Il canto delle spose
di Karin Albou
drammatico, storico, Francia/Tunisia (2008)
di
Claudio Zito
Tunisi, 1942. Due adolescenti, una ebrea e l'altra musulmana ma amiche per la pelle, si trovano di fronte alla prospettiva del matrimonio. In un caso combinato: sopportando un rapporto senza sentimenti con un uomo molto più anziano, Myriam uscirebbe da una condizione di indigenza. Nell'altro caso economicamente precario: il fidanzato - nonché amante - dell'araba e altrettanto povera Nour è disoccupato e il padre di lei non vuole un genero senza lavoro.
La scelta di affrontare la Seconda guerra mondiale da un fronte periferico e cosmopolita può offrire spunti degni di nota, sanamente relativisti e non necessariamente revisionisti. E in effetti il soggetto del film è impostato in maniera complessa, tale da toccare temi importanti e disparati, dalla (risaputa) lacerazione delle amicizie al cospetto del conflitto, al ruolo del nazionalismo in un contesto (bellico) internazionale, fino alle differenze e ai rapporti di genere, parentela, religione, classe ("Quando sei povero non puoi essere di palato fino: mangi e basta": così la madre di Myriam per convincere la figlia a sposarsi).
Ma la regista e sceneggiatrice (Karin Albou, un passo indietro rispetto a "La petite Jérusalem", suo esordio), che pure non edulcora più di tanto le realtà che raffigura, neanche quella per cui chiaramente parteggia (gli ebrei sono, comunque, altrettanto razzisti e anche per loro la famiglia è un'istituzione oppressiva), non sa sviscerare adeguatamente la materia e, tra sequenze di buona tenuta drammatica e grossolani scivoloni stilistici, eleganti movimenti di macchina e seni nudi (più altri particolari anatomici) un po' sospetti, fornisce una visione della Storia come minimo inattendibile. Sembra insinuare che i musulmani siano tutti nazisti, salvo poi dare un colpo anche alla botte, spiegando che i collaborazionisti ci sono anche dalla parte giusta e che qualche sura del Corano predica la tolleranza universale. In ogni caso se si opta per una legittima lettura attualizzata, si giunge a conclusioni teocon abbastanza agghiaccianti.
Completamente sbagliate l'involuta seconda parte della pellicola, le melodrammatiche scene madri, l'inspiegabilmente modernizzata colonna musicale.
La scelta di affrontare la Seconda guerra mondiale da un fronte periferico e cosmopolita può offrire spunti degni di nota, sanamente relativisti e non necessariamente revisionisti. E in effetti il soggetto del film è impostato in maniera complessa, tale da toccare temi importanti e disparati, dalla (risaputa) lacerazione delle amicizie al cospetto del conflitto, al ruolo del nazionalismo in un contesto (bellico) internazionale, fino alle differenze e ai rapporti di genere, parentela, religione, classe ("Quando sei povero non puoi essere di palato fino: mangi e basta": così la madre di Myriam per convincere la figlia a sposarsi).
Ma la regista e sceneggiatrice (Karin Albou, un passo indietro rispetto a "La petite Jérusalem", suo esordio), che pure non edulcora più di tanto le realtà che raffigura, neanche quella per cui chiaramente parteggia (gli ebrei sono, comunque, altrettanto razzisti e anche per loro la famiglia è un'istituzione oppressiva), non sa sviscerare adeguatamente la materia e, tra sequenze di buona tenuta drammatica e grossolani scivoloni stilistici, eleganti movimenti di macchina e seni nudi (più altri particolari anatomici) un po' sospetti, fornisce una visione della Storia come minimo inattendibile. Sembra insinuare che i musulmani siano tutti nazisti, salvo poi dare un colpo anche alla botte, spiegando che i collaborazionisti ci sono anche dalla parte giusta e che qualche sura del Corano predica la tolleranza universale. In ogni caso se si opta per una legittima lettura attualizzata, si giunge a conclusioni teocon abbastanza agghiaccianti.
Completamente sbagliate l'involuta seconda parte della pellicola, le melodrammatiche scene madri, l'inspiegabilmente modernizzata colonna musicale.

