché so che il
mio peggior nemico veglia su di me.


Numeri d'apertura

"Il buono, il brutto, il cattivo" esce nel 1966, terzo capitolo della "trilogia del dollaro", quinto film di Leone (se consideriamo l'accredito come regista della seconda unità ne "Gli ultimi giorni di Pompei" di Bonnard) su un totale di solamente nove lungometraggi, compreso "Il mio nome è Nessuno" di Tonino Valerii, del quale Leone diresse molte - le migliori - sequenze.
Bianchi su sfondo rosso scorrono i crediti di apertura, i ritratti dei protagonisti, tre colpi di cannone svelano il titolo del film e un colpo ("shoot" significa sparare ma anche girare) è riservato al nome del regista. Sia il cannone che il numero tre avranno il loro posto d'onore. Tre saranno anche i colpi di cannone "importanti" sparati nel film.   

La prima inquadratura è una panoramica subito invasa dal primissimo piano di un brutto. E' lecito pensare che sia il Brutto ma non è così, è solo un brutto che sta cercando il Brutto. Il solito sparuto gruppetto di catapecchie sul limitare di un deserto sconfinato. Un campo lungo attraversato dal solito cane smagrito. Sono in tre a cercare Tuco. Era meglio per loro se non lo trovavano. Di nuovo un primissimo piano e poi ancora il campo lungo in soggettiva. Si sente soltanto il rumore del vento. I tre entrano nel saloon e Tuco salta fuori dalla finestra, i vetri infranti, una coscia di pollo in mano. E' Il primo stopframe con didascalia in corsivo rosso: il Brutto (Eli Wallach).

Un ragazzino in sella al ciuco gira in tondo azionando il mulino quando vede un uomo a cavallo avvicinarsi alla fattoria. Ancora nessuna parola, solo la musica di Morricone. Lo scalpiccio del cavallo, un cane che abbaia, cigolii, rumore di stoviglie, rumore di passi, un gallo che canta non tre ma quattro volte, come a dire che "Sentenza" è qualcosa in più di un traditore. La prima parola è pronunciata dopo nove minuti e mezzo. "Sentenza" porta a compimento il lavoro per cui è stato pagato senza concedere eccezioni. In penombra, sulla sua risata sardonica, il secondo fermo-immagine su cui stavolta si stampa in rosso: il Cattivo (Lee Van Cleef).

Si torna al Brutto, ovvero Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, più semplicemente Tuco, braccato da altri tre cacciatori di taglie. A salvarlo stavolta è un uomo senza nome, il Biondo, che poi consegna Tuco allo sceriffo del paese più vicino e incassa la taglia. Durante l'impiccagione è proprio il Biondo a salvare ancora Tuco sparando prima alla corda poi ai cappelli degli spettatori, tre cappelli per volta, per creare un diversivo (e rievocare il tiro ai cappelli tra Eastwood e Van Cleef in "Per qualche dollaro in più"). I due fuggono a dividersi la taglia. E partono per un nuovo paese, la taglia che aumenta di mille dollari, un'altra corda da "tagliare", altri cappelli (sempre tre) da far volar via. Finché il Biondo scioglie la società e abbandona Tuco, con le mani ancora legate, in mezzo al deserto. Mentre Tuco lo insegue sbraitando il Biondo ferma il cavallo, per sfondo il cielo azzurro, e scuote appena la testa: "Che ingrato, dopo tutte le volte che ti ho salvato la vita...". E' la terza e ultima presentazione, il fermo-immagine accompagnato in basso a destra ancora dal corsivo rosso: il Buono (Clint Eastwood).


Western per caso

Leone non era un appassionato di western. Durante le riprese de "Gli ultimi giorni di Pompei" Sergio Corbucci ebbe l'idea di girare un western in Spagna (Almería) approfittando del paesaggio molto simile a quello di confine tra Stati Uniti e Messico. Per sfuggire a un altro "polpettone" storico in cantiere ("Le aquile di Roma") e pur "rinnegando" almeno in apparenza la sua formazione neorealistica, Leone accoglie la sfida e gira "Per un pugno di dollari". Sono lo stesso Corbucci, Enzo Barboni (regista poi di "Lo chiamavano Trinità) e Stelvio Massi (uno dei registi più importanti del poliziesco italiano) che suggeriscono a Leone un film allora appena uscito in Italia col titolo "La sfida dei samurai" ("Yojimbo") di Akira Kurosawa, regista da cui il western aveva già attinto altre due volte: "I magnifici sette" di John Sturges da "I sette samurai" e "L'oltraggio" di Martin Ritt da "Rashomon". Il soggetto "orientale" non è quindi niente di nuovo ma certamente inedita è l'interpretazione del West proposta dal regista romano. Prodotto dalla "Jolly Film", "Per un pugno di dollari" esce nel 1964 e sbanca il botteghino.
Il successo è più vincolante dell'insuccesso. Il film rivitalizza il cinema italiano di genere, lo "spaghetti western" attraversa il suo momento di massimo splendore e per Leone diventa inevitabile continuare a percorrere quella - polverosa ma redditizia - strada. Sviluppa così l'idea della trilogia e l'anno seguente (1965) esce "Per qualche dollaro in più". Il successo è confermato e di pari passo si consolida la fama di Eastwood che da straniero senza nome è diventato "il Monco" (cioè usa solo la mano sinistra per lasciare la destra pronta a sparare) pur indossando sempre lo stesso poncho. Leone lo aveva scoperto in una serie televisiva americana "Rawhide" ("Gli uomini della prateria"): cercando una maschera più che un attore (lo stesso Leone disse "Eastwood a quell'epoca aveva soltanto due espressioni: con il cappello e senza cappello") gli sembrò perfetto.

Il 23 dicembre del 1966 esce nelle sale italiane "Il Buono, il Brutto, il Cattivo", ultima collaborazione tra Leone e Eastwood, complici la definitiva consacrazione dell'attore e l'indigesto - forse imprevisto - ruolo di spalla a Wallach. Per la prima volta Leone lega la Storia alle vicende dei personaggi e pone un dilemma rispetto all'ordine cronologico seguito nella trilogia: se nei primi due episodi si può intuire che la Guerra di Secessione sia già finita, nel terzo è chiaramente in atto, perciò una volta rindossato il poncho, il Biondo potrebbe mettersi in cammino verso San Miguel (dove si svolge "Per un pugno di dollari") chiudendo il cerchio e trasformando "Il Buono, il Brutto, il Cattivo" in una sorta di prequel.
Idea suggestiva ma poco probabile, considerati i 100mila dollari intascati dal Biondo: come potrebbe arrivare a San Miguel a dorso di un mulo e completamente al verde? Che sia derubato non è ammissibile.
Più facile credere che Leone si diverta, con questa sorta di corto circuito temporale, e che con lo stesso spirito rimescoli i personaggi (Eastwood è l'unica eccezione) assegnando loro ruoli diversi nei tre episodi: Mario Brega da "Chico" diventa "Niño" e infine il caporale Wallace; Luigi Pistilli è "Groggy" in "Per un pugno di dollari" e poi diventa padre Ramirez, il fratello frate di Tuco. Il cambiamento più radicale è quello di Lee Van Cleef: il colonnello Mortimer di "Per qualche dollaro in più" viene invecchiato (vedi tintura capelli e baffi) e profondamente incattivito: se prima perseguiva una vendetta personale, disinteressandosi persino del denaro, ora è guidato soltanto dai dollari e per essi uccide senza pietà. Niente a che vedere con la folle ma infantile cattiveria dei personaggi di Volontè. La novità assoluta comunque resta Wallach, vero protagonista del film, in cui Leone aveva intravisto, oltre alle doti di caratterista (lo ricordiamo ne "I magnifici sette") una verve comica capace di amplificare le battute fra i denti di Eastwood.


Ridere sul serio

Per essere seri non si può prendersi sul serio. E' il primo comandamento a cui si attiene il western di Leone e questo film in particolare. Per far sul serio bisogna ridere. La sceneggiatura de "Il buono, il brutto, il cattivo" è scritta oltre che da Leone e Luciano Vincenzoni (già cosceneggiatori di "Per qualche dollaro in più") dagli specialisti Age e Scarpelli. E la differenza rispetto ai capitoli precedenti si nota. La trama è più complessa, la Grande Storia irrompe sulla scena con i suoi strascichi di violenza e morte e vagano senza requie i tre protagonisti, cercando di scansare la Storia, ma già fantasmi di un'epoca che volge al termine. Eppure, in questo clima di tempo sospeso, di fine imminente, si ride di gusto. Al posto dell'ironia più occasionale dei due capitoli precedenti (con qualche deriva slapstick, vedi scena del fumo tra Mortimer-Van Cleef e il Gobbo-Kinski o pestaggio di piedi tra Mortimer e il Monco-Eastwood) Leone si affida a una linea comica più costante e definita: "Il Buono, il Brutto, il Cattivo" è sì un western, ma soprattutto un film comico e perciò profondamente triste. Non ci sono più eroi, ma solo uomini che vivono dei loro vizi e hanno il pregio di non sentirsi in colpa. Ad occuparsi di loro non ci sono donne (le uniche donne sono la prostituta e la "neovedova" per mano di Sentenza) e anche Dio è sparito: al suo posto opera il Caso, con la C maiuscola, che prende la forma del Destino.  

Il film è una vera miniera di battute memorabili, molte delle quali dividono il mondo in due categorie a seconda degli elementi presi come differenziale: la pistola carica (e la pala), gli speroni, la corda al collo. Eastwood e Wallach sono una coppia comica a tutti gli effetti: a Tuco spettano sia la parte più "fisica" (le movenze, gli sguardi, la congenita diffidenza) che le battute più colorite e sguaiate, un paio di volte è doppiato persino dal vocalist in una specie di ululato da coyote; il Biondo invece è una fucina di risposte pronte, provocazioni risolte con la lingua prima ancora che con la pistola. A lui sono assegnate le battute "oracolari", cioè tali che se assimilate possono tornar sempre utili. Ancora oggi, anche in ufficio, magari si rischia una certa ridondanza, questo sì.
 

Il Caso-Leone, il cannone e i personaggi invisibili


Il Caso è il burattinaio invisibile che governa le vicende umane. Non bastano l'astuzia, la velocità e una mira perfetta, a salvarsi. Serve una cannonata al momento giusto per tirar via la testa dal cappio. Più volte il Caso interviene a  rimettere in gioco o togliere di mezzo, a modificare le traiettorie. Trattandosi di un mondo immaginato, di finzione, al posto di Dio siede Leone. E' l'occhio di Leone a confermare le penne di Age e Scarpelli, Leone è il Caso che muove i personaggi verso l'arena finale.
Un'arena vuota, sulla collina di un immenso cimitero, che aspetta. Il Caso è l'organizzatore degli eventi, seleziona gli invitati, stabilisce come e quando dovranno presentarsi alla resa dei conti.
E' evidente che il Caso-Leone abbia una predilezione per il Biondo. Anche se allevia la pena del soldato morente il Biondo non è buono, è molto lontano dal concetto di bontà. Eppure più volte è baciato dalla fortuna, assistito dal Caso. Leone attribuisce al Biondo una tempestività metafisica, in più di un'occasione decide di salvarlo. E non solo: valga su tutti l'esempio del cannone.
Durante i titoli di testa il cannone colpisce il cavaliere bianco animato per tre volte e lo trasforma nel titolo del film. Spara ancora una volta imprimendo sullo schermo il nome di Sergio Leone, perché è lui che sta sparando, lui che accende la miccia del cannone.
Durante il film per ben due volte il Biondo viene salvato da un colpo di cannone: la prima è salvato dall'agguato di Tuco; la seconda è salvato insieme a Tuco dagli uomini di Sentenza. Ma c'è anche una terza volta.
La terza volta è il Biondo che si impadronisce del cannone e spara a Tuco per impedirgli di raggiungere da solo il cimitero di Sad Hill. Come dire che Leone concede al suo personaggio di scegliere, di condurre per un attimo il proprio destino. In fondo il Biondo è l'unico che ha percorso l'intero cammino del dollaro, e ora che sopraggiunge la fine, Leone gli riconosce almeno un po' di libertà.

Parimenti invisibile eppur presente, la musica di Ennio Morricone, essenziale quanto le immagini. Veste ogni personaggio, ne è parte integrante quanto i baffi per Sentenza, gli anelli per Tuco, il sigaro del Biondo. Nei film western precedenti la musica si divideva per temi, suonava la carica dei cowboy o dei pellerossa, accompagnava l'intreccio amoroso, si distingueva nettamente a seconda del pathos a cui faceva da sfondo. Con il cinema di Leone invece la musica si lega prima di tutto ai personaggi, ne anticipa l'entrata in scena, si modella con diversi arrangiamenti a seconda dello stato emotivo del personaggio. La musica è in un certo senso l'anima stessa dei personaggi, quanto di essi si può immaginare guardandoli negli occhi, come in quei primissimi piani che hanno reso il "triello" una scena immortale. Il connubio tra Leone e Morricone iniziato con "Per un pugno di dollari" prosegue per tutta la trilogia e oltre, fino all'ultimo film di Leone ("C'era una volta in America") e all'immenso sorriso di Noodles (De Niro).

Tra i personaggi invisibili ci sono anche i pellerossa. Compaiono soltanto nel retrobottega dove Tuco dimostra tutta la sua "ars sparatoria": sagome di legno e niente di più. E' un'altra frattura con il vecchio western, dal quale Leone si discosta, sia per mantenersi fedele alle sue origine "realistiche" (pellerossa veri già non esistevano più) sia per allargare il suo discorso cinematografico: l'essere umano è antagonista di se stesso, crea e distrugge, ne sono dimostrazione sia la Guerra di Secessione sia i tre protagonisti che evitano quanto possono la guerra, ma non possono sottrarsi alle umane pulsioni di vendetta, sadismo, prepotenza.


Il ponte di Legstone

I tre fanno di tutto per scansare la guerra, almeno finché la guerra non rientri in qualche modo nel loro interesse. Allora Sentenza vestirà l'uniforme di tenente nordista e nel suo campo di prigionia saranno condotti Tuco e il Biondo travestiti invece da confederati. Ognuno custode di parte del segreto rivelato da Carson, i tre si avviano verso il cimitero di Sad Hill. Tuco e il Biondo raggiungono il ponte di Legstone, oltre il quale li aspetta il tesoro.  
"Chi possiede più bottiglie per ubriacare i soldati, quello vince". Il capitano yankee (Aldo Giuffrè) che presidia il ponte si lancia in una digressione contro le gerarchie di potere e la violenza gratuita e insensata della guerra, che rievoca "Orizzonti di gloria" di Kubrick e dallo stesso Kubrick, per bocca del soldato Joker, sarà ripresa in "Full Metal Jacket".
"Mai vista tanta gente morire tanto male": la pietà del Biondo anticipa di poco l'ide di far saltare il ponte. L'atteggiamento dei due pistoleri è di completa estraneità, anacronistica quasi, come se provenissero da un altro mondo, da un altro tempo, e non potessero comprendere. Così come il personaggio di Eastwood, nella sua naturale vocazione di "anarchico" sabotatore del potere è ispirato a Chaplin, così la reazione sgomenta di Tuco si rifà al discorso di Chaplin che conclude "Monsieur Verdoux": le atrocità, il non-sense della guerra "riabilitano" le gesta dei tre fuorilegge, i loro crimini vengono in qualche modo ridimensionati perché finalizzati se non altro a obiettivi concreti. I dollari che annebbiano le loro menti non sono altro che la prospettiva di un futuro senza pensieri, non c'è brama di potere nel loro essere criminali. Il ponte di Legstone rappresenta invece una violazione dei diritti e dell'intelligenza umana. I soldati, dall'una e dall'altra parte, non muoiono per conquista né per difendere una conquista: muoiono per un ordine che piove dall'alto, per una strategia di potere. Per questo il gesto che il Biondo e Tuco compiono, seppur sempre nel loro interesse diventa simbolico: con l'esplosione del ponte non solo esaudiscono l'ultimo desiderio del capitano ferito a morte, ma anche quello di tutti quei poveri soldati che vanno a morire, a turni, senza motivo.


Il "triello"

L'era industriale è alle porte, la locomotiva si fa sempre più ingombrante e presto sarà il momento di stendere la ferrovia e unire la costa atlantica a quella pacifica. La fine di un'epoca storica, ma anche cinematografica. Due anni dopo (1968) con "C'era una volta il West" il West sarà ufficialmente un ricordo.  Leone ha già ben chiaro tutto questo quando gira il gunfight che precede l'epilogo de "Il Buono, il Brutto, il Cattivo": prima la corsa spasmodica di Tuco, un balletto fra le innumerevoli croci, la camera che gira, fuori fuoco, come la mente di Tuco; poi non il solito duello, bensì un "triello", neologismo coniato appositamente per definire questo scontro: tre uomini, tre menti, tre pistole, di cui una scarica.
Il momento è fatalmente epico, gli sforzi apparentemente compiuti per evitarlo sono stati vani. Mito e tragedia convergono nell'arena eppure permane una vena di sarcasmo: quella pistola scarica. Un'informazione che conosciamo solo noi spettatori e il Biondo che accresce ulteriormente la suspense. Una panoramica riprende i tre ai vertici di un ideale triangolo equilatero e anche loro adesso crescono, diventano eroi, gli ultimi testimoni di un mondo che continua ad esistere lì soltanto.  Il montaggio è statico e dinamico allo stesso tempo, la tensione aumenta, la musica dilata l'attesa, s'insinua tra le note un carillon che non ci è nuovo. Primissimi piani e dettagli sulle mani, le pistole, i cinturoni, gli sguardi che si scambiano ognuno secondo i propri calcoli. Gli uomini sono fermi eppure la scena è velocissima, siamo nel 1966 e mi chiedo il dettaglio degli occhi a pieno schermo, non si era mai visto niente di simile, non c'è più spazio, non c'è più tempo, solo uno sparo.
Non resta altro che rifare ordine. Così come in principio i tre vengono rinominati, un'ultima volta e per sempre.
Mi viene in mente lo scambio di battute tra Armonica (Charles Bronson) e Frank (Henry Fonda) sul finire di "C'era una volta il west":

Armonica: Così alla fine hai scoperto di non essere un uomo d'affari.
Frank: Solo un uomo!

L'uomo che si allontana non tornerà, dopo tutto quello che è successo che senso avrebbe tornare. Tuco lo benedice alla sua maniera. E il deserto lo inghiotte.