Recensioni

Capharnaüm

di Nadine Labaki

drammatico, Libano (2018)

CAST & CREDITS

cast:
Zain Al Rafeea, Yordanos Shiferaw, Boluwatife Treasure Bankole, Kawthar Al Haddad, Fadi Kamel Youssef, Nour el Husseini, Cedra Izam, Nadine Labaki

regia:
Nadine Labaki

distribuzione:
Lucky Red

durata:
120'

produzione:
Mooz Films

sceneggiatura:
Nadine Labaki, Jihad Hojaily, Michelle Keserwany

fotografia:
Chistopher Aoun

scenografie:
Hussein Baydoun

montaggio:
Konstantin Bock, Laure Gardette

musiche:
Khaled Mouzanar

Capharnaüm | Recensione | Ondacinema

Capharnaüm

di Nadine Labaki

drammatico, Libano (2018)

di Mirko Salvini

Voto: 7.0
Nella tradizione cristiana Caphernaum è il villaggio della Galilea dove Cristo ha compiuto i suoi miracoli. Ma nel luogo dove Nadine Labaki, la bella attrice-regista libanese, ambienta il suo nuovo lavoro, il solo miracolo che si vede è quello della sopravvivenza. Vincitore del premio speciale della giuria all'ultimo festival di Cannes (dove è stato fra i titoli in concorso più applauditi dal pubblico), il film racconta la vita nei quartieri più degradati di Beirut, attraverso la vicenda di Zain uno dei tanti ragazzini figli di famiglie in condizioni assolutamente disperate e per i quali la vita sembra solo un insieme di esperienze grame e senza speranza.
 
Il film inizia con un gesto che è sostanzialmente una provocazione: il piccolo Zain denuncia i genitori per averlo messo al mondo, costringendolo ad un'esistenza di stenti e dolore. I due, coppia con tanti figli e pochi mezzi, in verità non sono persone crudeli e, anche se vivono di espedienti, più che criminali sono dei disgraziati che non hanno le possibilità e neanche la sensibilità per capire cosa è meglio per i propri cari. Zain in verità cerca di dare il suo contributo per aiutare i tanti fratelli e sorelle (il maggiore è in prigione) ma quando i genitori decidono di far sposare la giovanissima Sahar ad un negoziante, il piccolo protagonista non ce la fa più; lascia la casa dei genitori nella disperata ricerca di qualcosa di meglio. Ma da solo rischierebbe di fare una fine addirittura peggiore se non fosse per Rahil, una migrante etiope che lavora come cameriera, cercando di mantenere se stessa e il figlioletto Yonas. La donna ospita Zain nella baracca dove vive e per lui diventa una sorta di madre putativa. Purtroppo un giorno, dopo essere uscita per fare una commissione, Rahil non fa più ritorno a casa e così toccherà allo spaesato Zain prendersi cura di Yonas. In verità, vista la sua esperienza, il protagonista è un fratello maggiore ideale per il piccolo ma ovviamente col passare dei giorni sarà sempre più difficile andare avanti. In una situazione disperata si fiderà della persona sbagliata e, tanto per alleggerire, il ritorno dai genitori sarà accompagnato dalla peggiore delle notizie.
 
Al contrario dei suoi precedenti film ("Caramel", "E ora dove andiamo?"), che erano storie al femminile colorite e raccontate con un registro che combinava comico e drammatico, "Caphernaum" (che molti considerano un candidato perfetto per rappresentare il Libano durante la prossima stagione dei premi e che verrà distribuito in Italia dalla Lucky Red) si propone con un film cupo in cui la dolcezza di alcuni personaggi o situazioni non riesce a stemperare il dramma delle vite che vengono raccontate. Anche se i detrattori accusano la regista (nel film si ritaglia il ruolo dell'avvocatessa che assiste il protagonista) di avere spettacolarizzato la miseria dei quartieri più poveri di Beirut (famiglie spesso provenienti dalla vicina Siria), non sono tantissimi i film (almeno quelli distribuiti in occidente) che raccontano questo aspetto della società libanese, senza trascurare l'attenzione sulla condizione difficilissima dei migranti che giungono nel paese dai paesi confinanti o dall'Africa. E'vero che il pubblico si affeziona alle vicende di Zain, Rahil e Yonas, ma quanti sono i registi, anche più affermati della Labaki, che fanno leva sul coinvolgimento emotivo degli spettatori? Si può obiettare che l'espediente della denuncia da parte del ragazzino nei confronti dei genitori e le accuse mosse contro le famiglie che mettono al mondo troppi figli senza poterli poi mantenere sia poco verosimile, se non altro perché difficilmente, per quanto in certi contesti si cresca e maturi prima, a quell'età c'è la capacità e la consapevolezza necessarie per esprimere certi concetti, ma la Labaki, partendo da questo spunto, è capace di raccontare una storia che risulta toccante senza essere melensa, creando un contesto in cui le vicende narrate risultano più che credibili, in questo aiutata dal direttore della fotografia Christopher Aoun che immerge la vicenda in una dimensione grigiastra e cupa, ma soprattutto grazie alla sua abilità nel dirigere attori non professionisti che dimostrano un'impressionante disinvoltura davanti alla mdp. E' impossibile non menzionare Yordanos Shiferaw che interpreta Rahil e soprattutto il dodicenne Zain Al Rifeaa che col suo volto imbronciato ha già fatto guadagnare a "Caphernaum" non pochi consensi. Non sono mancati riferimenti a film apprezzati nel passato recente come "Cidade de Deus" di Mereilles o "The Milionaire" di Boyle, ma un'opera che ancora di più è avvicinabile a "Caphernaum" è "Salaam Bombay" di Mira Nair, altra regista che col suo primo film raccontava le vicende dei ragazzi che vivono negli slum di Mumbai dimostrando di avere imparato piuttosto bene sia la lezione di Satyajit Rai, sia quella dei maestri del nostro neorealismo. Autori apparentemente lontani ma che evidentemente sono ancora dei punti di riferimento importanti per chi voglia raccontare le realtà odierne.