CAST & CREDITS

cast:
Satomi Yoko, Jun Sagawa, Issei Sagawa

regia:
Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor

durata:
96'

produzione:
Norte Productions

fotografia:
Lucien Castaing-Taylor, Verena Paravel

montaggio:
Lucien Castaing-Taylor, Verena Paravel

Caniba | Recensione | Ondacinema

Caniba

di Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor

documentario, Francia (2017)

di Carlo Cerofolini

Voto: 7.0

Leggendo la sinossi dell'opera, si era sparsa la voce che "Caniba" contenesse momenti di insostenibile visione legati, appunto, alla documentazione degli eventi che, circa vent'anni fa, videro salire alla ribalta delle cronache il protagonista del film. In realtà, sin dalle prime battute, Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel lasciano intendere che succederà poco o nulla di quanto ipotizzato. Per chi non lo sapesse, "Caniba" altri non è che il giapponese Issei Sagawa, il quale, nel 1981, a Parigi, uccise la sua compagna di università e ne mangiò parte del cadavere. Riconosciuto mentalmente instabile, all'omicida fu concesso di ritornare alla vita di sempre, durante la quale l'uomo, a corto di soldi, trovò modo di mettere a frutto la sua esperienza con la pubblicazione di libri e la concessione di numerose interviste a radio e televisioni. Da questo punto di vista, "Caniba" non costituisce dunque un unicum, ma certo lo sono le implicazioni che scaturiscono dalla forma con cui i due documentaristi decidono di tornare a parlare dell'argomento. Intenzionati a mostrare l'orrore per ciò che realmente è, indagandone il contesto e le pulsioni che lo hanno prodotto, "Caniba" si pone il problema del modo più giusto per affrontare la questione, avendo come obiettivo quello di tenersi lontano dall'alimentare il mito creatosi attorno al personaggio.

Da qui l'allestimento di un'opera che trova nella particolare composizione dell'inquadratura il modo di depotenziare lo statuto del protagonista, retrocesso a un livello di umanità talmente spoglia e degradata da annullare qualsiasi intento di coinvolgimento o partecipazione da parte dello spettatore. Tutto questo ci viene detto dalla poca chiarezza dei frammenti iniziali, in cui la precaria messa a fuoco del girato si unisce all'impossibilità di scorgere il protagonista, costantemente coperto dalla sagoma di un altro uomo che si interpone tra lui e la telecamera e, per di più, ammorbato dalle conseguenze di un deficit fisico che spesso ne rende incomprensibili le parole. Ma non basta, perché anche quando il film entra nel vivo, con lo scambio di battute tra Sagawa e il fratello che ha preso ad accudirlo, ciò che vediamo sullo schermo si riduce per la quasi totalità delle scene al primo piano del mostro, stordito dalle medicine e con lo sguardo perso nel vuoto. Considerato che il film è costituito da piani sequenza a camera fissa, illuminati da una fotografia grezza e improvvisata, e per di più ripresi con uno stile da filmino amatoriale, si capisce come i registi facciano di tutto per rendere l'intervista a Sagawa (le parole che sentiamo sono il frutto di una conversazione con il fratello) poco fruibile. In realtà, è proprio la scelta di non farci vedere il "corpo dello scandalo" a togliere "Caniba" dalla lista dei film non necessari e a farcelo mettere in prima fila tra quelli (come il "Mrs Fang" di Wang Bing) ancora usi a riflettere sulle possibilità del mezzo cinematografico, interrogandosi sui limiti del visibile. Censurandone la figura e concentrando la telecamera sugli occhi e soprattutto la bocca del reietto (quest'ultima davvero rappresentativa dell'argomento di cui si parla), "Caniba" sfida chi guarda, coinvolgendolo in una gara di resistenza in cui abbondano pause e tempi morti e dove il paradosso nasce dal fatto che è la mancata visione del sangue a disturbare lo spettatore; senza confessarlo, entriamo in sala aspettandoci di vedere brutalità ed efferatezze di ogni tipo e ne usciamo con la delusione di non averne colto neanche la parvenza. A farsi strada è dunque la sensazione di assuefazione al macabro e alla violenza presente nella società post-11 settembre, di cui Castaing-Taylor e Paravel ci rendono consapevoli con un horror senza sangue nè morti. In concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia, "Caniba", pur non raggiungendo le vette di "Leviathan", è la conferma di un cinema di frontiera capace, ogni volta, di infrangere la quiete apparente delle nostre coscienze.