CAST & CREDITS

cast:
Fabrizio Bentivoglio, Valeria Bruni Tedeschi, Fabrizio Gifuni, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Matilde Gioli

regia:
Paolo Virzì

distribuzione:
01 Distribution

durata:
109'

produzione:
Rai Cinema, Indiana Production Company

sceneggiatura:
Paolo Virzì, Francesco Bruni, Francesco Piccolo

fotografia:
Jérôme Alméras

scenografie:
Mauro Radaelli

montaggio:
Cecilia Zanuso

costumi:
Bettina Pontiggia

musiche:
Carlo Virzì

Il capitale umano | Recensione | Ondacinema

Il capitale umano

di Paolo Virzì

drammatico, Italia (2014)

di Matteo Pernini

Voto: 6.5

Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), elegante e cinico squalo dell'alta finanza arricchitosi grazie a temerarie speculazioni di borsa, accetta di includere nel proprio fondo l'esuberante Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio) - sprovveduto immobiliarista avido di facili guadagni - mentre la moglie Carla (Valeria Bruni Tedeschi), cultrice di Carmelo Bene, sogna di finanziare attività culturali per scuotersi di dosso l'indolenza di un percorso esistenziale asservito al successo del marito. Sullo sfondo l'incerta relazione tra Serena, figlia di Ossola, e il giovane rampollo dei Bernaschi. Ad incernierare queste vite sovverrà un misterioso incidente, un ciclista investito mentre rientrava dal lavoro.

I portatori della sindrome da archivista non potranno che storcere il naso di fronte alla nuova opera di Paolo Virzì. Con "Il capitale umano" il regista, che dal '94 aveva saputo imporsi come principale erede del più nobile filone della commedia all'italiana, cambia direzione, abbandona il tono agrodolce delle sue ultime prove e investe la propria esperienza cinematografica in un desolato noir in terra brianzola.
Punto di partenza per l'undicesimo film del regista livornese è l'omonimo romanzo dello statunitense Stephen Amidon, opportunamente adattato al grigiore endemico della provincia lombarda (e si tranquillizzino i censori del culto campanilista, chi scrive non viene certo dall'assolato lungomare toscano). In tal senso si faticano a comprendere le ragioni di un sospettoso assessore al Turismo, che ha preventivamente levato gli scudi contro la colpevole mistificazione territoriale di Virzì. È evidente che la Brianza cinica e umanamente degradata che fa da sfondo a "Il capitale umano" non è affatto la Brianza. Si può, anzi, riconoscere nello sguardo con cui è rappresentata uno dei precetti dell'arte virzìana: il regionalismo come dato metonimico di una realtà più vasta, riflesso di coscienza che non corteggia gli stereotipi, ma lavora sui tòpoi di una terra, filtrandoli col piacere della suggestione. Si legge nelle note di regia come il "gelido paesaggio lombardo" sia assurto, nella visione dell'autore, al sembiante di "una tundra mongola, una misteriosa Siberia, dove le foreste sono pronte ad inghiottirsi da un momento all'altro le villette degli immobiliaristi, i centri commerciali, le ville padronali, le villette degradate, tutto".

Virzì corteggia il luogo comune, lo seduce, piegandolo alle proprie esigenze narrative e in ciò si palesa il nodo che lo lega alla tradizionale commedia nostrana, quella che castigat ridendo mores e allo schiaffo neorealista sostituisce il buffetto, il ghigno complice, ma crudele di una satira maliziosa, sempre pronta a vomitare sull'homo ridens che la applaude tutta la mostruosità di cui egli stesso si è fregiato. Si capisce, dunque, quanto lo stereotipo possa agire da veicolo di immedesimazione, figura retorica in cui il tutto è la somma dei vizi e l'umanità si riduce a una collezione dei propri tic. Non è certo un caso che questa pratica, così profondamente radicata nello stile del regista, emerga principalmente nella sapida sequenza dell'incontro con il Cda del teatro, in un momento, cioè, corale, in cui è necessario contrarre la narrazione e colorare i caratteri con poche, precise pennellate. Il tratto caricaturista di Virzì disegna con divertito disappunto il bozzetto di una società che grufola nella melma del ridicolo e identifica le sue classi di referenti nella trasparenza di particolari distintivi: dal leghista casereccio e sgrammaticato che blatera di cori padani e usa il Va' pensiero come suoneria del cellulare, alla giornalista nevrotica che scrive di teatro, ma non lo apprezza, perché in fondo "il teatro è morto e credo che sia chiaro a tutti", fino al sobrio intellettuale di Lo Cascio, che torna a scrivere dopo l'amplesso con Carla solo per chiosare, come il più dozzinale dei romanzieri, "È questo l'effetto che mi fai".
Quel che più conta è che, sebbene i suoi siano più tipi umani che personaggi, i caratteri di Virzì possiedono la forza per imprimersi nella memoria quanto l'onorevole truffaldino e l'ignobile baraccato de "I mostri". Per questo sono da lodare il gigionismo sopra le righe di Bentivoglio e il ghigno ombroso dello speculatore di Gifuni, entrambi tipi, si diceva, ma tipi veri, emblemi di una società avvelenata da quel malcostume che i media ci hanno reso familiare. Siamo, dunque, disposti a crederli reali, perché in essi riconosciamo il riflesso di un contegno da soap opera, un misto della sfrontatezza ammiccante e dell'arrivismo esibizionista che abitano i salotti televisivi.

Pur non cedendo al semplicismo di un moralità d'accatto, "Il capitale umano" non sempre riesce a schivare le derive didascaliche, del resto in perenne agguato nel corso di simili progetti. Forse timoroso di mancare l'appuntamento col pubblico, Virzì imbocca la strada impervia della metafora esibita, fino a squarciare il velo di una fertile ambiguità col trionfalismo didattico della postilla a pie' pagina (la frase "avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto" lampeggia sul film con l'enfasi perentoria di un cartellone pubblicitario).
Fuori luogo, comunque, gli attacchi di chi ha confinato la pellicola nel semplice orizzonte di una parabola anti-ricchi, quasi il regista invitasse solo ad annusare il puzzo di zolfo della moneta virtuale. Ben oltre stanno le intenzioni di Virzì, da sempre più abile nel sondare i movimenti affettivi dei suoi protagonisti e le loro vicissitudini quotidiane che a comporre manifesti di impegno civile. Oltre i profili di un mondo degenerato nell'isteria collettiva del capitalismo chimerico - quello della finanza speculativa, quello che induce a sperare in folli guadagni del quaranta per cento sul capitale investito - il regista livornese intravede i segni di un degrado più intimo, consumato all'ombra delle pareti domestiche. Nella progressiva esposizione a capitoli dei nuclei famigliari (e delle loro convergenze) emerge quanto l'incolmabile distanza tra padri e figli non abbia ragioni anagrafiche, non sia l'ovvio lascito di una discrasia generazionale, ma l'esito di un ripensamento dei rapporti umani in termini di produzione e consumo. L'assunto è lancinante: laddove gli interessi economici penetrano il tessuto sociale sino a modificare la biologia di un popolo e irretirlo in un impasse culturale, l'orizzonte di possibilità degli esseri umani si riduce a un capitale tra i tanti, su cui investire o speculare.
In questo lucido apologo che allarga la colpa alla debolezza affettiva di un modello genitoriale spartano e arrivista (emblematico il comportamento di Bernaschi senior alla cerimonia di premiazione) nessuno esce vincitore, ma Virzì, allontanandosi dal fondo cieco del romanzo di Amidon, non rinuncia a un lampo di speranza, quasi a dirci che non tutto è perduto e se la scure di un'implacabile condanna pende ormai sui responsabili della crisi, le nuove generazioni possono ancora salvarsi.

Due cose ci sono dispiaciute: l'insistere su una struttura a capitoli che non trova esigenze interne, se non di tipo drammatico e lascia, infine, il sospetto di aver assistito alla buona costruzione di un soggetto fin troppo modesto, e l'incapacità di indovinare un preciso equilibrio tra noir e commedia. Emblematica la trattativa che vede impegnati Bentivoglio e la Bruni Tedeschi: anziché indovinare un coerente slittamento nel grottesco che esemplifichi la povertà umana dei personaggi, Virzì scivola subito nella farsa, annullando la tensione (e si pensi a quanto diversamente agiva William Friedkin nel finale di "Killer Joe").
Al netto delle imperfezioni, "Il capitale umano" rimane un film meritevole (per quanto incapace di quel definitivo salto di qualità, che continuiamo ad augurare di tutto cuore al regista), sostenuto da un nucleo di attori eccellenti (Gifuni e la giovane Matilde Gioli su tutti) e da un inedito sguardo sulla contemporaneità, che non teme di allontanarsi dagli ordinari toni della commedia e cercare vie alternative per raccontare il nostro paese.